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Bocciato perché già promossi troppi candidati: succede! Come tutelarsi

22 dicembre 2013


Bocciato perché già promossi troppi candidati: succede! Come tutelarsi

> Diritto e Fisco Pubblicato il 22 dicembre 2013



Bocciata all’esame di maturità per troppi candidati già promossi, il Tar le riconosce quasi 18mila euro di risarcimento.

Le leggende che circolano lungo i corridoi di scuola, tra le aule universitarie o agli esami di abilitazione forense appaiono spesso frutto più della fantasia che della realtà.

Ma non è sempre così. E c’è anche chi è pronto a giurare che, spesso, le commissioni giudicatrici si predeterminino un numero massimo di promozioni: “Mi hanno bocciato solo perché ne avevano promossi già troppi!”.

Ebbene, che vi piaccia o no, succede. E i giudici – almeno loro – corrono in soccorso dei candidati illegittimamente scartati. È il caso di una recente sentenza emessa dal Tar Lazio [1], che ha riconosciuto un risarcimento di 17.648,00 euro a una giovane studentessa. Quest’ultima, nonostante fosse stata ammessa alla maturità con un voto alto, era stata poi bocciata perché i membri esterni della commissione d’esame avevano imposto la bocciatura degli ultimi due studenti, avendone già promossi il 75%. La candidata si era procurata la prova di tali sospetti grazie alla confessione di un membro interno della commissione, che si scusò addossando la colpa ai commissari esterni.

In questi casi, l’organo preposto per la tutela del cittadino è il Tribunale Amministrativo Regionale (TAR) [2]. Infatti, spettano alla competenza del giudice amministrativo le controversie relative ad atti, provvedimenti od omissioni delle pubbliche amministrazioni, comprese quelle relative al risarcimento del danno per lesione di interessi legittimi e agli altri diritti patrimoniali consequenziali [3].

Quando si può ottenere il risarcimento?

Per essere risarciti, è necessario innanzitutto dimostrare l’illegittima esclusione. E ovviamente questa è la parte più difficile. Le semplici supposizioni dello studente non sono di certo sufficienti. Nel caso dei compiti scritti, la via migliore è sempre quella di chiedere una rivalutazione dell’elaborato.

In secondo luogo è necessario dimostrare il dolo o la colpa della commissione.

Inoltre, il candidato dovrà dimostrare il danno che ha subito per l’illegittima esclusione (per es.: l’impossibilità ad iscriversi in un’università a numero chiuso).

Infine, bisogna dimostrare il cosiddetto “nesso di causalità”, ossia il fatto che il danno sia dipeso solo e unicamente dalla illegittima bocciatura [4].

L’unico modo che avrebbe la Pubblica Amministrazione per evitare la condanna è di dimostrare che l’illecito sia stato dovuto ad errore scusabile “per la sussistenza di contrasti giudiziari, per l’incertezza del quadro normativo di riferimento o per la complessità della situazione di fatto” [5].

Onere della prova

L’onere di provare tali elementi spetta sempre al cittadino.

In questo i giudici sono assai severi. Tutto ciò che non viene dimostrato non può essere neanche liquidato come risarcimento (neanche in via equitativa) [6].

note

[1] Tar Lazio, sent. n. 10794 dell’11.12.2013.

[2] Per violazione delle LL. 425/97 e 323/98 (carenza di discussione sulle prove scritte e di giudizio collegiale).

[3] Cass. sent. n. 20902/11 e n. 22219/06.

[4] L’attività provvedimentale illecita della PA è sussumibile sotto l’art. 2043 cod. civ., ma costituisce anche una violazione dell’art. 97 Cost.

[5] Cons. St. sent. n. 32/13, 2419/13, 5247/13 e Tar Lazio sent. n. 6872/13.

[6] La responsabilità non è in re ipsa (Cass. sent. n.. 2228/12 ha giudicato questi automatismi inidonei al raggiungimento della ratio di questa normativa), ma va sempre provata (Cass. sent. n. 26972/08 e 6454/09) in modo concreto e circostanziato. Infine, per tali motivi, sono posti severi limiti alla liquidazione equitativa del danno che “non può tradursi [in] uno strumento di soccorso nei confronti del danneggiato”, che non abbia ottemperato a questo dovere, né può derogare la regola della personalizzazione del danno, ad es. calcolando quello patrimoniale come «una mera percentuale» di quello biologico (Cass. sent. n. 10528/11).

Autore foto: 123rf.com

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