Cronaca | News

Covid: quando può arrivare il picco

11 Novembre 2020
Covid: quando può arrivare il picco

Le previsioni sul periodo in cui si verificherà il maggior numero di contagi all’interno della seconda ondata.

Fin dalla fase 1 della pandemia, matematici e fisici hanno aiutato a capire cosa ci si sarebbe potuti aspettare, attraverso proiezioni in base ai dati disponibili. È possibile anche adesso fare previsioni sul futuro prossimo dell’epidemia di Coronavirus in Italia.

Lo ha fatto Roberto Battiston, fisico che lavora per l’Università di Trento. Intervistato dall’agenzia di stampa Ansa, ha spiegato come riuscire a capire quando si raggiungerà il picco, nella seconda ondata.

Secondo i suoi calcoli, considerando le ultime restrizioni volute dal Governo, il numero massimo di casi si verificherà a inizio dicembre, sempre che i contagi continuino a registrare l’andamento rallentato che si è visto a fine ottobre. A quel punto, la curva invertirebbe il suo corso e diventerebbe discendente.

«Usando i dati disponibili per calcolare il tasso di crescita possiamo estrapolare l’andamento del totale del numero degli infetti attivi nel corso delle prossime settimane – ha spiegato Battiston all’Ansa -. Se l’attuale tendenza di riduzione del tasso di crescita si mantiene, e il Dpcm degli inizi di novembre dovrebbe contribuire in tal senso, si prevede che a livello nazionale si raggiunga il picco agli inizi di dicembre per poi iniziare a scendere. Il numero degli infetti attivi a quel punto potrebbe raggiungere il milione, o forse meno se gli effetti dell’ultimo Dpcm saranno più marcati o se si aggiungeranno chiusure totali o parziali di altre regioni».

Lo studioso ritiene che la crescita vertiginosa di ottobre sarebbe stata presto insostenibile. Bisognerà constatare se le limitazioni contenute nell’ultimo decreto funzioneranno. Lo si capirà non prima del 14-15 novembre. Per ora, si contano circa trentamila nuovi casi ogni giorno.

All’Ansa, Battiston chiarisce che il virus si muove in base a due variabili: la frazione di persone infette presenti nella popolazione e la quantità dei contatti. Il fisico spiega che, mentre «in gennaio-febbraio la quantità di infetti nella popolazione era piccola, ma c’erano tantissimi contatti perché le persone con il virus, non essendo note, andavano ovunque», adesso le cose sono cambiate.

«Il ritmo di crescita – prosegue, ai microfoni dell’agenzia di stampa – è 4-5 volte più basso, ma siamo partiti a fine settembre da decine di migliaia di casi». Il motivo, probabilmente, sta nell’«effetto diretto e indiretto della riapertura delle scuole, senza avere adeguatamente organizzato l’infrastruttura complessiva, inclusi trasporti, sport di contatto e le attività sociali dei giovani in generale».



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