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La comunione dei beni

16 Gennaio 2021 | Autore:
La comunione dei beni

I coniugi condividono i beni, se non hanno convenuto diversamente. 

Quando una coppia contrae matrimonio, non importa se solo al Comune o anche in chiesa, decide il regime patrimoniale da applicare alla propria famiglia. La comunione dei beni rappresenta una delle alternative possibili, laddove l’altra è rappresentata dalla separazione dei beni. La prima si applica automaticamente in assenza di diversa pattuizione da parte dei coniugi e dà vita ad una condivisione degli incrementi di ricchezza conseguiti dal marito e dalla moglie, anche per l’effetto delle attività di ciascuno di essi. La separazione dei beni, invece, si applica se i coniugi optano espressamente per tale regime patrimoniale, facendo una dichiarazione apposita al termine della celebrazione del matrimonio.

Gli accordi possono essere modificati anche successivamente. Marito e moglie possono cambiare idea e passare dalla separazione alla comunione dei beni e viceversa. In tal caso si devono recare dal notaio che, presenti due testimoni, redige un’altra convenzione, la quale viene annotata all’atto di matrimonio.

In cosa consiste la comunione dei beni

La riforma del diritto di famiglia avvenuta nel 1975, ha mantenuto l’applicabilità del regime della comunione dei beni in mancanza di contraria convenzione, per tutti i matrimoni contratti dopo il 20 settembre 1975. Prima, invece, si applicava esclusivamente il regime della separazione nel caso in cui i coniugi non avessero stipulato uno specifico accordo.

La comunione comunque non comprende tutti i beni di proprietà del marito e della moglie ma solo quelli che ne possono formare oggetto così come individuati dal Codice civile [1].

Gli altri, definiti “personali”, ne rimangono esclusi ed appartengono esclusivamente ad un coniuge o all’altro [2].

Quali beni rientrano nella comunione

I beni che rientrano nella comunione sono:

  • gli acquisti compiuti dai coniugi insieme o separatamente in costanza di matrimonio, eccezion fatta per i beni personali;
  • i frutti dei beni propri di ciascuno dei coniugi, percepiti e non consumati al momento dello scioglimento della comunione;
  • i proventi dell’attività separata di ciascuno dei coniugi se non sono stati consumati al momento dello scioglimento della comunione;
  • le aziende gestite da entrambi i coniugi e costituite dopo il matrimonio. Se le aziende appartenevano ad uno dei coniugi prima del matrimonio ma sono gestite da entrambi, la comunione comprende solo gli incrementi.

In relazione ai beni indicati al primo punto, va evidenziato che gli stessi, anche se acquistati separatamente, diventano comuni per legge e il coniuge che non ha partecipato all’acquisto ne diviene comproprietario al 50% (si pensi all’arredamento di casa acquistato insieme o separatamente dai coniugi, all’auto, ecc.). Lo stesso avviene per le aziende di cui all’ultimo punto e per gli utili delle aziende di proprietà di uno dei coniugi prima del matrimonio. In quest’ultima ipotesi, infatti, l’azienda rimane nella titolarità esclusiva del marito o della moglie mentre gli incrementi cadono in comunione.

I redditi personali dei coniugi, invece, che possono essere sia i frutti dei loro beni personali sia i proventi dell’attività separata, non ricadono automaticamente nella comunione. Si considerano oggetto della stessa ai soli fini della divisione se non sono stati consumati al momento dello scioglimento della comunione.

Quali beni non rientrano nella comunione

Non rientrano nella comunione, i beni personali, ovvero:

  • i beni di cui il coniuge era proprietario prima del matrimonio, che restano a lui intestati e non vengono divisi con l’altro. Ad esempio se qualche giorno prima delle nozze, il futuro marito acquista un appartamento in città, intestandolo a sé stesso, l’immobile non rientra nella comunione; quindi, la futura moglie non ne diviene comproprietaria;
  • i beni acquistati a seguito di una donazione o di una eredità, salvo che nell’atto di donazione o nel testamento non sia specificato che sono attribuiti alla comunione;
  • i beni di uso strettamente personale di ciascuno dei coniugi ed i loro accessori: vedi i capi di abbigliamento, le scarpe, le borse, ecc.;
  • i beni strumentali all’esercizio della professione, tranne quelli destinati alla conduzione di un’azienda facente parte della comunione. Si pensi ad un medico che svolge la propria attività privatamente. Gli strumenti che utilizza a tal fine sono beni personali come il lettino per le visite, l’apparecchio per fare l’elettrocardiogramma, quello per l’ecocardiogramma, ecc.
  • i beni ottenuti a titolo di risarcimento danni. Ad esempio, se la moglie a seguito di un incidente stradale riporta delle lesioni, la somma che le verrà corrisposta dall’assicurazione a titolo di risarcimento, non entrerà nella comunione. Allo stesso modo, è un bene personale la pensione relativa alla perdita parziale o totale della capacità lavorativa;
  • i beni comprati con il denaro che deriva dalla vendita dei beni personali, purché ciò sia espressamente dichiarato nell’atto di acquisto.

Inoltre, se uno dei coniugi acquista un bene immobile o un bene mobile registrato (vedi una barca), lo stesso non rientra nella comunione qualora vi sia il consenso dell’altro coniuge che partecipa all’atto di acquisto e conferma che si tratta di un bene personale.

Come si amministrano i beni in comunione

Marito e moglie gestiscono in maniera disgiunta, ovvero autonomamente, i beni che fanno parte della comunione. Se, però, devono compiere atti che eccedono l’ordinaria amministrazione (vedi la stipula di un contratto di compravendita di un bene in comunione), la decisione deve essere presa da entrambi congiuntamente [3].

Se uno dei coniugi non è d’accordo, l’altro può rivolgersi all’autorità giudiziaria per ottenere l’autorizzazione alla stipula dell’atto, se risulta necessario per la famiglia [4]. Allo stesso modo, se uno dei coniugi è lontano o è impedito, l’altro deve chiedere l’autorizzazione al giudice prima di compiere l’atto.

Se il marito o la moglie si trova nell’impossibilità di amministrare o ha male amministrato la comunione, l’altro può chiedere al giudice di escluderlo dall’amministrazione.

Quando un coniuge compie un atto senza il consenso dell’altro, si distinguono due ipotesi:

  1. se l’atto riguarda beni immobili o beni mobili registrati e non è convalidato, è annullabile;
  2. se l’atto ha ad oggetto beni mobili diversi da quelli ricadenti nel caso precedente, il coniuge che lo ha compiuto senza il consenso dell’altro, è obbligato su istanza di quest’ultimo a ricostituire la comunione nello stato in cui si trovava prima oppure, se ciò non sia più possibile, deve pagare l’equivalente secondo i valori correnti all’epoca della ricostituzione della comunione [5].

Come possono soddisfarsi i creditori della comunione

I creditori possono soddisfarsi sui beni ricadenti nella comunione in quanto gli stessi rispondono:

  • di tutti i pesi e gli oneri gravanti su di essi al momento dell’acquisto come nel caso dell’acquisto di un immobile gravato da servitù o da ipoteca;
  • di tutti i carichi dell’amministrazione;
  • di ogni obbligazione contratta dai coniugi, anche separatamente, nell’interesse della famiglia (si pensi alle spese per il mantenimento della famiglia e a quelle per l’istruzione e l’educazione dei figli);
  • di ogni obbligazione contratta dai coniugi congiuntamente.

I creditori particolari dei coniugi non possono soddisfarsi sui beni della comunione ma solo sui beni personali del debitore, tranne il caso in cui non siano sufficienti. In ogni caso va rispettato il limite del valore della quota del debitore, rappresentato dal 50%, e comunque non bisogna entrare in conflitto con i creditori della comunione, poiché questi ultimi vengono sempre preferiti.

Quando si scioglie la comunione

La comunione si scioglie:

  • per la morte di uno dei coniugi;
  • quando viene pronunciata una sentenza di divorzio o in caso di separazione legale dei coniugi, sia giudiziale sia consensuale;
  • se viene dichiarata l’assenza o la morte presunta di uno dei coniugi;
  • nell’ipotesi di annullamento del matrimonio;
  • nel caso di fallimento di uno dei coniugi;
  • in caso di separazione giudiziale dei beni pronunciata per l’interdizione [6] o l’inabilitazione di uno dei coniugi [7] oppure di cattiva amministrazione della comunione;
  • per convenzione tra i coniugi.

note

[1] Art. 177 cod. civ.

[2] Art. 179 cod. civ.

[3] Art. 180 cod. civ.

[4] Art. 181 cod. civ.

[5] Art. 184 cod. civ.

[6] L’interdizione riguarda il maggiorenne o il minore emancipato (ossia il minore che ha contratto matrimonio e che si considera ‘emancipato’ di diritto) che versa in una condizione di abituale infermità di mente e che per questo è incapace di provvedere ai propri interessi.

[7] L’inabilitazione riguarda il soggetto che presenta un’infermità mentale meno grave di quella che giustifica un’interdizione oppure che per prodigalità o per l’abituale abuso di bevande alcoliche o di sostanze stupefacenti può recare un grave pregiudizio economico a sè stesso o alla sua famiglia. Può essere inabilitato anche il sordo e il non vedente dalla nascita se non ha ricevuto un’educazione sufficiente e sempre che risulti del tutto incapace di provvedere ai propri interessi.


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