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Covid, veto sul bilancio Ue: a rischio i soldi per l’Italia

16 Novembre 2020 | Autore:
Covid, veto sul bilancio Ue: a rischio i soldi per l’Italia

Arriva il veto di Ungheria e Polonia: così si blocca l’erogazione degli aiuti del Recovery Fund. Ma c’è una via d’uscita.

Un fulmine a ciel sereno nell’Unione Europea: l’Ungheria e la Polonia hanno posto il veto sul bilancio comunitario 2021-2027, che comprende il massiccio piano di aiuti di 750 miliardi di euro del Recovery Fund per la ripresa dall’emergenza Covid e, dunque, anche i soldi stanziati a favore dell’Italia per oltre 200 miliardi.

Tecnicamente, nel bilancio è prevista l’emissione di eurobond anticrisi, garantiti dall’Unione, per finanziare i sussidi da distribuire. Se viene meno questa possibilità, il fondo rimane vuoto in partenza e non sarà possibile concedere gli aiuti a nessuno degli Stati membri.

Il blocco è arrivato per le riserve espresse da questi due Paesi sullo “stato di diritto“, cioè le clausole che fanno dipendere l’erogazione dei fondi europei al rispetto degli standard democratici da parte degli Stati destinatari. La minaccia era nell’aria da tempo (il premier nazionalista ungherese, Viktor Orbàn, aveva annunciato il diniego) ma nessuno fino ad oggi credeva che Polonia e Ungheria sarebbero passati davvero alle vie di fatto.

Ora il Coreper, l’organismo degli ambasciatori degli Stati membri presso l’Ue, ha dovuto prendere atto dello stop, perché l’approvazione del bilancio settennale richiede l’unanimità che nel voto di oggi non è stata raggiunta. E invece nella riunione è passata proprio l’intesa sulla condizionalità dei fondi europei al rispetto delle regole sui diritti fondamentali, per la quale bastava la maggioranza qualificata; ma resta un passo monco, senza il via libera al bilancio.

Ora, si corre ai ripari: è prevista per il 19 novembre una riunione straordinaria del Consiglio Europeo, composto dai capi di Stato e di Governo dei Paesi membri: si incontreranno in videoconferenza, per cercare di superare l’impasse. Bisognerà trovare in fretta una soluzione per evitare di restare tutti a bocca asciutta, senza i fondi necessari e su cui si stava già facendo ampio affidamento per risollevare le economie piegate dalla pandemia.

Intanto, piovono critiche sulla decisione adottata dai governi di Budapest e di Varsavia: «Il veto è da irresponsabili», tuona il commissario europeo al Bilancio, Johannes Hahn, che sul punto non appare disposto a cedere quando afferma che «lo stato di diritto non riguarda un paese in particolare, è neutro e si applica a tutti. Se si rispetta lo Stato di diritto non c’è nulla da temere».

Gli fa eco il presidente del gruppo Ppe (Partito popolare europeo) Manfred Weber: «Negare all’intera Europa i finanziamenti per la crisi nella peggiore crisi da decenni è irresponsabile. Se Orbàn e Kaczynski vogliono interrompere l’uso di questi fondi per tutti, allora dovranno spiegarlo ai milioni di lavoratori e imprenditori, ai sindaci e agli studenti, ai ricercatori e agli agricoltori che contano sul sostegno di questi. fondi», sottolinea.

Dall’Italia, il ministro per gli Affari europei, Enzo Amendola, dichiara: «Il potere di veto è obsoleto per l’Ue e dannoso per chi lo esercita. O l’Europa unita si comporta da superpotenza di diritti e valori, o i singoli stati perderanno nella competizione globale. Sosteniamo la mediazione tedesca, su Next Generation Eu e bilancio, non si può perdere tempo».

A ben vedere, però, la linea dello scontro non paga neppure i suoi fautori: proseguendo su questa strada, anche Ungheria e Polonia perderebbero la loro parte di finanziamenti Ue. Così c’è chi ritiene che il veto di oggi sia soltanto una mossa politica, un bluff: è la tesi esposta all’agenzia stampa Adnkronos dall’europarlamentare Sandro Gozi, convinto che «il Parlamento Europeo non cambierà la sua posizione sul legame tra l’erogazione dei fondi Ue e il rispetto dello Stato di diritto ed ora spetta alla presidenza tedesca del Consiglio Ue risolvere questo problema, portando la discussione ad un livello politico».

Non è facile capire cosa succederà nelle prossime settimane: le ipotesi più probabili sono che Ungheria e Polonia alzeranno il prezzo per concedere il loro voto favorevole in cambio di aiuti più consistenti, oppure, se la rigidità dovesse permanere, si potrebbe tentare di “staccare” il Recovery Fund dal bilancio comunitario, istituendolo con un trattato intergovernativo autonomo; ma non è una soluzione tecnicamente semplice e neppure rapida.



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