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Omicidio passionale: marito uccide la moglie, no alla provocazione per il tradimento di lei

19 Dicembre 2013
Omicidio passionale: marito uccide la moglie, no alla provocazione per il tradimento di lei

Al marito che uccide la moglie, non in preda ad un raptus ma in modo lucido e consapevole, non si applica l’attenuante della “provocazione” dovuta all’infedeltà di lei.

Sarebbe il caso di dire: “Ti amo da morire“, ma va da sé che l’amore per un’altra persona significa donare la propria vita, e non prendersi quella dell’altra. Insomma, in un messaggio d’amore non vi può mai essere un messaggio di morte. L’amore non uccide mai e chi arriva a farlo ha una visione distorta e patologica del sentimento amoroso.

Quindi il marito che uccide la moglie con una intensa volontà omicida, circostanza che può desumersi – per esempio – da uno strangolamento prolungato per alcuni minuti, non può poi godere di attenuanti [1] come quella della provocazione, per aver agito cioè in stato d’ira a seguito del tradimento della moglie.

Lo ha stabilito qualche giorno fa la Cassazione [2].

Lo stato d’ira – che comporta una riduzione della pena – altro non è che un raptus improvviso, un evento incontrollabile. Tale attenuante non può essere applicata, quindi, tutte le volte in cui il comportamento omicida venga posto quando – come nel caso di specie – la relazione sentimentale sia già in crisi da tempo; per cui anche un evento come il tradimento, conosciuto e sopportato per lungo tempo, si presume sia stato metabolizzato abbondantemente.


Se una persona viene uccisa non in preda ad un raptus ma in maniera lucida e consapevole, l’omicida, che per legge verrà comunque punito, non può beneficiare dell’attenuante della provocazione.

note

[1] Art.62 bis c.p.

[2] Cass. sent. n. 50639 del 16.12. 2013.

Autore immagine: 123rf.com


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