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Quando conviene fare causa?

18 Novembre 2020
Quando conviene fare causa?

Costi, tempi, solvibilità della controparte e chance di vittoria: i quattro parametri che bisogna considerare prima di avviare un processo civile. 

Secondo l’insegnamento delle Sezioni Unite della Cassazione [1], commette illecito disciplinare l’avvocato che spinge il cliente a intraprendere cause inutili. Il professionista, in quanto esperto della materia, deve suggerire al proprio assistito le giuste strategie, senza onerarlo di costi non necessari. L’avvocato è il primo garante della legalità e non può lucrare sull’ignoranza di chi, inesperto, si rivolge a lui. 

Ciò nonostante, il cliente è sempre chiamato a una valutazione di opportunità: dinanzi alla potenziale fattibilità dell’azione legale, deve comunque effettuare una scelta in termini di convenienza economica. Non tutte le cause, infatti, anche quelle “vinte”, possono essere davvero vantaggiose. È bene quindi farsi due conti in tasca per sapere quando conviene fare causa. 

Qui di seguito, proveremo a fornirvi alcuni spunti di riflessione che potranno tornare utili al momento opportuno.

La causa non termina in tribunale

Per sapere dunque quando conviene fare causa bisogna valutare due importanti fattori: il fattore «costi» e il fattore «utilità» del giudizio.

Chi si appresta a fare causa, e non agisce per questioni di puro principio, deve sempre avere una visione a lungo termine. Il contenzioso non finisce in tribunale con la decisione del giudice. Succede spesso, infatti, che l’avversario non rispetti neanche il comando contenuto nella sentenza. Si pensi a una persona che, nonostante la condanna definitiva a pagare una somma di denaro, non lo faccia nonostante la sconfitta in giudizio. 

In tali ipotesi, bisogna considerare la possibilità del prosieguo, costituito dall’esecuzione forzata, con tutti i suoi tempi e costi. 

Da tali eventualità sarà bene proteggersi in due modi: innanzitutto chiedendo, al proprio avvocato, un preventivo completo, comprensivo anche della fase del pignoramento. In secondo luogo, informandosi in anticipo circa le reali condizioni economiche dell’avversario, onde valutare la riuscita di un’eventuale esecuzione forzata ai suoi danni. 

Se si è in presenza di un nullatenente o comunque di una persona con pochi beni intestati sarà più opportuno desistere dal giudizio. O comunque, se si intende agire ugualmente, bisognerà valutare la possibilità di impiegare molto tempo prima di recuperare le somme dovute.

Il costo della causa

Un tempo, l’avvocato era libero di chiedere al proprio assistito, per ogni fase del giudizio, un nuovo ed ulteriore acconto. Alla fine del giudizio, la somma degli acconti arrivava a volte ad eguagliare il valore del diritto controverso, con dubbia utilità economica dello stesso processo. 

Una recente riforma, nell’ottica di perseguire una maggiore trasparenza tra professionista e cliente, ha imposto al primo, al momento del conferimento dell’incarico, di fornire un preventivo scritto in cui indica il costo complessivo del giudizio. Sullo stesso, potranno influire sensibilmente eventuali imprevisti non calcolabili all’inizio (come la necessità di spiegare una tutela nei confronti di controparti successivamente costituite), ma senza arrivare a stravolgerlo completamente.

Attenzione però: l’assenza di un preventivo scritto, in violazione alla norma di legge, non consente al cliente di non pagare il proprio avvocato. In tal caso, il valore della prestazione del legale sarà determinata dal giudice, tenendo conto dei cosiddetti “minimi tariffari” fissati da un decreto ministeriale del 2014. Leggi sul punto, “Fare causa a qualcuno: quanto costa?“.

Deve essere quindi cura del cliente richiedere il preventivo in modo da evitare brutte sorprese in corso di causa o al termine della stessa.

Il preventivo deve essere comprensivo di ogni costo vivo e di ogni onorario.

Il prezzo della parcella dell’avvocato dipende, il più delle volte, dalla posta in gioco ossia dal valore economico del giudizio. Così, ad esempio, a parità di attività in giudizio, costa di più recuperare un credito da 100mila euro che uno da mille.

Alla parcella bisogna poi aggiungere il costo delle imposte (il cosiddetto «contribuito unificato»), i diritti di cancelleria, i bolli e le imposte collegate alla sentenza. Il totale viene sempre quantificato dall’avvocato al momento del preventivo. Ed è su questa cifra che il cliente deve fare la propria valutazione di convenienza. 

Agire in causa per recuperare un credito di meno di mille euro può essere non conveniente, soprattutto se si agisce contro un privato e non ci sono margini di sicurezza sul recupero delle spese anticipate. 

È vero infatti che, in caso di vittoria, il giudice condanna la parte soccombente a rifondere all’avversario i costi del giudizio (è la cosiddetta condanna alle spese processuali) ma anche questa risente delle capacità economiche della controparte. E se questa è nullatenente non potrà certo essere denunciata per il mancato adempimento dell’obbligazione.

La durata del processo

Tra le valutazioni da fare prima di iniziare il processo, al fine di valutare quando conviene fare causa, vi è la durata del processo stesso. 

La durata di un giudizio civile ordinario non è quasi mai, per il primo grado, inferiore a tre anni e si attesta, di media, sui cinque anni. In secondo grado, la durata è di circa 3 anni. 

Anche le cause in materia di lavoro, che dovrebbero essere caratterizzate da una maggiore celerità, sono ormai adattate a tempi molto lunghi.

Ebbene, in quest’arco di tempo possono succedere tante cose che potrebbero influire sulle capacità economiche della controparte e, quindi, sulla possibilità della stessa di garantire l’adempimento della sentenza. Le aziende possono chiudere o fallire; i privati possono decedere o spogliarsi di tutti i propri beni. Chi comincia bene un giudizio, anche con le migliori prospettive di vittoria, viene sempre pregiudicato dal tempo di attesa. 

Per evitare che la controparte ceda i propri beni per evitare responsabilità patrimoniali (si pensi a una persona che intesta i propri beni al figlio o che, fingendo una separazione con la moglie, le doni la casa coniugale) la legge ha previsto un rimedio: la cosiddetta azione revocatoria che consente di rendere inefficace l’atto di disposizione di un bene nei confronti del creditore anche se è ancora in corso il giudizio di accertamento del diritto di quest’ultimo.

L’azione revocatoria deve però essere intrapresa entro 5 anni dal rogito notarile con cui è stato dismesso il bene.

Per evitare di rischiare è ben possibile iniziare un giudizio nella prospettiva di chiudere, in corso di causa, un accordo (il cosiddetto “atto di transazione”) che contemperi le opposte esigenze.

Esistono fortunatamente delle procedure molto più celeri, quando si ha la necessità di agire con urgenza perché, nel caso di ritardo, il proprio diritto verrebbe irrimediabilmente leso. È il caso del cosiddetto ricorso all’articolo 700 del Codice di procedura civile che, il più delle volte, si risolve in pochi mesi d’attesa.

Le possibilità di vittoria

Il diritto, si sa, dipende molto dall’interpretazione del singolo giudice. Tuttavia, leggendo i precedenti della Cassazione, ci si può fare un’idea di quelle che sono le possibili chances di vittoria. Chances che non bisogna trascurare prima di intraprendere una causa. Chi agisce senza avere la benché minima idea di quello che potrebbe essere l’esito, potrà rischiare non solo di perdere la causa ma di dover versare all’avversario le spese processuali. Sarà quindi bene informarsi, magari anche attraverso più professionisti, sul possibile esito del processo.  

Quando conviene fare causa?

Alla luce di quanto detto, ecco alcuni consigli pratici ed empirici per capire capire quando conviene fare causa:

  • il costo del giudizio non deve essere superiore ad almeno un quinto del valore del diritto che si intende difendere. Così, ad esempio, se si intende recuperare un credito di 10mila euro non bisogna spenderne più di 2.000;
  • la controparte deve essere un soggetto solvibile. Pertanto, se si tratta di un privato, deve essere titolare di beni immobili o di uno stipendio; se si tratta di un’azienda deve essere solida e con una buona capitalizzazione. Sarà sempre bene fare delle verifiche preventive, delegando se del caso una ditta di investigazioni private;
  • sulla base dei precedenti della Cassazione, vi devono essere ampi margini di vittoria.

note

[1] Cass. S.U. sent. n. 25574/2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com


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