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Ricorso abusivo al credito: reato solo se l’imprenditore fallisce

28 Ottobre 2014
Ricorso abusivo al credito: reato solo se l’imprenditore fallisce

Presupposto inespresso del legislatore è solo quello di sanzionare le condotte di reato solo in caso di dichiarazione di fallimento.

Il ricorso abusivo al credito si configura solo quando l’imprenditore poi fallisce.

Lo ha sancito la Cassazione con una recente sentenza [1], abbandonando così un orientamento più duro tenuto in passato. Secondo i giudici, il reato di ricorso abusivo al credito richiede che il soggetto al quale esso viene addebitato sia, successivamente, dichiarato fallito.

Nonostante la legge [2] non faccia espressa menzione della necessità della dichiarazione di fallimento, tale ragionamento si può comunque dedurre dal complesso delle norme in cui la disposizione in commento è inserita [3],sia sull’interpretazione di altre disposizioni della legge fallimentare [4].


note

[1] Cass. sent. n. 44857 del 27.10.2014.

[2] Art. 218 L. fall.

[3] Inclusa nel capo I del Titolo VI del r.d. n. 267 del 1942, intitolato Reati commessi dal fallito.

[4] Argomenti tratti in particolare: a) dagli artt. 222, 223 e 225 I. fall., che richiedono il fallimento della società, senza che sia dato intendere perché la rafforzata tutela del singolo creditore dell’imprenditore individuale, espressa dall’orientamento qui avversato, non sia assicurata anche nel caso di imprenditori collettivi; b) dall’art. 219, comma secondo, n. 1, I. fall., che considera unitariamente le fattispecie di cui agli artt. 216, 217 e 218 I. fall., in tal modo palesando una base offensiva comune dei vari reati, colta nell’interesse dei creditori concorsuali a non vedere le proprie ragioni pregiudicate da atti che riducono la garanzia patrimoniale; c) dall’art. 221 I. fall., che, sia pure su un piano storico, rivela il presupposto inespresso del legislatore di sanzionare le condotte descritte solo in caso di dichiarazione di fallimento.


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