App rischiose per bambini: l’allarme di Federprivacy

16 Novembre 2020 | Autore:
App rischiose per bambini: l’allarme di Federprivacy

La maggior parte delle applicazioni per videogiochi contengono dei tracker in grado di carpire informazioni e dati personali. Ecco i pericoli più comuni.

Sono una manna del cielo per chi, senza troppi scrupoli, cerca di ottenere un facile guadagno colpendo una delle fasce più vulnerabili della popolazione: i minori. Come la strega di Biancaneve, c’è chi su Internet propone ai bambini una gustosa mela, dall’apparenza squisita, per poi trarre il proprio vantaggio a discapito di quanto stabilito dalla legge. Lo ha rilevato Federprivacy, la più importante associazione del settore della protezione dei dati, in una ricerca realizzata su un campione di 500 app di giochi messe a disposizione su Google Play Store.

Due i rischi maggiormente rilevati da Federprivacy. Il primo: il rischio che i bambini vengano spiati e che i loro dati finiscano in Paesi dove la tutela della privacy è pressoché inesistente. Il secondo: il fatto che tutto ciò succeda all’insaputa dei genitori, che invece devono dare il loro consenso affinché un minore possa scaricare un’app da Internet (che, secondo la legge italiana, equivale alla conclusione di un contratto). Due rischi che, secondo la ricerca, possono rendere questo fenomeno pericoloso e illegittimo.

Entrando nel dettaglio dell’analisi effettuata dall’associazione, nella stragrande maggioranza dei casi (l’85%), vengono messi a disposizione dei videogiochi adatti a bambini di età inferiore a 8 anni, il che allarga notevolmente la platea dei potenziali utenti più esposti e vulnerabili.

Federprivacy, inoltre, ha rilevato che più del 90% delle app ha un’informativa sulla privacy. Manca, però, il responsabile dei dati con il compito di controllare il rispetto delle norme, cioè la figura di riferimento a cui potersi rivolgere nel caso in cui venga riscontrata qualche irregolarità.

Quasi la metà delle aziende che sviluppano le app si trovano in Paesi poco sicuri dal punto di vista del rispetto della privacy, come Stati Uniti, Regno Unito e Cina. Un rischio concreto, se si pensa che il 94% dei videogiochi contiene un sistema in grado di carpire le informazioni su chi utilizza l’app (quali siti visita, dove si trova, profilo, ecc.). È il cosiddetto tracker, presente soprattutto – secondo la ricerca di Federprivacy – sulle app reperibili su Google e su Facebook.

Da non sottovalutare il fatto che quasi tutte le applicazioni chiedono il permesso di accedere ad alcune funzioni del dispositivo utilizzato, come ad esempio il microfono o la camera.

Da ricordare che la legge italiana prevede la possibilità di dare autonomamente il consenso al trattamento dei propri dati a partire dai 14 anni. Il che, però, sempre secondo la legge, non consente ad un minorenne di poter concludere un contratto senza il permesso dei genitori. Resta da chiarire, dunque, se per il nostro ordinamento scaricare un’app e concludere un contratto siano oppure no la stessa cosa, visto che, secondo il Tar del Lazio, un contratto si perfeziona nel momento in cui si acconsente al trattamento dei dati personali [1], anche se l’applicazione messa a disposizione dell’utente è gratuita e non prevede un abbonamento o il pagamento di un corrispettivo.


note

[1] Tar Lazio sent. n. 261/2020.


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