Proposta una tassa sullo smart working

16 Novembre 2020 | Autore:
Proposta una tassa sullo smart working

Un prelievo del 5% a carico dei lavoratori in modalità agile, con i proventi da destinare a chi ha perso il lavoro a causa del Covid: l’idea di Deutsche Bank.

Spunta l’idea di una tassa sullo smart working: la proposta è di Deutsche Bank e prevede un prelievo del 5% dallo stipendio dei lavoratori che scelgono la modalità agile senza esservi costretti. La tassa si pagherebbe in base ai giorni effettivi di lavoro svolto da remoto.

I proventi dovrebbero andare in aiuto di chi ha perso il lavoro a causa della crisi economica dovuta al Covid ed anche a sussidio delle categorie di lavoratori che per il tipo di prestazioni svolte non possono lavorare da casa. Secondo le stime, potrebbe fruttare un incasso di 49 miliardi di dollari all’anno negli Usa, 20 miliardi di euro in Germania e 4 miliardi di euro in Italia.

L’imposta escluderebbe i lavoratori autonomi e quelli a basso reddito, oltre che i lavoratori ai quali lo smart working viene imposto con i lockdown stabiliti dal Governo, in modo da colpire solo i dipendenti economicamente capienti e che prestano servizio in modalità agile con un’opzione volontaria. Servirebbe, dunque, ad attuare una redistribuzione dei redditi in favore delle categorie meno “fortunate”, anche per il fatto che frequentando fisicamente il luogo di lavoro hanno un maggiore rischio di contrarre il Covid-19.

La ragione di questa nuova imposizione, secondo l’autore del rapporto di Deutsche Bank, L. Templeman, sta nel fatto che «le persone che possono lavorare da casa hanno guadagnato molti benefici durante la pandemia». I vantaggi dei lavoratori in smart working consisterebbero nel risparmio su molte spese, come i viaggi e i trasporti da casa al luogo di lavoro, ma anche su «pranzo, abiti e pulizia». Ci sono poi i benefici immateriali, come «una maggiore sicurezza del lavoro, comodità e flessibilità».

Per gli analisti di Deutsche Bank questi vantaggi supererebbero di gran lunga gli inconvenienti dello smart working, come l’isolamento dalle relazioni sociali nell’ambiente di lavoro e «lo stress mentale aggiuntivo per giostrarsi tra lavoro e bambini e dover gestire un allestimento da ufficio imperfetto».

Contro quella che è ancora soltanto un’ipotesi – proposta da una banca privata e non da un Governo nazionale – arrivano già le reazioni dei sindacati: «Lo smart working non è un privilegio, di cui i lavoratori dovrebbero pagare per usufruirne», afferma Massimo Masi, segretario generale della Uilca, che ricorda come «in Italia esiste lo Statuto dei lavoratori ed esistono i sindacati, con cui vanno discusse e condivise eventuali nuove linee guida».

Anche gli esperti appaiono contrari: oggi, Fabio Ghiselli su Il Sole 24 Ore scrive che l’introduzione di un’imposta di scopo «non sembra essere la soluzione migliore per contenere i costi del cambiamento economico e sociale; riporterebbe alla luce la mai sopita contrapposizione tra lavoro intellettuale e lavoro manuale e ci spingerebbe a immaginare che ad essere colpiti siano lo studio, l’istruzione e la crescita professionale». Inoltre, questa tassa va contro «l’obiettivo green di riduzione della mobilità urbana ed extra-urbana, dell’inquinamento, del sovra affollamento delle città metropolitane, che lo smart working potrebbe favorire: tutti benefici che coinvolgerebbero l’intera collettività e non solo una parte di essa (gli smart workers)».



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