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Non vi è reato di maltrattamenti in famiglia dopo il divorzio

18 Dicembre 2013
Non vi è reato di maltrattamenti in famiglia dopo il divorzio

Solo con il divorzio, e non con la separazione, viene meno la qualità di coniuge e, pertanto, a partire da tale momento, le condotte violente non possono più qualificarsi come maltrattamenti in famiglia, ma, al massimo, come violenza privata o stalking.

Se il maltrattamento della moglie avviene dopo il divorzio, l’ex marito non risponde per il reato di maltrattamenti in famiglia [1]. Lo ha ribadito una sentenza della Cassazione di pochi giorni fa [2].

Per comprendere la questione – che potrebbe apparire apparentemente ingiusta – è opportuno fare una distinzione su quelli che sono gli effetti di una sentenza di separazione e gli effetti di una sentenza di divorzio.

La sentenza di separazione personale dei coniugi non comporta la fine del matrimonio, né fa venir meno la qualità di coniuge.

In buona sostanza, il periodo di separazione è uno stato di crisi che, col tempo, potrebbe rientrare. È prevista infatti quella che tecnicamente si chiama “riconciliazione“: i coniugi, cioè, senza ricorrere al giudice, potrebbero tornare “insieme” o con una dichiarazione espressa oppure assumendo un atteggiamento che sia incompatibile con la volontà di separarsi.

Sempre durante la separazione vengono sospesi: l’obbligo della coabitazione, di assistenza morale e l’obbligo della fedeltà. Si scioglie il regime patrimoniale dell’eventuale comunione legale dei beni, permane il diritto di successione ereditaria, permangono gli obblighi di assistenza patrimoniale (mantenimento o alimenti), viene disposta l’assegnazione della casa coniugale, permane il diritto alla pensione di reversibilità.

Diversi sono, invece, gli effetti della sentenza di divorzio.

Con il divorzio si scioglie il vincolo matrimoniale. Quindi entrambi i coniugi sono liberi di risposarsi, la moglie perde il cognome del marito, viene disposto un assegno divorzile in favore del coniuge che non ha redditi propri, viene decisa la destinazione della casa coniugale, viene rivisto l’affidamento dei figli, i coniugi perdono i diritti successori, se l’ex coniuge muore l’altro ha diritto ad una pensione di reversibilità e, infine, l’ex coniuge può avere diritto al TFR dell’altro coniuge se il trattamento di fine rapporto è maturato prima della sentenza di divorzio.

Dunque, perché possa configurarsi il reato di maltrattamenti in famiglia è necessario che lo stesso si consumi solo all’interno del nucleo familiare e può essere commesso soltanto da chi ricopre un ruolo nel contesto della famiglia (cioè coniuge, genitore o figlio).

In considerazione del fatto che, con il divorzio, si scioglie definitivamente il vincolo matrimoniale, venendo così meno la qualità di coniuge, l’ex marito che maltratta la ex moglie non può rispondere del reato di maltrattamenti in famiglia. Al massimo le condotte poste in essere nei confronti dell’ex possono essere perseguite a titolo di un differente reato, come per esempio gli atti persecutori (meglio noti come stalking [3]) o la violenza privata [4].


Il reato di maltrattamenti può essere commesso dal coniuge nei confronti dell’altro coniuge o durante il matrimonio o nella fase della separazione; il suddetto reato, invece, non sussiste dopo che i coniugi hanno divorziato, fermo restando che la stessa condotta può essere punita a titolo di un differente reato (come per esempio la violenza o lo stalking).

note

[1] Art.572 c.p.

[2] Cass. sent. n. 50333 del 13.12.2013

[3] Art.612 bis c.p.

[4] Art.610 c.p.

Autore immagine: 123rf.com


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2 Commenti

  1. Il reato di maltrattamenti contro familiari o conviventi è configurabile nell’ipotesi in cui i maltrattamenti siano posti in essere dal marito nei confronti dell’ex moglie, non rilevando in sé e per sé la durata della convivenza tra i due dopo il divorzio, quanto piuttosto l’esistenza di una stabile relazione affettiva tra l’imputato e la persona offesa, relazione che ha creato reciproco affidamento e aspettative di assistenza, protezione e solidarietà.

  2. Le condotte vessatorie poste in essere ai danni del coniuge non più convivente, a seguito di separazione legale o di fatto, integrano il reato di maltrattamenti in famiglia e non quello di atti persecutori, in quanto i vincoli nascenti dal coniugio o dalla filiazione permangono integri anche a seguito del venir meno della convivenza.

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