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Come dividere la pensione di reversibilità tra prima e seconda moglie?

18 Novembre 2020
Come dividere la pensione di reversibilità tra prima e seconda moglie?

Oltre al criterio della durata del matrimonio bisogna considerare anche quello della durata della convivenza, le condizioni economiche degli ex coniugi e l’ammontare dell’assegno divorzile.

Nel momento in cui muore una persona, lo Stato riconosce al coniuge superstite la pensione di reversibilità. Se però è già intervenuta una sentenza di divorzio con quest’ultimo, la reversibilità spetta solo a determinate condizioni. In ultimo, se il deceduto si era risposato, la pensione di reversibilità va divisa tra il primo e il secondo coniuge. 

Una recente ordinanza della Cassazione [1] spiega come dividere la pensione di reversibilità tra prima e seconda moglie. Nella pronuncia, sono contenute tutte le regole da seguire in casi come questo. Prima però di analizzarle, dobbiamo spiegare meglio come funziona la pensione di reversibilità in caso di divorzio.

Divorzio: quando spetta la reversibilità?

La pensione ai superstiti spetta al coniuge divorziato in presenza dei seguenti requisiti [2]:

  • perfezionamento in capo al coniuge deceduto dei requisiti di assicurazione e contribuzione stabiliti dalla legge;
  • inizio del rapporto assicurativo dell’assicurato o del pensionato anteriore alla data della sentenza che pronuncia lo scioglimento o la cessazione degli effetti civili del matrimonio;
  • titolarità dell’assegno divorzile in forza di una sentenza dal tribunale [3];
  • assenza di un successivo vincolo di coniugio. Infatti, il coniuge divorziato superstite che si risposa è escluso dal diritto alla pensione, anche se alla data del decesso del pensionato o dell’assicurato il nuovo matrimonio risulta sciolto per morte del coniuge o per divorzio.

Pensione di reversibilità e nuovo matrimonio

Se l’ex coniuge deceduto si è risposato, la pensione di reversibilità spetta sia al coniuge divorziato che al coniuge superstite, a condizione che entrambi ne abbiano i requisiti che abbiamo visto nel precedente paragrafo. Quindi, sia la prima che la seconda moglie – nel caso in cui a morire sia il marito – devono aver ricevuto l’assegno divorzile dal tribunale. Nessuna delle due, inoltre, si deve essere risposata.

In caso di successivo matrimonio, la pensione di reversibilità va divisa tra la prima e la seconda moglie.

Se oltre al coniuge superstite vi sono altri coniugi divorziati, la pensione va ripartita tra tutti gli aventi diritto.

In caso di decesso o successive nozze del coniuge superstite, il coniuge divorziato titolare di una quota della pensione ai superstiti ha diritto all’intero trattamento; allo stesso modo, l’intero trattamento deve essere erogato al coniuge superstite se il coniuge divorziato cessa dal diritto alla prestazione.

Come si divide la pensione di reversibilità 

La ripartizione in quote della pensione di reversibilità tra la prima e la seconda moglie viene effettuata dal tribunale, tenendo conto di una serie di elementi, primo tra tutti la durata dei rispettivi matrimoni. 

Oltre a questo criterio, il giudice, sulla base della propria discrezionalità, può applicare ulteriori correttivi come [4]:

  • la durata delle convivenze prematrimoniali; 
  • l’ammontare dell’assegno divorzile goduto dal coniuge divorziato prima della morte dell’ex coniuge;
  • le condizioni economiche dei due ex coniugi; ciò al fine di evitare, ad esempio, che l’ex coniuge sia privato dei mezzi indispensabili per mantenere il tenore di vita che gli avrebbe dovuto assicurare nel tempo l’assegno di divorzio.

La giurisprudenza ha costantemente affermato che la ripartizione del trattamento di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite deve essere effettuata sulla base del criterio della durata dei matrimoni, con la ponderazione di ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica dell’istituto, tra cui la durata delle convivenze prematrimoniali. In tale contesto, infatti, la convivenza more uxorio non ha una mera valenza “correttiva” rispetto all’elemento della durata del rapporto matrimoniale, ma assume un distinto ed autonomo rilievo giuridico laddove il coniuge interessato dimostri la stabilità e l’effettività della comunione di vita prematrimoniale [5].

Devono inoltre essere valutati altri elementi come l’entità dell’assegno di mantenimento attribuito all’ex coniuge e le condizioni economiche dei due aventi diritto [6].

È stato comunque precisato che la durata della convivenza non deve essere confusa con quella del matrimonio, a cui si riferisce il criterio legale. L’entità dell’assegno divorzile non deve essere considerata un limite legale alla quota di pensione attribuibile all’ex coniuge, non essendovi alcuna indicazione legislativa in tal senso [7].


note

[1] Cass. ord. n. 25656/20 del 13.11.2020.

[2] Art. 9, c. 2 e 3, L. 898/70; Circ. INPS 27 giugno 2001 n. 132; Mess. INPS 25 gennaio 2006 n. 2504.

[3] Art. 5 L. 898/70; Cass. 22 aprile 2013 n. 9660; Cass. SU 24 settembre 2018 n. 22434.

[4] C.Cost. 4 novembre 1999 n. 419; Cass. 15 ottobre 2012 n. 17636; Cass. 21 settembre 2012 n. 16093; Cass. 21 giugno 2012 n. 10391; Cass. 10 maggio 2007 n. 10669; Cass. 9 maggio 2007 n. 10638; Cass. 19 febbraio 2003 n. 2471.

[5] Cass. sent. n. 26358/11.

[6] Cass. sent. n. 16093/12.

[7] Cass. sent. n. 10291/12.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 22 settembre – 13 novembre 2020, n. 25656

Presidente Scaldaferri – Relatore Tricomi

Ritenuto che:

La Corte d’appello dell’Aquila, con la sentenza in epigrafe indicata, ha parzialmente accolto il gravame proposto da C.B. nei confronti di D.M.S. avverso la pronuncia del Tribunale di Sulmona ed ha rideterminato la quota della pensione di reversibilità spettante alla prima, in qualità di coniuge divorziata di L.R. , (deceduto il omissis), fissata in primo grado nel 35%, nella maggior misura del 40%, attribuendo alla coniuge superstite D.M. ed al figlio minorenne la restante quota del 60%.

C. ha proposto ricorso per cassazione, affidandosi ad un motivo; D.M. è rimasta intimata.

È stata disposta la trattazione con il rito camerale di cui all’art. 380-bis c.p.c., ritenuti ricorrenti i relativi presupposti.

Considerato che:

1. Con l’unico motivo si denuncia la violazione e/o falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5, e art. 9, comma 3.

La ricorrente, coniuge divorziata, sostiene che la Corte abruzzese non avrebbe tenuto nella debita considerazione circostanze rilevanti al fine di pervenire ad una decisione rispondente ai criteri di cui al cit. art. 9.

Il motivo è inammissibile.

In proposito la Corte di legittimità ha affermato che “La ripartizione del trattamento di reversibilità tra coniuge divorziato e coniuge superstite, entrambi aventi i requisiti per la relativa pensione, va effettuata, oltre che sulla base del criterio della durata dei matrimoni, ponderando ulteriori elementi correlati alla finalità solidaristica dell’istituto, tra i quali la durata delle convivenze prematrimoniali, dovendosi riconoscere alla convivenza “more uxorio” non una semplice valenza “correttiva” dei risultati derivanti dall’applicazione del criterio della durata del rapporto matrimoniale, bensì un distinto ed autonomo rilievo giuridico, ove il coniuge interessato provi stabilità ed effettività della comunione di vita prematrimoniale.” (Cass. n. 26358 del 07/12/2011), oltre che ponderando ulteriori elementi, quali l’entità dell’assegno di mantenimento riconosciuto all’ex coniuge, le condizioni economiche dei due aventi diritto e la durata delle rispettive convivenze prematrimoniali (Cass. n. 16093 del 21/09/2012), senza mai confondere, però, la durata della convivenza con quella del matrimonio, cui si riferisce il criterio legale, nè individuare nell’entità dell’assegno divorzile un limite legale alla quota di pensione attribuibile all’ex coniuge, data la mancanza di qualsiasi indicazione normativa in tal senso (Cass. n. 10391 del 21/06/2012).

La Corte territoriale si è attenuta ai principi così elaborati, giacché ha ponderato la durata della convivenza matrimoniale con quella dei due matrimoni nella determinazione delle quote di rispettiva pertinenza tra le parti, così come le condizioni economiche e patrimoniali e le opportunità di lavoro delle due contendenti; pertanto la censura, proposta come violazione di legge, appare intesa a pervenire ad un riesame del merito in relazione agli elementi di fatto su cui la Corte di appello ha sufficientemente motivato ed è inammissibile, perché una diversa valutazione del merito non è consentita in sede di legittimità se non nei limiti previsti per la prospettazione del vizio motivazionale ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, che, nella formulazione introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito in L. n. 134 del 2012, applicabile “ratione temporis”, presuppone che il giudice di merito abbia esaminato la questione oggetto di doglianza, ma abbia totalmente pretermesso uno specifico fatto storico, e si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”, mentre resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.” (Cass. Sez. U. n. 8053 del 07/04/2014; Cass. n. 20721 del 13/08/2018).

4. In conclusione, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Non si provvede sulle spese in assenza di attività difensiva della controparte.

Va disposto che siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti menzionati nell’ordinanza, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente principale e della ricorrente incidentale, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per i rispettivi ricorsi, a norma del cit. art. 13, comma 1 bis, (Cass. S.U. n. 23535 del 20/9/2019).

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso;

Dispone che in caso di diffusione della presente ordinanza siano omesse le generalità delle parti e dei soggetti in essa menzionati, a norma del D.Lgs. 30 giugno 2003, n. 196, art. 52.

Dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

 

 


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