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Molestie sul lavoro: licenziamento

17 Novembre 2020
Molestie sul lavoro: licenziamento

Avance alla collega in azienda: si può essere licenziati per un approccio?

Si può subire un licenziamento per molestie sul lavoro? La risposta positiva è stata fornita più volte dalla Cassazione. Il lavoratore dipendente deve mantenere un atteggiamento corretto e improntato a buona fede non solo nei confronti del proprio datore, ma anche dei colleghi, ai quali deve rispetto. Tant’è che una recente sentenza della Cassazione [1] ha ritenuto legittimo il licenziamento di un lavoratore, reo di aver pronunciato epiteti ingiuriosi nei confronti di alcune colleghe, ma anche di aver posto in essere, ai danni delle stesse, delle molestie sessuali. 

Logico, quindi, riconoscere la giusta causa di licenziamento e la proporzionalità della sanzione disciplinare. Secondo la Cassazione, «i fatti addebitati al dipendente (comportamenti tenuti dal lavoratore consistiti nelle molestie sessuali avvenute in ufficio nei confronti di una collega e accessi non autorizzati sul conto corrente del marito della stessa collega) erano di gravità tale da impedire la prosecuzione del rapporto di lavoro; il datore di lavoro non poteva continuare a riporre fiducia in un dipendente che aveva tenuto condotte così gravi ed offensive nei confronti di una collega di lavoro».

In sostanza, «la particolare gravità della condotta porta a ritenere il comportamento del lavoratore idoneo a vulnerare, in maniera irreparabile, il peculiare vincolo di fiducia con la società datrice e, quindi, a considerare il licenziamento sorretto da giusta causa».

Ma non è l’unica pronuncia a preoccuparsi di legittimare il licenziamento per molestie sessuali. Secondo una pronuncia del tribunale di Tivoli [2], le molestie sessuali sul luogo di lavoro possono incidere sulla salute e la serenità (anche professionale) del lavoratore. E siccome l’articolo 2087 del Codice civile impone al datore l’obbligo di tutelare i propri dipendenti, è da ritenere legittimo il licenziamento irrogato a un dipendente che abbia molestato sessualmente una collega sul luogo di lavoro. Non rileva la mancata previsione della suddetta ipotesi nel codice disciplinare. Né si può affermare che il datore di lavoro è controparte di tutti i lavoratori, sia uomini che donne, e non può perciò essere chiamato ad un ruolo più protettivo nei confronti delle seconde rispetto ai primi. Difatti, per un verso, le molestie sessuali possono avere come vittima entrambi i sessi e, per altro verso, il datore di lavoro ha in ogni caso l’obbligo di adottare i provvedimenti che risultino idonei a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori, tra i quali rientra l’eventuale licenziamento dell’autore delle molestie sessuali.

Da segnalare un’interessantissima sentenza della Cassazione [3]. Qui, la Corte ha ritenuto legittimo il licenziamento per giusta causa (ossia in tronco) nei confronti di un dirigente, determinato dalle molestie nei confronti di una collega di lavoro. La particolarità del caso sta nel fatto che il contratto collettivo sanzionava con misure disciplinari conservative (diverse quindi dal licenziamento) i meri atti di molestia, anche sessuale. Secondo la Corte, però, la gravità del comportamento, posto nel caso di specie con abuso di qualità, era tale da legittimare la risoluzione del rapporto di lavoro con effetto immediato.

Quanto alle semplici volgarità pronunciate in azienda, l’atteggiamento dei giudici è molto più prudente. Con una sentenza di non molto tempo fa, il tribunale di Bologna [4] ha detto che «in tema di presunte molestie sessuali sul luogo di lavoro, si può dire che le mere volgarità non possono essere qualificate molestie o violenze sessuali; ciò a maggior ragione se la vittima non abbia mostrato alcun serio dissenso se non un consenso. In sostanza, attenzioni non indesiderate, atteggiamenti non aggressivi e non graditi non fanno riscontrare tensione, timore, paura, esasperazione. E non si ravvisa alcun intento doloso. In ipotesi del genere di certo non si può dire che il presunto molestatore si sia comportato correttamente e non meritasse una sanzione disciplinare, ma il licenziamento è sproporzionato».

Molto importante è la sentenza del 2016 della Cassazione [5] in tema di molestie sessuali da parte del datore di lavoro. Secondo i giudici supremi, tali comportamenti vanno equiparati alle «discriminazioni di genere»; con la conseguenza che, per raggiungere la prova del comportamento illecito sono sufficienti semplici “indizi” (o “presunzioni”, per usare la terminologia tecnica).

Pertanto, basterebbe la semplice testimonianza di altre colleghe che hanno subìto lo stesso trattamento per confermare la personalità “invadente” del capo e, quindi, condannarlo per le molestie sessuali perpetrate ai danni di un’altra dipendente. Si tratterebbe – dice la Cassazione – di una «prova statistica» individuata nel serrato turn over tra le giovani dipendenti che, dopo breve tempo dall’assunzione, si dimettevano senza apparente ragione.


note

[1] Cass. sent. n. 25977/20 del 16.11.2020.

[2] Trib. Tivoli, sent. del 14.09.2020.

[3] Cass. sent. n. 14811/2020.

[4] Trib. Bologna, sent. n. 150/2018.

[5] Cass. sent. n. 23286/2016.


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