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Affitto: quando è favoreggiamento della prostituzione?

13 Novembre 2020 | Autore:
Affitto: quando è favoreggiamento della prostituzione?

Locare una casa ad alcune prostitute è reato? Quando il contratto di affitto agevola il meretricio? Quando l’affitto è sfruttamento della prostituzione?

Può un semplice contratto di locazione far scattare un reato grave come il favoreggiamento della prostituzione? Sì, se c’è l’intento di agevolare l’attività degli inquilini. L’affermazione può risultare alquanto strana se solo si pensa che il proprietario, nel momento in cui concede in affitto la propria casa, è tenuto contrattualmente ad assicurare il buono stato della cosa locata e a garantirne il pacifico godimento. Quand’è che allora scatta il reato? Quando l’affitto è favoreggiamento della prostituzione?

Il reato di favoreggiamento della prostituzione scatta quando il proprietario di casa non si limita a riscuotere il canone pattuito, ma pone in essere delle condotte che agevolano l’attività di meretricio. È il caso del locatore che suddivide l’abitazione in mini-appartamenti che possano favorire gli incontri con i clienti, oppure del padrone di casa che rimuove il citofono o il campanello per impedire che il viavai di persone possa arrecare disturbo ai vicini. È quanto statuito dalla Corte di Cassazione. Se l’argomento ti interessa, prosegui nella lettura: vedremo quando il locatore commette favoreggiamento della prostituzione.

Il reato di favoreggiamento della prostituzione

Il favoreggiamento della prostituzione è un reato punito con la reclusione da due a sei anni [1].

A differenza dello sfruttamento, il favoreggiamento della prostituzione implica una condotta agevolativa della vendita della prestazione sessuale. Chi favorisce la prostituzione non necessariamente se ne arricchisce, ma semplifica il lavoro della prostituta. L’aiuto fornito può essere occasionale, purché idoneo a facilitare la vendita della prestazione sessuale.

Favoreggiamento della prostituzione: quando è reato?

Le ipotesi di favoreggiamento della prostituzione sono davvero tante. Secondo la giurisprudenza, chi abitualmente accompagna sul “posto di lavoro” una prostituta (anche se è la fidanzata) commette il reato di favoreggiamento della prostituzione [2].

Secondo i giudici, rischia il favoreggiamento della prostituzione l’inserzionista (su giornale cartaceo o sito web) che, anziché limitarsi a pubblicare l’annuncio della escort, si attiva affinché l’annuncio risulti più allettante, agevolando così l’approccio con la prostituta [3].

Allo stesso modo, incorre nel reato di favoreggiamento della prostituzione chi procura appuntamenti ad una persona che offre prestazioni sessuali.

Per la giurisprudenza, non costituisce di per sé favoreggiamento la vendita di preservativi fatta proprio sul luogo degli incontri, a meno che non si dimostri che questa attività incrementi effettivamente il lavoro delle prostitute [4].

Affitto casa: quando è favoreggiamento della prostituzione?

È reato dare in affitto una stanza o l’intero appartamento a una prostituta? Di per sé, no. Può tuttavia divenire una condotta illecita al ricorrere di alcune circostanze.

Affittare una casa affinché in essa si eserciti il meretricio può costituire reato. Per la precisione, il locatore risponde di favoreggiamento della prostituzione ogni volta che non si limita a dare in affitto la casa, ma si adopera per facilitare l’attività delle prostitute.

Detto in altre parole, il proprietario che dà in affitto il proprio immobile verrà incriminato del reato di favoreggiamento della prostituzione se ha agevolato il meretricio degli inquilini, a prescindere da un suo guadagno.

Secondo la Corte di Cassazione [5], il proprietario che affitta la casa ad alcune prostitute e provvede a sistemare l’immobile in modo tale che ciascuna di esse possa avere la giusta privacy per ricevere i propri clienti, commette il reato di favoreggiamento della prostituzione.

Nel caso di specie, il locatore aveva suddiviso l’immobile in tre mini-appartamenti, consentendo così a ogni inquilino di ricevere in ciascuno di essi. Ma non solo: il proprietario aveva anche rimosso il campanello al fine di garantire una maggiore “riservatezza” alle prostitute e di non arrecare disturbo ai vicini.

Vano è stato il tentativo della difesa di dimostrare l’innocenza dell’imputato. A detta degli avvocati difensori, il frazionamento dell’unità immobiliare originaria era sintomatico solo della finalità di aumentare la redditività dell’immobile, mentre la disattivazione dell’unico campanello era funzionale al frazionamento della casa.

Per la Corte di Cassazione, una condotta del genere è invece chiaramente agevolativa dell’attività di meretricio. Sussistono pertanto gli estremi del reato di favoreggiamento della prostituzione.

Secondo i giudici, erano chiare le plurime circostanze, idonee nel ricostruire una condotta diretta a favorire effettivamente la prostituzione, andando esse ben oltre il mero servizio a favore della singola persona in quanto tale.

Affitto casa: quando è sfruttamento della prostituzione?

Affittare una casa è sfruttamento della prostituzione se dalla locazione il proprietario trae un guadagno economico per sé. È il caso del locatore che, ben consapevole dell’attività di meretricio che verrà svolta nell’appartamento, decide di fittarla a un prezzo esorbitante o, comunque, superiore a quello di mercato.

In pratica: se il proprietario trae un vantaggio economico dalla locazione, allora si avrà il delitto di sfruttamento della prostituzione; se, invece, il locatore si limita ad agevolare il meretricio, allora si avrà favoreggiamento della prostituzione.


Se il proprietario trae un vantaggio economico dalla locazione, allora si avrà il delitto di sfruttamento della prostituzione. Se, invece, il locatore si limita ad agevolare il meretricio, allora si avrà favoreggiamento della prostituzione.

note

[1] Legge n. 75 del 20.02.1958.

[2] Cass., sent. n. 28212 del 07.07.2016.

[3] Cass., sent. n. 49461 del 20.12.2012.

[4] Cass., sent. n. 30582 del 14.05.2004.

[5] Cass., sent. n. 30924 del 6 novembre 2020.

Autore immagine: Canva.com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 22 settembre – 6 novembre 2020, n. 30924
Presidente Ramacci – Relatore Noviello

Ritenuto in fatto

1. Con sentenza del 6 giugno 2019, la corte di Appello di Bologna in confermava la sentenza del 26 febbraio 2015 del tribunale di Bologna con cui Pa. Gi. era stato condannato in relazione al reato di cui all’art. 3 n. 8 della Legge n. 75 del 1958.
2 Avverso la pronuncia della predetta Corte di appello propone ricorso Pa. Gi., mediante il proprio difensore, deducendo un unico motivo di impugnazione.
2. Ha dedotto il vizio ex art. 606 comma 1 lett. b) cod. proc. pen. nonché il vizio di motivazione, rilevando come la corte di appello avrebbe motivato in maniera insufficiente in ordine al rilevato rapporto causale tra la condotta ascritta e l’attività di prostituzione, evidenziando come esso non potrebbe rinvenirsi nella mera locazione in nero di unità abitative, a favore di prostitute, in uno con il distacco del campanello, come invece ritenuto dai giudici di merito, essendo richiesto che si favorisca l’attività di meretricio e non semplicemente la persona che la esercita. Nel caso in esame, emergerebbe solo una attività di aiuto alla persona, attraverso la locazione di unità immobiliari a prezzo di mercato, né modificherebbe la ricostruzione difensiva il dato della consapevolezza, in capo all’agente, del fatto che in quei locali si svolgesse attività di prostituzione. Mancherebbe, in ultima analisi, nella motivazione della corte di appello, quel quid pluris idoneo a far individuare una concreta agevolazione del meretricio. Lo stesso frazionamento dell’unità immobiliare originaria sarebbe sintomatico solo della finalità di aumentare la redditività dell’immobile. Anche la disattivazione dell’unico campanello sarebbe funzionale al frazionamento intervenuto. Illogica, al contano, sarebbe la tesi per cui tale disattivazione sarebbe stata realizzata per evitare lamentele condominiali a fronte di ripetute scampanellate, essendo indimostrato che il suono del campanello sarebbe stato udito in tutte le altre abitazioni, mentre rimane logico solo il dato per cui tale suono, se non disattivato, avrebbe attinto indistintamente tutte le tre unità immobiliari frutto del frazionamento citato. In maniera contraddittoria il giudice avrebbe inoltre ricavato da vicende pregresse, oggetto di assoluzione, una situazione di antigiuridicità, laddove dalle stesse secondo i giudici l’imputato avrebbe desunto come evitare disavventure giudiziarie sul medesimo tema.
Con motivi aggiunti il ricorrente lamenta la violazione dell’art. 240 cod. pen., per essere stata disposta la confisca dell’immobile del ricorrente, rientrante per due terzi nella titolarità della società HRA s.r.l., soggetto estraneo al reato.

Considerato in diritto

1. Il ricorso è infondato. Propone una alternativa ricostruzione del fatto laddove i giudici del merito hanno operato una valutazione complessiva, insindacabile, di plurime circostanze, idonee nel ricostruire una condotta diretta a favorire effettivamente la prostituzione, andando esse ben oltre il mero servizio a favore della singola persona in quanto tale: in tal senso coerente appare la singolare circostanza – incontestata – dell’intervenuto affitto dei tre miniappartamenti frutto di frazionamento sempre e comunque a soggetti dediti alla prostituzione e la rimozione dell’unico campanello: situazioni coerenti con l’idea di favorire in maniera pregnante la medesima attività degli affittuari, sia anche consentendo eventualmente servizi “collettivi” o comunque iniziative di reciproco supporto sia in tal modo evitando lamentele da condomini non espletanti il medesimo “servizio” E in tale linea logica e fattuale, immune da vizi rilevabili in questa sede, si pone la rimozione dell’unico campanello, mai sostituito con tre distinti campanelli e come tale evidentemente funzionale ad evitare fastidi per gli altri condomini; laddove lo stesso ricorrente, come emerge dalla sentenza, ha affermato che la rimozione era volta a evitare fastidi sonori e, dunque, era ben ascoltabile, diversamente da quanto sostenuto in ricorso per sminuire la porta della eliminazione.
2. Inammissibile è altresì la questione sulla confisca proposta con memoria, sia quale censura nuova, neppure riconducibile ai profili critici sollevati in ricorso, sia perché inerente ad aspetti riguardanti diritti facenti capo non direttamente al ricorrente (come tale privo di interesse alla proposizione del motivo, cfr. (Sez. U, n.’29529 del 25/06/2009 (dep. 17/07/2009) Rv. 244110 – 01 De Marino).) bensì a terzi.
3. Sulla base delle considerazioni che precedono, la Corte ritiene pertanto che il ricorso debba essere rigettato con conseguente onere per il ricorrente, ai sensi dell’art. 616 cod. proc. pen., di sostenere le spese del procedimento.

P.Q.M.

rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali.


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