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L’avvocato negligente va pagato?

18 Gennaio 2021 | Autore:
L’avvocato negligente va pagato?

Quando si può rifiutare il compenso al legale che ha perso la causa per colpa di sue omissioni e trascuratezze.

Il tuo avvocato ti sta deludendo. Non è solerte, anzi è trascurato e si è rivelato disattento. Nel suo lavoro ci sono imprecisioni e ha commesso veri e propri errori. Ha dimenticato di citare testi e di produrre documenti importanti; ed infine ha lasciato trascorrere i termini per proporre appello avverso una sentenza sfavorevole.

Insomma i frutti della sua attività non si vedono e quando si realizzano non sono affatto buoni: le cause che ti ha curato non sono andate a buon fine e le hai perse. Hai appurato che l’esito negativo si è realizzato proprio per alcune omissioni di attività che avrebbe potuto, e dovuto, compiere. E il risultato sarebbe probabilmente stato diverso, se si fosse comportato con maggiore diligenza, quella che auspicavi nel momento in cui gli hai conferito l’incarico.

Così, per evitare che al danno si aggiunga la beffa, sei tentato di rifiutare il pagamento della sua parcella, oltre che citarlo in giudizio per ottenere il risarcimento dei danni.  Ma si può non pagare l’avvocato negligente? Oppure ha comunque diritto al compenso per l’attività prestata?

Alla domanda se l’avvocato negligente va pagato la giurisprudenza ha fornito diverse risposte, a volte ardue da comprendere. Tutto dipende, come vedremo, dalla probabilità di vittoria della causa senza le negligenze del legale; ma è un giudizio incerto e di carattere probabilistico. Di conseguenza, non è semplice accertare il vero danno subito dal cliente per la scarsa incisività delle attività svolte dal difensore negligente.

Così la Cassazione a volte afferma che l’avvocato mantiene il diritto al compenso anche quando non ha adottato la diligenza dovuta. Queste decisioni non ti sorprenderanno, una volta che avrai compreso i principi che governano questa materia e capirai quando si può rifiutare di pagare la parcella dell’avvocato la cui opera ti ha lasciato insoddisfatto.

La responsabilità professionale dell’avvocato

Tra l’avvocato e il cliente intercorre un contratto di prestazione d’opera intellettuale, che obbliga il professionista alla diligenza “media”, che non significa mediocre, bensì consiste in quella standard della categoria di riferimento, con l’aggiunta di quella specifica che il caso trattato richiede, se presenta alcune peculiarità. La diligenza infatti deve essere commisurata alla natura dell’attività esercitata [1] e quella degli avvocati è complessa, dunque richiede livelli elevati.

La legge presume che ciascun professionista sia nel suo ambito adeguatamente preparato e zelante nello svolgimento dei suoi compiti, dunque “bravo”. Soltanto nel caso in cui la prestazione comporti la soluzione di «problemi tecnici di speciale difficoltà» egli non risponde dei danni, tranne che in caso di dolo o colpa grave [2].

Altrimenti la responsabilità per i danni causati dall’inadempimento, di regola, sussiste sempre. Anche il codice deontologico forense impone uno specifico dovere di diligenza, mentre la legge professionale forense stabilisce l’obbligo per gli avvocati di contrarre una polizza assicurativa per la responsabilità civile proprio a copertura degli eventuali danni cagionati ai clienti.

Il diritto al compenso dell’avvocato

La Corte di Cassazione afferma che, trattandosi di un contratto di prestazione d’opera intellettuale, il diritto al compenso dell’avvocato scaturisce sin dal momento del conferimento del mandato cioè dell’incarico al legale per curare i propri interessi giuridici [3].

Ma sin qui siamo ancora ai principi generali; scendendo nello specifico, bisogna sottolineare che quella dell’avvocato è un’obbligazione di mezzi e non di risultato.  Questo significa che con il contratto l’avvocato si impegna a svolgere le prestazioni necessarie per curare in ambito legale e giudiziale gli interessi del cliente, ma non può e non deve garantire l’esito (come accade invece per i prestatori d’opera manuale, che si obbligano a realizzare una determinata attività, come l’imbiancatura di una parete, la riparazione di un’autovettura o la fornitura di merci e prodotti).

Quando l’avvocato è negligente

Quindi l’avvocato non può essere considerato inadempiente – e dunque responsabile dei danni nonché privo di diritto al compenso – per il fatto che non ha raggiunto il risultato sperato: egli si obbliga a difendere il suo assistito e ad eseguire tutte le attività a ciò necessarie, ma non assume anche l’impegno di vincere la causa; così come il medico, che cura il paziente ma non ne può garantire la guarigione.

Ma all’atto pratico questo non lo esime affatto dal compiere tutti gli sforzi necessari per raggiungere il risultato favorevole al proprio assistito. Ad esempio, se una sentenza lo vede soccombente, ma il difensore ha assunto il mandato dal cliente ad assisterlo anche nei successivi gradi di giudizio, egli è onerato a proporre appello, tempestivamente ed entro i termini prescritti, contro la sentenza di primo grado, ove essa contenga vizi e possa essere ribaltata.

Così l’avvocato viola i suoi doveri di diligenza in tutti i casi in cui non rispetta i termini previsti per compiere utilmente determinati adempimenti o non compie attività doverose previste nella specifica fase processuale (la costituzione in giudizio, la partecipazione alle udienze, gli adempimenti istruttori, come la citazione dei testi, e quelli formali come il deposito di comparse, memorie e note difensive, ecc.).

Per arrivare ad una negligenza “colpevole” e dunque tale da essere riconosciuta come fonte di negazione del compenso e di affermazione della responsabilità per i danni, però, tutto ciò deve avvenire in modo da creare un concreto pregiudizio agli interessi della parte assistita, come nei casi in cui si verificano preclusioni e decadenze che impediscono di compiere in futuro quelle attività per le quali è stabilito un preciso termine.

Se il cliente rifiuta di pagare

Se ciò si verifica, scatta l’eccezione di inadempimento [4] che legittima la parte incolpevole a non adempiere la propria prestazione quando la controparte non ha adempiuto la propria: così il cliente può non pagare l’avvocato che non ha rispettato il dovere di diligenza posto a suo carico. Ma tutto ciò non può avvenire automaticamente, in autotutela, bensì dovranno essere seguiti e rispettati i passaggi che ora descriveremo e che rappresentano requisiti necessari per arrivare a questo risultato.

Quando la causa è persa per colpa dell’avvocato

Nei casi di colpevole mancato rispetto di termini o adempimenti che abbiamo indicato, la negligenza professionale può dirsi accertata, ma questo ancora non basta. Per arrivare all’affermazione della responsabilità per colpa del professionista, e dunque non solo all’esenzione dal pagamento della parcella ma anche al risarcimento dei danni, occorre compiere un giudizio prognostico, di carattere probabilistico, per rispondere alla domanda: quale sarebbe stato l’esito del giudizio se l’avvocato avesse compiuto le attività omesse, trascurate o ritardate?

Talvolta, però, non è semplice dimostrare che, se l’avvocato avesse tenuto un comportamento diverso – cioè quello diligente, imposto dagli standard che abbiamo indicato – anche il risultato della causa sarebbe stato diverso. Ad esempio, se l’avvocato “dimentica” di proporre appello avverso una sentenza, che così diventa definitiva e passa in giudicato, è possibile affermare che l’impugnazione tempestivamente presentata avrebbe sortito l’effetto di ribaltare quella conclusione giudiziaria?

Per rispondere a questo non facile quesito bisogna ricorrere per forza di cose a un criterio di probabilità, per desumere, a posteriori, che senza quell’omissione il risultato favorevole al cliente avrebbe potuto realizzarsi. Intanto hai già intuito che non sempre se l’avvocato è negligente il cliente può chiedergli i danni. Vediamo ora in cosa consistono i passaggi successivi.

Come dimostrare i danni causati dalla negligenza dell’avvocato

Abbiamo appena visto che anche se la causa è persa per colpa dell’avvocato non basta provare l’inadempimento del professionista, cioè la sua negligenza; bisogna provare anche qual è l’effettivo danno subito dal cliente in conseguenza di questa negligenza. Il criterio è che il primo deve derivare derivare direttamente dalla seconda, senza altri fattori causali intermedi: è il cosiddetto nesso eziologico che deve sussistere tra l’evento di danno e la condotta, altrimenti il risarcimento è precluso e il pagamento del compenso può essere dovuto.

La Cassazione in proposito afferma che «la responsabilità dell’esercente la professione forense non può affermarsi per il solo fatto del mancato corretto adempimento dell’attività professionale, occorrendo verificare se, qualora l’avvocato avesse tenuto la condotta dovuta, il suo assistito avrebbe conseguito il riconoscimento delle proprie ragioni, difettando altrimenti la prova del necessario nesso eziologico tra la condotta del legale ed il risultato derivatone» [5]

Senza negligenza il cliente avrebbe vinto?

A questo punto entrano in gioco i criteri probabilistici ai quali abbiamo accennato, che sono necessari per stabilire se, senza la negligenza dimostrata dall’avvocato, il risultato avrebbe potuto essere diverso, cioè favorevole al cliente: il giudice compirà mentalmente una valutazione, sostituendo la condotta negligente con quella diligente e ragionerà in modo da stabilire se in tal caso l’esito avrebbe potuto essere vittorioso per l’assistito.

Sarà, appunto, una valutazione prognostica, connotata non dalla certezza – che è impossibile da stabilire – ma piuttosto da una ragionevole probabilità di vittoria nella causa se l’attività difensiva fosse stata svolta in maniera corretta, adeguata, tempestiva e dunque diligente. In caso affermativo, sussisterà il diritto del cliente male assistito a ricevere il risarcimento e a non pagare il compenso per le attività prestate dall’avvocato negligente, sempreché, come abbiamo detto, ci sia la prova del danno e del nesso causale.

Quando l’avvocato negligente va pagato comunque

E’ quasi inutile dire che questa attività comporta un notevole sforzo probatorio a carico del cliente che voglia dimostrare in giudizio la responsabilità professionale dell’avvocato negligente e i danni patiti da questo suo comportamento. La strada per negare il pagamento della parcella all’avvocato è dunque piuttosto ardua, ma non impossibile da percorrere, soprattutto nei casi di negligenza evidente e conclamata in cui emerge chiaramente che la causa è persa per colpa dell’avvocato.

Però in alcuni casi la Cassazione, applicando i principi che abbiamo indicato, afferma che l’avvocato negligente va pagato comunque. In una nuova pronuncia, la Suprema Corte [6] ha affermato che l’omissione non basta a far perdere al legale il diritto al compenso, ma spetta al cliente provare che senza di essa avrebbe molto probabilmente vinto la causa.

Il caso deciso riguardava un cliente che aveva perso l’indennizzo dall’assicurazione per un furto subito in un negozio. La negligenza del difensore consisteva nella tardività della produzione documentale in giudizio (mancava proprio il contratto di assicurazione), operata oltre i termini previsti dal Codice di procedura civile [7] che, come tutti gli avvocati ben sanno sono perentori.

Dunque era un caso di negligenza inescusabile e infatti la Corte d’Appello aveva stabilito che il cliente non dovesse versare nessun compenso all’avvocato. Ma nonostante ciò la Cassazione ha ribaltato il giudizio, perché non era dimostrato il legame fra tale omissione e la perdita della causa contro l’assicurazione.

Questa conclusione, però, non è definitiva: gli Ermellini hanno annullato con rinvio la sentenza impugnata, chiedendo ai giudici di merito di verificare l’entità del danno effettivamente patito dal cliente e di dimostrare meglio che senza le inadempienze del legale avrebbe con ogni probabilità ottenuto un esito favorevole.

Perciò le omissioni dell’avvocato non bastano per provocare l’automatica perdita del suo compenso e l’assistito dovrà provare che in conseguenza di esse ha subito un preciso danno economicamente valutabile. È dunque possibile non pagare l’avvocato quando risulta chiaramente che la sua negligenza ha pregiudicato gli interessi del cliente, e ciò richiede la misurazione, con giudizio probabilistico, delle possibilità di vittoria che si sarebbero avute se il mandato difensivo fosse stato adempiuto in maniera diligente.


note

[1] Art. 1176, comma 2, Cod. civ.

[2] Art. 2236 Cod. civ.

[3] Cass. ord. n. 27466/19 del 28 ottobre 2019.

[4] Art. 1460 Cod. civ.

[5] Cass. sent. n. 17414/19 del 28 giugno 2019.

[6] Cass. ord. n. 25464/20 del 12 novembre 2020.

[7] Art. 183, comma 6, Cod. proc. civ.


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