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Danno da un minorenne: il patrigno è responsabile?

17 Novembre 2020 | Autore:
Danno da un minorenne: il patrigno è responsabile?

Quando il “genitore di fatto” deve risarcire anche se il figlio non è suo.

Oggi, molte coppie sono risposate e i figli nati da un rapporto precedente convivono con il nuovo compagno del padre o della madre. Il patrigno o la matrigna non sono i genitori biologici, ma spesso assumono su di sé i compiti educativi dei bambini e dei ragazzi, in modo da garantire la presenza della figura paterna o materna nella nuova famiglia così composta.

Talvolta, però, con il suo comportamento, il minore può provocare dei danni a terzi. In questi casi, oltre ai genitori naturali, anche il patrigno, o la matrigna, è responsabile per il danno causato da un minorenne? La giurisprudenza ha fissato dei criteri per arrivare alla soluzione, stabilendo quando si può configurare la responsabilità genitoriale – che, come vedremo, non è automatica, ma è presunta, con una difficile prova liberatoria – anche nei confronti dei genitori di fatto.

I figli della famiglia di fatto

Innanzitutto, sgombriamo il campo da un possibile equivoco: nella famiglia di fatto, in cui una coppia convive stabilmente anche senza matrimonio, i figli nati dalla loro unione sono totalmente equiparati per legge [1] ai bambini nati da una coppia sposata.

Non esiste più l’antica distinzione tra figlio naturale e figlio legittimo. Per questo, la legge stabilisce che anche la coppia di fatto deve esercitare la responsabilità genitoriale, con l’obbligo di mantenere, istruire ed educare i figli nati dal rapporto.

I genitori di fatto

Ma i genitori di fatto, in senso ampio, sono anche i nuovi coniugi, o conviventi, di un partner che aveva figli da un precedente rapporto. Il fenomeno è molto diffuso, come nel caso in cui a seguito di divorzio un uomo o una donna intraprenda una nuova unione, così diventando il patrigno o la matrigna dei bambini o ragazzi nati da un precedente legame del suo attuale compagno o compagna.

Questi figliastri non devono necessariamente essere destinatari di affetto (anche se ciò è preferibile) ma i nuovi partner dei genitori naturali hanno dei precisi obblighi educativi nei loro confronti, specialmente se convivono stabilmente con loro nella nuova famiglia che si è creata.

La responsabilità dei genitori per i danni dei figli

La legge [2] stabilisce che i genitori o i tutori sono responsabili per i danni cagionati dal fatto illecito commesso dai figli minori, a meno che provino di non aver potuto impedire il fatto. Ma questa prova è particolarmente rigorosa, perché occorre dimostrare di aver adeguatamente educato e sorvegliato i minori.

Esistono, infatti, due profili di colpa: quella dovuta ad una carenza educativa e quella provocata da una mancanza di vigilanza. Da qui, la responsabilità genitoriale per violazione dei doveri di mantenere, istruire, educare e assistere moralmente i figli [3]. Anche in caso di separazione o divorzio il genitore naturale non affidatario dei figli rimane soggetto a questi obblighi, come sancisce espressamente la legge che impone a suo carico «il diritto e il dovere di vigilare sull’istruzione ed educazione del figlio» [4].

La responsabilità dei genitori di fatto

Ma cosa accade quando uno dei due non è il reale padre o madre del bambino, ma semplicemente il nuovo compagno di uno dei reali genitori? Esiste anche in capo a lui questo obbligo educativo e di vigilanza? La giurisprudenza recente pone l’accento sul fattore della convivenza e sull’intensità del rapporto affettivo che lega il minore al patrigno o alla matrigna.

Una recente sentenza della Corte d’Appello di Bari [5] ha stabilito che il nuovo marito non risponde dei danni provocati dal figlio di prime nozze della moglie, se non ha svolto, per circostanze a lui non imputabili, un ruolo “paterno” nell’educazione del ragazzo. Invece, la responsabilità genitoriale sussiste in pieno se i minori sono incapaci e se c’è una convivenza stabile tra il genitore di fatto e i bambini. Diventano, quindi, determinanti due fattori: la presenza del genitore di fatto e l’età del minore.

La vicenda riguardava un fenomeno di bullismo: il ragazzo, quattordicenne, aveva colpito, all’improvviso e senza apparente ragione, un compagno di giochi con una violenta ginocchiata nei testicoli, provocandogli lesioni permanenti. I genitori della vittima avevano citato in giudizio anche il marito della madre, che però non era il padre naturale del ragazzo che aveva compiuto il gesto.

Nel caso deciso, la Corte barese ha escluso la responsabilità dell’uomo, ma con l’occasione ha indicato i criteri in base ai quali anche i genitori di fatto possono rispondere dei fatti illeciti commessi dai minori con cui convivono.

L’autore del fatto aveva 14 anni e questo ha portato i giudici, sulla scia dell’insegnamento della Cassazione, a ritenere la sua piena capacità di intendere e di volere, «anche in ragione della precoce emancipazione dei minori frutto del costume sociale» [6].

Ma il nuovo marito della madre, pur se convivente con lei e con il minore, non è stato compreso nel novero delle persone tenute agli obblighi di vigilanza e di educazione perché- rileva il Collegio – «una tale responsabilità sarebbe ipotizzabile solo ove gli attori avessero dimostrato una stabile convivenza dell’uomo con il minore e l’assunzione di fatto da parte di quest’ultimo del ruolo paterno».

Nella vicenda giudicata, invece, emergeva «il contrario, ossia che i figli della donna non fossero mai stati accettati dal marito, che entrò in Italia solo pochi mesi prima dell’aggressione» ed in questo periodo aveva anche subito «diversi documentati ricoveri in ospedale»; perciò, la sua convivenza era stata molto limitata nel tempo.

Quando il genitore di fatto è responsabile

La responsabilità del genitore di fatto per i danni causati da fatti illeciti commessi dal minore è configurabile, seguendo il ragionamento della Corte, quando la convivenza è stabile e protratta ed il rapporto instaurato col figlio del partner è positivo, sereno e non conflittuale. Da queste circostanze di fatto nasce la responsabilità genitoriale, con i doveri educativi che essa comporta.

Ma in questo gioca un ruolo fondamentale l’età del minore: quanto più il bambino è in tenera età, tanto maggiori sono le responsabilità del genitore di fatto (oltre che, ovviamente di quello naturale) mentre col crescere degli anni diminuisce l’impegno connesso a questo ruolo.

Il discrimine giuridico è dato dall’acquisizione della capacità di intendere e di volere dei minorenni: non vale il criterio di imputabilità penale, fissata al compimento dei 14 anni, perché qui si verte in tema di responsabilità civile e perciò può accadere che essa sia concretamente posseduta anche da ragazzi infraquattordicenni.

La capacità di intendere e di volere, però, attenua ma non esime i genitori dall’obbligo di impartire ai figli un’educazione adeguata e di vigilare sul loro comportamento; non si tratta di una costante sorveglianza, che sarebbe impossibile da praticare, ma di un controllo volto a verificare lo sviluppo psicologico e sociale del ragazzo e il suo armonico inserimento nella collettività.

Nel caso esaminato dalla Corte d’Appello di Bari, invece, il ragazzo era risultato «poco integrato, molto insofferente, che non si impegnava nello studio e che la madre non riusciva da sola a gestire»: così la donna non ha potuto liberarsi dalla responsabilità per il fatto illecito commesso dal figlio, mentre ciò, come abbiamo visto, è stato possibile al suo nuovo marito. Per approfondire leggi anche questi articoli: “Responsabilità dei genitori per i danni dei figli” e “Danno da un minorenne: a chi chiedere il risarcimento?“.


note

[1] D. Lgs. 28 dicembre 2013, n. 154.

[2] Art. 2048 Cod. civ.

[3] Art. 147 Cod. civ.

[4] Art. 337 quater, comma 3, Cod. civ.

[5] Corte Appello di Bari, sent. n. 1754 del 19 ottobre 2020.

[6] Cass. sent. n. 24907 del 4 ottobre 2019.


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