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Sexting: quando è reato

12 Novembre 2020
Sexting: quando è reato

Ricevere foto di minorenne nuda: cosa si rischia penalmente? 

La pratica del sexting è ormai assai diffusa. In sé per sé, non c’è nulla di male a inviare foto di sé stessi nudi, con la consapevolezza dei rischi che ciò comporta in caso di revenge porn. Ma in alcuni casi, invece, la legge punisce chi chiede e riceve immagini hot. A spiegare quando il sexting è reato è stata una recente sentenza della Cassazione [1]. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Sexting con minorenni: è reato

Chi chiede e riceve immagini di una persona minorenne ritratta nuda, anche se consenziente, commette reato di pornografia minorile. Tale illecito scatta quando la persona adulta intrattiene una conversazione online col soggetto minore di 18 anni, convincendolo ad inviare autoscatti erotici. 

Dunque, se avere un rapporto sessuale, o semplicemente chiedere di avere un rapporto sessuale, a una persona con almeno 14 anni non è reato, lo diventa invece nel momento in cui si chatta e, nella chat, sono comprese foto o video del minorenne. In questo caso, per non rischiare alcun reato bisogna sincerarsi che l’altra parte abbia almeno 18 anni. Come detto, la pedopornografia scatta da 1 a 17 anni.

Nel caso deciso dalla Corte, un uomo adulto era finito sotto accusa per le foto erotiche a lui inviate da una ragazzina di 14 anni. Un classico caso di sexting quindi. A rendere grave la sua posizione è stata la constatazione che egli avesse portato avanti nel tempo una conversazione digitale – e a sfondo sessuale – con la ragazzina, spingendola a realizzare i selfie e inviarglieli.

Inevitabile l’accusa di pornografia minorile. Conseguente quindi anche l’applicazione della misura cautelare decisa in questa vicenda, ossia “obbligo giornaliero di presentazione alla polizia giudiziaria”.

Secondo la Cassazione, il reato sussiste anche se l’autoscatto del minore è consensuale, spontaneo e perciò espressione di libera autodeterminazione dello stesso. Insomma, non c’è bisogno di alcuna costrizione o strumentalizzazione della vittima. 

Il principio dettato dalla Suprema Corte è quello secondo cui «risponde del delitto di pornografia minorile anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzando l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata». In sostanza, «tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore, che implica una strumentalizzazione del minore stesso, sebbene l’azione sia posta in essere solo da quest’ultimo», aggiungono i giudici.

Al contrario, non c’è reato se è il minore che, senza alcuna richiesta o sollecitazione, invia da sé una foto che lo ritrae nudo. In questo caso, l’adulto non commette alcun illecito penale non avendo indotto il minore a farlo neanche con una semplice richiesta. 

Insomma, il reato di pornografia minorile non scatta solo se il sexting è spontaneo, dal momento della sua creazione all’invio della foto erotica. 

Inviare foto hot a un minorenne è reato?

Che succede se, invece, è il minorenne a ricevere, e non a inviare, le foto erotiche? Secondo la Cassazione, è considerato reato di violenza sessuale se c’è anche una minaccia, nei confronti della vittima, a inviare anch’essa lo stesso materiale.

In assenza di pressioni, non è possibile neanche parlare del reato di corruzione di minorenne. L’articolo 609-quinquies del Codice penale dice che chiunque compie atti sessuali in presenza di persona minore di anni quattordici, al fine di farla assistere, è punito con la reclusione da uno a cinque anni. La medesima norma aggiunge che alla stessa pena soggiace chiunque fa assistere una persona minore di anni quattordici al compimento di atti sessuali, ovvero mostra alla medesima materiale pornografico, al fine di indurla a compiere o a subire atti sessuali. Ebbene, si evince chiaramente da questo articolo che, affinché possa integrarsi il reato in questione, non è sufficiente mostrare al minore di quattordici anni una o più immagini pornografiche, ma è necessario che tale condotta sia finalizzata a far compiere o subire al predetto atti sessuali.

Leggi sul punto “Foto pornografiche inviate a minore: è reato?“.

Chiedere un rapporto sessuale a un minore è reato?

Se è vero che chiedere una foto hot a un minore è reato, non lo è invece chiedergli – anche in chat – un rapporto sessuale, a meno che il minore abbia meno di 14 anni.

Dunque, il semplice testo non costituisce reato neanche se viene esplicitamente o implicitamente richiesto un rapporto sessuale a meno che la “vittima” abbia 13 anni o meno. Infatti, se insieme alle parole, c’è l’invito a consumare una relazione fisica si commette reato solo se la ragazza ha da 1 a 13 anni.

Se però, in cambio del rapporto sessuale, viene promessa una ricarica del telefono o altra utilità economica (ad esempio, denaro), il reato si consuma se la ragazza ha meno di 18 anni. La prostituzione è vietata solo con minorenni, mentre è legale con chi ha più di 18 anni.

Sexting con maggiorenni: è reato?

Il sexting tra maggiorenni consenzienti non è reato. Diventa reato invece la condotta della successiva diffusione dell’immagine a terzi. In questo caso, scatta il reato di revenge porn.

Il revenge porn punisce la cessione di contenuti hard senza il consenso di chi li ha realizzati, a prescindere dall’età della persona ritratta. Quindi, può trattarsi anche di un maggiorenne.

L’elemento del consenso è essenziale per ritenere la condotta lecita. Ma il consenso può anche essere estorto con la minaccia o la violenza psicologica. È tipico il caso del ricatto. Si pensi a chi minacci una persona di diffondere una chat o un’immagine se questa non acconsentirà a inviargli una foto hot. In casi come questi, il sexting diventa reato.  

Inviare foto hard non richieste è reato?

Che succede infine se ad essere consenziente è solo la persona che invia le foto? Inviare foto hot a una persona che non l’ha chiesto può costituire reato? Inviare materiale porno a una persona maggiorenne, non è reato anche se non richiesto.

L’illecito penale scatta solo quando la condotta viene posta in un luogo pubblico o a mezzo del telefono. Ebbene, a detta della Cassazione, le messaggerie come quella di Facebook Messenger o WhatsApp – per quanto si valgano di apposite app installate sullo smartphone – non sono equiparabili al telefono in senso tradizionale come forma di comunicazione diretta, né possono considerarsi comunicazioni «in luogo pubblico» attesa la riservatezza delle stesse. Il destinatario delle immagini può ben sottrarsi alla loro visione, magari bloccando il mittente o cancellando il contenuto della chat prima ancora di aprirla.


note

[1] Cass. sent. n. 31192/2020 del 9.11.2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 10 settembre – 9 novembre 2020, n. 31192

Presidente Sarno – Relatore Noviello

Ritenuto in fatto

1. Il tribunale di Bologna adito ai sensi dell’art. 310 c.p. dal P.M. del medesimo tribunale, con ordinanza del 13 dicembre 2019 in parziale accoglimento dell’appello applicava a D’An. Ma. la misura cautelare dell’obbligo giornaliero di presentazione alla p.g. in relazione ai reati di cui agli artt. 81 600 ter c.p. (capo a).

2. Avverso la pronuncia del tribunale sopra indicata, propone ricorso per cassazione D’An. Ma. mediante il proprio difensore, che solleva due motivi di impugnazione.

3. Con il primo motivo deduce il vizio ex art. 606 comma 1 lett. e) cod. proc. pen. rilevando come siano prive di rilevanza penale le condotte di chi riceva auto – scatti erotici della presunta vittima nel contesto di conversazioni digitali di tipo sessuale, posto che l’autoscatto generalmente sarebbe espressione di libera autodeterminazione, così da escludere rapporti di strumentalizzazione e degrado della personalità del minore. Richiesti invece per la sussistenza del reato ex art. 600 ter comma 1 c.p. Con l’ulteriore considerazione per cui la condotta configurata in ordinanza integrerebbe la diversa ipotesi di cui all’art. 600 quater c.p., che punisce il soggetto diverso dal produttore del materiale, posto che per le due foto detenute dal ricorrente e ritraenti le parti intime di una minore, di anni 14, lo stesso non risulta produttore, trattandosi di autoscatti spontaneamente realizzati, e considerata l’assenza di una posizione di abuso dell’agente rispetto alla ritenuta vittima, stante l’esistenza piuttosto di una relazione paritaria tra i soggetti coinvolti.

4. Con il secondo motivo prospetta il vizio ex art. 606 comma 1 lett. c) ed e) cod. proc. pen., posto che il tribunale non avrebbe valutato la probabilità di commissione di altri reati alla luce della personalità dell’indagato o della sua condizione psicologica, così omettendo ogni verifica sulle occasioni di possibile ricaduta. Né avrebbe verificato la idoneità e proporzionalità della misura disposta, in realtà inadeguata a fronteggiare il pericolo di reiterazione, posto che le condotte sono state realizzate mediante comunicazioni a distanza. Così assolvendo la misura ad una funzione di diffida che non le è propria.

Considerato in diritto

1. Il primo motivo è manifestamente infondato. Il tribunale ha fatto corretta applicazione del principio per cui risponde del delitto di pornografia minorile, punito dall’art. 600-ter, comma primo, n. 1, cod. pen. anche colui che, pur non realizzando materialmente la produzione di materiale pedopornografico, abbia istigato o indotto il minore a farlo, facendo sorgere in questi il relativo proposito, prima assente, ovvero rafforzando l’intenzione già esistente, ma non ancora consolidata, in quanto tali condotte costituiscono una forma di manifestazione dell’utilizzazione del minore, che implica una strumentalizzazione del minore stesso, sebbene l’azione sia posta in essere solo da quest’ultimo (cfr. Sez. 3 – n. 26862 del 18/04/2019 Rv. 276231 – 01 P.). In tale cornice giuridica si pongono le considerazioni del collegio, laddove accertando l’influenza causale dell’istigazione operata dall’indagato, secondo un giudizio di fatto immune da vizi e quindi non censurabile in questa sede, ha posto in evidenza la stretta correlazione tra gli autoscatti e il relativo invio da parte della vittima da una parte, e i messaggi, dal corrispondente contenuto, inoltrati dal ricorrente, e diretti nella medesima direzione; così sottolineando la strumentalizzazione e utilizzo della minore e confutando la tesi, del tutto unilaterale quanto assertiva, della spontaneità delle condotte della medesima.

2. Anche il secondo motivo è infondato. Il pericolo di reiterazione è stato congruamente motivato alla luce della sintomaticità delle condotte, per nulla occasionali, rispetto ad impulsi sessuali dell’indagato recenti e in alcun modo controllati ed a fronte dell’assenza di iniziative volte a governare la rilevata deviazione sessuale. Così delineando ragionevolmente – ancora una volta smentendo la tesi difensiva circa la mancata valutazione dei presupposti del pericolo di recidivanza, invero elaborata trascurando le argomentazioni dei giudici sopra riassunte e così incorrendo in difetti di specificità estrinseca (cfr. per tutte Sez. 5, n. 28011 del 15/02/2013, Sammarco, Rv. 255568) -, una personalità incline alla ripetizione dei reati ipotizzati. Congrua e puntuale è altresì la motivazione della misura applicata, coerente rispetto alle esigenze cautelari ravvisate, di reiterazione di reati analoghi, cosicché risulta ragionevolmente funzionale a fronteggiare il pericolo di commissione dei medesimi. A tale ultimo riguardo occorre sottolineare che con particolare riguardo all’obbligo di presentazione alla p.g., la funzione deterrente della misura prescelta rispetto al pericolo di reiterazione di reati non va identificata solo nella specifica capacità di incidenza materiale, della misura, sulle probabili condotte criminali, bensì anche sul piano della idoneità della misura, nel contesto della valutazione complessiva, oltre che delle condotte, anche della personalità dell’interessato, di fronteggiare il pericolo di reiterazione anche agendo sul piano della riflessione psicologica dell’agente, nel senso di dispiegare, per la sua sussistenza e modalità di applicazione, un’efficacia dissuasiva rispetto a nuove iniziative criminali.

3. Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto che il ricorso debba essere rigettato, con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali. Manda alla cancelleria per gli adempimenti di cui all’art. 28 reg. esec. cod. proc. pen.

 


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