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Ricorso per Cassazione nel processo civile

20 Gennaio 2021 | Autore: Vincenzo Delli Priscoli
Ricorso per Cassazione nel processo civile

L’ultima possibilità per ribaltare una sentenza sfavorevole pronunciata dal giudice d’appello nel secondo grado di giudizio.

Nel nostro ordinamento, sono previsti tre gradi di giudizio. Questo significa che una determinata controversia è esaminata da 3 giudici diversi: il tribunale ordinario nel primo grado di giudizio, la Corte d’Appello nel secondo grado di giudizio e la Corte di Cassazione nel terzo e ultimo grado di giudizio.

Se, ad esempio, la Corte d’Appello ti ha condannato a corrispondere un determinato importo in denaro alla tua controparte a titolo di risarcimento danni, l’unica possibilità che hai per ottenere un provvedimento giudiziario diverso (magari a te favorevole) è proporre ricorso per Cassazione. Vediamo, quindi, cosa deve contenere il ricorso per Cassazione nel processo civile e cosa è possibile contestare con questo strumento.

Le funzioni della Corte di Cassazione

La Corte Suprema di Cassazione deve assicurare l’esatta osservanza e l’uniforme interpretazione della legge. Infatti, qualora sorga un contrasto tra 2 o più tribunali nell’interpretazione di una determinata norma di legge, il compito della Corte di Cassazione è quello di svolgere la cosiddetta funzione nomofilattica, ossia risolvere questo contrasto interpretativo fornendo a quella norma un’unica e chiara interpretazione che dovrà essere rispettata da tutti i giudici dei tribunali d’Italia.

La Corte di Cassazione non è un giudice di terzo grado dinanzi al quale possono essere indiscriminatamente sottoposte le valutazioni compiute dai giudici dei gradi precedenti.

In pratica, il tribunale in primo grado di giudizio e la Corte d’Appello nel secondo grado di giudizio devono ricostruire (sulla base delle prove allegate dalle parti) come si sono svolti i fatti controversi al fine di circoscrivere il perimetro del caso concreto.

La Corte di Cassazione deve limitarsi a verificare se il tribunale e la Corte d’Appello abbiano correttamente individuato la norma idonea a regolare il caso concreto e abbiano poi correttamente applicato tale norma.

Il ruolo della Corte di Cassazione, dunque, non è quello di riesaminare le prove, ma quello di verificare che la legge sia stata applicata correttamente nei precedenti gradi di giudizio.

Che cos’è il ricorso per Cassazione?

Il ricorso per Cassazione è un mezzo di impugnazione a critica vincolata, nel senso che la tipologia di censure che con esso possono essere fatte valere è prevista dalla legge, e deve essere proposto nel termine di sei mesi dal deposito della sentenza di secondo grado.

Nel ricorso per Cassazione, si possono contestare questioni già discusse nei precedenti gradi di giudizio dinanzi al tribunale e alla Corte d’Appello, senza che sia possibile proporre nuovi temi di contestazione.

Il vizio di motivazione nel ricorso per Cassazione

Tornando all’esempio iniziale, se la sentenza della Corte d’Appello ti ha condannato a corrispondere una determinata somma di denaro alla tua controparte a titolo di risarcimento danni, nel contestare tale sentenza, proponendo ricorso per Cassazione, potrai eccepire che la Corte d’Appello non ha adeguatamente esaminato un determinato fatto che tu avevi accuratamente documentato e posto a tua discolpa, tale da rendere ingiustificata la tua condanna al risarcimento danni.

Il vizio della motivazione, infatti, deve riguardare un fatto controverso e decisivo per il giudizio che, nel caso in cui fosse stato adeguatamente accertato e valutato dalla corte d’appello, avrebbe potuto condurre quest’ultima ad una diversa soluzione della controversia, magari a te favorevole.

Quindi, il ricorrente deve illustrare per quali ragioni l’omessa valutazione di questo fatto debba considerarsi decisiva, a tal punto che, ove quel fatto fosse stato esaminato e valutato, avrebbe comportato una sentenza a sé favorevole.

Principio di autosufficienza del ricorso per Cassazione

Nella giurisprudenza della Cassazione degli ultimi anni, si è sempre più fatto spazio un principio di valutazione particolarmente rigorista del contenuto del ricorso che può condizionarne l’ammissibilità. Si tratta del principio dell’autosufficienza che sta ad indicare l’idoneità del motivo di ricorso, autonomamente considerato, a consentire alla Corte di Cassazione il controllo di legittimità del provvedimento impugnato sulla base delle sole argomentazioni contenute nel ricorso.

Quindi, se il ricorso presenta evidenti lacune, non è possibile sopperire alle stesse costringendo i giudici della Corte di Cassazione ad effettuare ricerche o indagini integrative. Il ricorrente deve indicare specificamente i fatti e le circostanze che vuole sottoporre all’attenzione della Corte di Cassazione, senza poter fare affidamento sul fatto che quest’ultima vada alla ricerca degli stessi negli atti delle pregresse fasi processuali, ai quali il ricorrente abbi fatto un semplice rinvio.

Ad esempio, se viene contestata l’erronea interpretazione di clausole contrattuali da parte del tribunale o della corte d’appello, il ricorrente, per il principio di autosufficienza del ricorso, ha l’onere di trascrivere integralmente le suddette clausole contrattuali nel ricorso per Cassazione.



Di Vincenzo Delli Priscoli


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