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Buca stradale: risarcimento

13 Novembre 2020
Buca stradale: risarcimento

Orario e visibilità della buca inchiodano il conducente: niente risarcimento per la caduta sulla fossa stradale. 

Non sempre chi cade in una buca stradale ha diritto al risarcimento. A metterlo nero su bianco è stata più volte la giurisprudenza. Più di recente, la Suprema Corte è tornata su tale argomento definendo i limiti e i confini all’indennizzo da parte dell’automobilista la cui auto finisce all’interno di una voragine apertasi sul manto stradale. 

L’ordinanza della Cassazione [1], di cui qui di seguito parleremo, stabilisce quando ottenere il risarcimento per la caduta in una buca stradale. Cercheremo di fare la sintesi di tale decisione.

Buca stradale e risarcimento: cosa dice la legge?

Il principio di partenza è abbastanza semplice: pedoni e automobilisti non possono camminare con la testa tra le nuvole. Devono sempre guardare dove mettono i piedi o le ruote. Questo perché, comunque, a prescindere dalle condizioni della strada, è sempre richiesto al cittadino un minimo di diligenza. Quindi, chi cade in una buca stradale per propria negligenza non può poi chiedere il risarcimento all’ente titolare della strada.

Dall’altro lato, è anche vero che l’amministrazione che ha in gestione il suolo pubblico deve sottoporlo a manutenzione costante, impedendo eventuali danni a terzi. A tal proposito, l’articolo 2051 del Codice civile stabilisce una «responsabilità oggettiva» in capo al custode della cosa. Il che significa che questi è sempre responsabile per i danni occorsi a terzi, anche se non dipendenti da sua colpa o dolo. Tradotto nella fattispecie che qui ci interessa, vuol dire che l’ente titolare della strada deve risarcire tutti i danni cagionati ai cittadini dalla strada stessa, anche se da lui non voluti.

L’unica ipotesi in cui il risarcimento non è dovuto è quando il fatto dipende da caso fortuito ossia per un fatto imprevedibile e inevitabile per il gestore della strada.

Il tipico caso fortuito è proprio quello del passante o dell’automobilista distratto che non si accorge della voragine sull’asfalto.

Buca stradale: quando spetta il risarcimento 

Alla luce di ciò, possiamo iniziare a tracciare le prime conclusioni.

La Pubblica Amministrazione è tenuta a risarcire i danni da caduta in una buca stradale solo quando questa costituisce una insidia ossia un ostacolo non facilmente visibile da parte del danneggiato.

Il danneggiato è, infatti, tenuto a una condotta prudente e diligente, prestando attenzione al manto stradale.

La distrazione del danneggiato costituisce il classico caso fortuito che esclude la responsabilità dell’ente e impedisce quindi di ottenere il risarcimento del danno.

Tanto più la buca stradale è grande, tanto più è visibile; il che significa che l’eventuale caduta può essere facilmente evitata con un minimo di diligenza. Sicché, in tali condizioni, il risarcimento è escluso a priori.

Al contrario, la buca nascosta o piccola è più insidiosa perché poco visibile. In tale ipotesi, invece, il risarcimento è scontato.

Anche l’illuminazione e l’orario dell’incidente del luogo giocano la loro parte. Così, se l’incidente avviene di notte in una strada poco illuminata, è possibile ottenere il risarcimento anche in presenza di una buca di dimensioni meno modeste. Al contrario, se l’incidente avviene di giorno, la buca di grandi dimensioni non consente di ottenere il risarcimento perché visibile e, quindi, facilmente evitabile.

Nel caso del conducente di un veicolo (moto, motorino o auto) è necessario anche accertare la velocità con cui questo procedeva: se non adeguata al luogo e alle condizioni concrete della strada, il risarcimento si allontana.

Per ottenere il risarcimento il cittadino deve dimostrare di essere caduto e di essersi fatto male. Ma ciò non basta. Egli deve anche dimostrare che la caduta, e quindi i danni, sono stati causati unicamente dalla buca e non da altre circostanze (ad esempio, dei lacci slacciati, lo spintone di un passante). È ciò che si definisce «rapporto di causalità». Una prova di questo tipo è sempre assai difficoltosa e si risolve, il più delle volte, tramite una prova testimoniale. Un testimone, in altri termini, deve poter dichiarare di aver visto il danneggiato cadere nella buca a causa della buca e non di altre circostanze.

Dall’altro lato, l’amministrazione convenuta che non voglia pagare il risarcimento deve dimostrare il «caso fortuito» ossia la negligenza dell’infortunato. Negligenza che si dimostra, come detto sopra, con la prova della dimensione e della visibilità della buca (tanto più è grande e visibile, tanto meno è possibile parlare di un comportamento diligente da parte del danneggiato).


note

[1] Cass. ord. n. 25460/20 del 12.11.2020.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 1 ottobre – 12 novembre 2020, n. 25460

Presidente Scoditti – Relatore Cirillo

Fatti di causa

1. An. Ce. convenne in giudizio il Comune di Mondragone, davanti al Giudice di pace di Carinola, chiedendo che fosse condannato al risarcimento dei danni da lui patiti in un sinistro stradale nel quale la vettura da lui condotta era finita in una grande buca esistente sul manto stradale, riportando danni.

Si costituì in giudizio il Comune convenuto, chiedendo il rigetto della domanda.

Espletata prova per testi, il Giudice di pace rigettò la domanda, rilevando in via preliminare che l’attore non aveva provato che il Comune di Mondragone fosse realmente proprietario del tratto di strada in questione, con conseguente titolarità dell’obbligo di custodia.

2. La pronuncia è stata impugnata dall’attore soccombente e il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, con sentenza del 5 ottobre 2017, ha rigettato l’appello ed ha compensato le spese dei due gradi di giudizio.

3. Contro la sentenza del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere ricorre An. Ce. con atto affidato a due motivi.

Resiste il Comune di Mondragone con controricorso.

Il ricorso è stato avviato alla trattazione in camera di consiglio, sussistendo le condizioni di cui agli artt. 375, 376 e 380-bis cod. proc. civ., e non sono state depositate memorie.

Ragioni della decisione

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione e falsa applicazione degli artt. 2043, 2051, 2053 e 2697 cod. civ., nonché dell’art 10 del decreto legislativo 18 agosto 2000, n. 267.

Osserva il ricorrente che durante il giudizio di primo grado il Comune di Mondragone aveva manifestato la sua volontà di transigere la causa sborsando la somma di Euro 1.500, somma rifiutata dal danneggiato. Tale comportamento, non valutato dal Tribunale, sarebbe in evidente contrasto con la linea difensiva assunta nel giudizio, nel quale il Comune aveva continuato a ribadire di non essere titolare della strada. 1.1. Il motivo non è fondato.

La sentenza impugnata, infatti, ritenendo sul punto fondato l’appello, ha superato la decisione di primo grado ed ha riconosciuto che il Comune di Mondragone era titolare del tratto di strada in questione, per cui le contestazioni sul punto sono da ritenere superate. Ciò non toglie, però, che la linea difensiva di una parte la quale offra una possibilità di transazione della vertenza possa essere dettata dalle ragioni più varie; e comunque, essa non è di per sé indice di un qualche riconoscimento di responsabilità. Per cui la lamentata violazione di legge non sussiste.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360, primo comma, n. 3) e n. 5), cod. proc. civ., omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, nonché violazione e falsa applicazione degli artt. 2051 e 2700 cod. civ. in relazione all’obbligo di custodia ed al verbale redatto dalla Polizia municipale in occasione dell’evento.

2.1. Osserva al riguardo il Collegio che la lamentata omissione non è decisiva, proprio in considerazione di quanto già rilevato a proposito del primo motivo; né è sostenibile una violazione dell’art. 2700 cit. per il fatto che l’offerta transattiva sia contenuta in un atto pubblico.

Analogamente, nessuna violazione dell’art. 2700 cit. sussiste in rapporto al verbale della Polizia municipale, posto che non sono stati contestati né il fatto storico dell’incidente né i danni riportati dalla vettura dell’attore.

2.2. Quanto alla violazione dell’art. 2051 cod. civ., il Collegio ritiene la doglianza, se non inammissibile, comunque infondata.

2.3. Giova premettere che questa Corte, sottoponendo a revisione i principi sull’obbligo di obbligo di custodia, ha stabilito, con le ordinanze 1. febbraio 2018, nn. 2480, 2481, 2482 e 2483, che in tema di responsabilità civile per danni da cose in custodia, la condotta del danneggiato, che entri in interazione con la cosa, si atteggia diversamente a seconda del grado di incidenza causale sull’evento dannoso, in applicazione, anche ufficiosa, dell’art. 1227, primo comma, cod. civ., richiedendo una valutazione che tenga conto del dovere generale di ragionevole cautela, riconducibile al principio di solidarietà espresso dall’art. 2 della Costituzione. Ne consegue che, quanto più la situazione di possibile danno è suscettibile di essere prevista e superata attraverso l’adozione da parte del danneggiato delle cautele normalmente attese e prevedibili in rapporto alle circostanze, tanto più incidente deve considerarsi l’efficienza causale del comportamento imprudente del medesimo nel dinamismo causale del danno, fino a rendere possibile che detto comportamento interrompa il nesso eziologico tra fatto ed evento dannoso, quando sia da escludere che lo stesso comportamento costituisca un’evenienza ragionevole o accettabile secondo un criterio probabilistico di regolarità causale, connotandosi, invece, per l’esclusiva efficienza causale nella produzione del sinistro.

Questi principi, ai quali la giurisprudenza successiva si è più volte uniformata (v., tra le altre, le ordinanze 29 gennaio 2019, n. 2345, e 3 aprile 2019, n. 9315), sono da ribadire ulteriormente nel giudizio odierno.

2.4. Tanto premesso, si osserva che la sentenza ha affermato, con una ricostruzione in fatto non rivisitabile in questa sede, che, in considerazione dell’ora diurna in cui l’incidente si era verificato e delle dimensioni della buca, questa non potesse non essere vista da un attento utente della strada; ha considerato irrilevante la deposizione del teste, siccome generica, ed ha ritenuto altresì che la vettura del danneggiato stesse procedendo ad una velocità non adeguata al tipo di strada percorsa. Ha perciò concluso che l’incidente era da ricondurre ad esclusiva responsabilità del conducente, mancando addirittura la prova del nesso di causalità.

A fronte di tali argomentazioni il motivo in esame – pur soffermandosi in modo analitico nella ricostruzione della giurisprudenza di questa Corte relativa all’art. 2051 cit. ed alla sussistenza dell’obbligo di custodia anche in relazione alle strade – in effetti non contesta la motivazione della sentenza del Tribunale, limitandosi all’elencazione di una serie di principi astratti, in sé corretti ma scollegati dal caso concreto. Il tutto senza contare che la decisione impugnata è conforme alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale in relazione alle cose inerti (quali la buca stradale) grava sul danneggiato l’onere di dimostrare la pericolosità della cosa, prova che la sentenza in esame ha affermato non essere stata fornita dall’odierno ricorrente (sentenza 13 marzo 2013, n. 6306).

Non sussistono, perciò, né le violazioni di legge né le lacune di motivazione lamentate dal ricorrente.

3. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna del ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55. Sussistono, inoltre, le condizioni di cui all’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in complessivi Euro 1.500, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi dell’art. 13, comma 1-quater, del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

 


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