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Proposte indecenti sul posto di lavoro: quali rischi?

16 Gennaio 2021
Proposte indecenti sul posto di lavoro: quali rischi?

Tutela dei lavoratori nei confronti di colleghi e datori di lavoro che avanzano proposte sessuali. I reati connessi alle molestie e agli atti persecutori. 

Secondo una ricerca svolta dall’Istat nel 2018, gli italiani che avrebbero subito molestie sul posto di lavoro sarebbero 12.570.000. Di questi, il 70% sarebbero donne. Sebbene il dato, rispetto alle casistiche riscontrate in un precedente report del 2008, sia in flessione, costituisce comunque argomento di riflessione.

Laddove non arriva il rispetto per la professionalità di colleghi o sottoposti, la legge italiana dispone di appositi strumenti normativi in grado di punire chi si macchia di reati di molestie ai danni altrui. Come avrai già capito, in questo articolo parliamo di proposte indecenti sul posto di lavoro e vediamo quali rischi corre chi prende a cuor leggero i reati connessi all’invadenza fisica, emotiva e sessuale.

Avances sul posto di lavoro: cosa si rischia?

L’Italia, si sa, è una Repubblica fondata sul lavoro [1]. Così recita la Costituzione e, tra le righe, sembra di poter leggere, tra le tante altre cose, anche un invito solenne alla professionalità.

La capacità, le competenze e la preparazione dimostrate sul posto di lavoro sono qualità sacrosante e non devono essere contaminate da valori alieni.

È il caso, solo per fare un esempio, di datori di lavoro che abusano della loro posizione per togliersi qualche “capriccio”, ovvero di chi, in seguito al rifiuto di proposte indecenti rivolte a colleghe o colleghi, mina l’altrui professionalità con atteggiamenti sleali.

Ma cosa rischia chi fa proposte indecenti sul posto di lavoro? Alla prima, verrebbe da rispondere che, chi destabilizza la sensibilità sessuale altrui, corre il rischio di vedersi limitare la propria libertà personale.

Tuttavia, poiché vogliamo offrire al lettore un quadro normativo più completo possibile, ci teniamo a dire che, facendo avances sessuali sul posto di lavoro, vi è la probabilità di incorrere in questi tre reati:

  1. reato di violenza privata;
  2. reato di violenza sessuale;
  3. reato di atti persecutori (stalking).

Analizziamo, nel dettaglio, questi tre comportamenti avversi alla legge.

Violenza privata: in cosa consiste?

Si incorre nel reato di violenza privata quando ci si avvale della violenza e della minaccia per obbligare altre persone a fare, tollerare, ovvero omettere qualcosa [2].

Pensiamo, per esempio, a una figura gerarchicamente superiore che, avvalendosi di tale posizione, si conceda il lusso di fare proposte indecenti alle sue dipendenti, minacciandole di licenziarle nel caso in cui queste raccontino l’accaduto a qualcuno.

La legge italiana punisce, con reclusione fino a quattro anni, chiunque faccia uso di violenza e minacce al fine di raggiungere un determinato obiettivo [3]. Poiché i concetti di “minaccia” e “violenza” possono dare spazio a svariate interpretazioni, la dottrina ha inteso delineare meglio i tratti di tali comportamenti.

Nello specifico, la minaccia assume confini molto estesi e il ventaglio di condotte che rientrano in tale imposizione prescinde dal grado e dai mezzi usati.

Anche la violenza è soggetta a un’interpretazione estensiva e si distingue una violenza propria, quando si impiega l’energia fisica, da una violenza impropria, che invece si persegue quando si utilizza qualunque altro tipo di mezzo.

Un tipico atteggiamento da violenza impropria è far ubriacare la vittima, narcotizzarla, ovvero usare sostanze stupefacenti.

In ogni caso, se la violenza e la minaccia sono perpetrate sul posto di lavoro, si rischiano quattro anni di carcere. Senza contare che, se dalle parole si passa ai fatti, e cioè se il datore di lavoro licenzia davvero un/una dipendente, il licenziamento si considera nullo, perché discriminatorio.

In tal caso, il datore non solo dovrà integrare il lavoratore ingiustamente licenziato, ma dovrà anche pagargli tutti gli stipendi arretrati.

Quando si può parlare di reato di violenza sessuale?

Il reato di violenza sessuale protegge i lavoratori dall’abuso di autorità, oltre che dalle vessazioni e dalle minacce [4]. Infatti, quando qualcuno, sul posto di lavoro, assume atteggiamenti coercitivi al fine di raggiungere uno scopo sessuale, la legge punisce il responsabile con una pena detentiva che può andare da 6 a 12 anni [5].

Ma cosa si intende per violenza sessuale? Questo reato si commette quando le parole cedono il posto ad approcci fisici, ossia quando si assumono comportamenti ascrivibili alla sfera degli atti sessuali. Il legislatore ha permesso di distinguere tali manifestazioni in due grandi gruppi:

  • atti sessuali oggettivi;
  • atti sessuali soggettivi.

Gli atti sessuali oggettivi sono quelli universalmente riconosciuti dalla scienza e che presuppongono la diretta stimolazione delle zone erogene.

La categoria di atti sessuali soggettivi, invece, abbraccia tutti quei comportamenti anche vagamente correlati al raggiungimento del piacere sessuale. Questo significa che anche un bacio o un abbraccio possono, potenzialmente, essere considerati come atto sessuale e, quindi, rimandare al reato di violenza.

Per stabilire se un atteggiamento o un comportamento violino la sessualità di un individuo, occorre prendere in considerazione la condotta complessiva della parte attiva, il contesto in cui l’atto è avvenuto, nonché il rapporto che intercorre con il soggetto offeso.

Tizio, noto e impenitente corteggiatore di donne, è attratto dalla sua collega Caia. Questa, che non prova alcun tipo di interesse nei confronti del suo compagno di lavoro, limita i contatti alla sfera professionale. Nel tentativo di dimostrare il suo interesse nei confronti di Caia, Tizio, prima di lasciare l’ufficio, abbraccia la collega sfiorandole il collo con le labbra e dandole anche un bacio sulla guancia.

Un comportamento del genere può configurarsi come reato di violenza sessuale? Assolutamente sì, trattandosi di atto sessuale soggettivo.

Stalking sul posto di lavoro

Torniamo un attimo all’esempio ora riportato relativo al comportamento di Tizio nei confronti della sua collega. Non è inverosimile pensare che, sentendosi rifiutato, il dongiovanni metta in atto una serie di atteggiamenti, protratti nel tempo, volti a soddisfare la sua sete di curiosità, pedinando Caia per conoscere il suo stile di vita o facendole telefonate anonime.

Quando questi atteggiamenti superano la mera episodicità, si configurano come reato di stalking e, quindi, Caia ha tutto il diritto di querelare Tizio, che rischia la reclusione da un minimo di un anno a un massimo di sei anni e sei mesi [6].


note

[1] Art. 1 Cost.

[2] Art. 610 cod. pen.

[3] Art. 610 co. 1 cod. pen.

[4] Art. 609-bis cod. pen.

[5] ibidem.

[6] Art. 612-bis co. 1 cod. pen.


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