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Abbandonare gatto in casa: quando è reato

19 Novembre 2020 | Autore:
Abbandonare gatto in casa: quando è reato

Gli animali domestici lasciati soli per periodi protratti provano sofferenze fisiche e psichiche. La legge li tutela penalmente dalle incurie dei proprietari.

Siamo abituati a pensare ai gatti come animali indipendenti e piuttosto indifferenti, ma chi li possiede sa bene quanto siano legati all’uomo e, se vogliono, capaci di affetto.

Il benessere dei gatti dipende molto dall’habitat domestico: questi felini “vivono” la casa e quando si verifica un’assenza protratta dell’essere umano possono manifestare disagio, ansia e problemi comportamentali, oltre ovviamente a soffrire fisicamente se mancano loro il cibo, l’acqua e le cure.

Tralasciando la questione, qui irrisolvibile, se i felini siano affezionati più alla casa che ai loro proprietari, sta di fatto che essi sono animali senzienti, dunque senza dubbio capaci di provare patimenti e sofferenze.

Se questi dolori vengono arrecati dall’uomo, scattano le tutele previste dalla legge. A parte i casi estremi dell’uccisione o del maltrattamento di animali, che quando avvengono «per crudeltà o senza necessità» sono delitti puniti con la reclusione fino a due anni, esiste nel Codice penale un’altra figura di reato, quella dell’abbandono di animali. Perciò, l’abbandono di un gatto è vietato e sanzionato penalmente dalla legge. L’abbandono può avvenire in vari modi, che esamineremo, e il responsabile può essere il proprietario, il possessore o anche chi ha in custodia l’animale.

Si tratta dunque di vedere quando è reato abbandonare un gatto lasciandolo solo in casa: la giurisprudenza ha ultimamente assunto una posizione severa, basata sulle concrete condizioni in cui si trovano i felini quando i loro proprietari sono assenti per periodi protratti, come nel caso delle vacanze estive.

A chi affidare il gatto durante le vacanze?

La soluzione ottimale sarebbe quella di lasciare i gatti in un’apposita pensione, ma a volte questo non è realizzabile per problemi pratici o economici.

In genere, si è portati a pensare che se la vacanza è breve, due o tre giorni o fino a una settimana, il gatto riuscirà a badare a sé stesso, se viene munito di una consistente scorta d’acqua e di cibo; ma occorre provvedere anche all’igiene e alla sicurezza dell’ambiente. Gli animali domestici non dovrebbero mai restare completamente incustoditi per periodi lunghi.

Meglio allora se qualche parente, amico o vicino riesce ad andare a dare un’occhiata ogni giorno durante la nostra assenza, per provvedere ai bisogni necessari, come l’alimentazione e la pulizia della lettiera, e magari per trascorrere un po’ di tempo in compagnia del gatto e giocare un po’ con lui.

Quanto tempo un gatto può stare da solo in casa?

Non esiste un periodo di tempo prestabilito e fisso per individuare quanto tempo un gatto può restare da solo in casa. Certamente è possibile lasciarlo quando si esce quotidianamente per il lavoro, la spesa o le altre faccende e di solito il gatto è in grado di sopportare senza conseguenze l’assenza del padrone per un’intera giornata.

Un noto esperto di comportamento degli animali, Desmond Morris, disse, forse provocatoriamente, che «un cane solo è infelice, un gatto ha solo la pace». Ma molto dipende dalla personalità dell’animale, dal suo grado di adattamento alla casa, dalla presenza di un giardino o di balconi e dunque di possibilità di stare all’aria aperta, dal legame affettivo instaurato con il proprietario e dalle condizioni concrete in cui viene lasciato: è ben diverso tenerlo chiuso in una stanza dal lasciargli la possibilità di muoversi nell’intero appartamento, possibilmente con aria e luce.

Anche l’età del gatto influisce sul periodo che può trascorrere da solo: gli esperti affermano che i cuccioli non dovrebbero essere lasciati soli per più di qualche ora, mentre i gatti adulti, specialmente se di carattere tranquillo, sono in grado di trascorrere tempi più lunghi anche senza un essere umano vicino.

Il reato di abbandono di animali

Finora abbiamo parlato di aspetti pratici, ora passiamo ad esaminare gli aspetti legali della faccenda. La legge contempla il reato di abbandono di animali [1] che è punito con l’arresto fino ad un anno o con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro. Si tratta di un reato contravvenzionale, per il quale non è richiesto il dolo ma è sufficiente la colpa.

La norma si riferisce a tutti gli «animali domestici o che abbiano acquisito le abitudini della cattività», dunque comprende sicuramente i gatti; ma non indica in cosa consista l’abbandono, anche se specifica che «alla stessa pena soggiace chiunque detiene animali in condizioni incompatibili con la loro natura, e produttive di gravi sofferenze».

A colmare il vuoto è intervenuta la giurisprudenza, che ha stabilito un criterio in base al quale l’abbandono si configura quando l’animale è lasciato solo per periodi protratti, senza nessuno che si prenda cura di lui.

Il bene giuridico protetto dalla norma è, infatti, il benessere degli animali, dunque il loro diritto alla “non sofferenza” che qui assume rilievo nel diritto a non essere abbandonati, rimanendo privi di attenzioni materiali ed affettive.

È chiaro che gli animali domestici sono esseri viventi dotati di una propria sensibilità psicofisica e sono capaci di provare dolore ed essere feriti anche psicologicamente quando sono costretti a subire la mancanza delle cure necessarie, che come abbiamo visto non sono soltanto materiali.

Andare in vacanza e lasciare i gatti a casa è reato?

L’abbandono rilevante dal punto di vista penale si verifica specialmente durante il periodo estivo, se i padroni vanno in vacanza a lungo e i gatti rimangono soli a casa in uno stato di incuria, privi di supporto materiale e di attenzioni.

Un caso emblematico in tal senso è quello recentemente deciso dalla Corte di Cassazione [2] che ha confermato la condanna al pagamento di 1.500 euro di ammenda ad una donna che era andata in vacanza affidando i suoi tre gatti ai figli minorenni, che però concretamente non si erano occupati degli animali.

I gatti sono stati ritrovati in pessime condizioni dai Carabinieri e dalle guardie zoofile, intervenuti a seguito di segnalazione: rinchiusi in un’unica camera, affamati ed assetati perché rimasti senza cibo, con poca acqua stagnante nella ciotola e con la lettiera sporca e completamente satura; anche i mobili e i divani erano ricoperti da escrementi ed urine.

La Suprema Corte ha ritenuto che in questo stato i gatti fossero detenuti «in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze». D’altro canto, i figli della proprietaria erano minorenni, vivevano in un’altra casa, si recavano nell’appartamento dove erano collocati i gatti solo a giorni alterni; ma soprattutto, vista l’età, erano «prevedibilmente inadeguati al compito loro assegnato» di accudirli, e ciò ha fondato la colpa della proprietaria.

Perciò – rimarca la sentenza – «l’imputata, a fronte del lungo periodo di assenza e della impossibilità di avvalersi di un sostituto adeguato per la cura dei propri animali domestici, avrebbe dovuto affidare i gatti ad una struttura, pubblica o privata, di custodia e cura».

Le sofferenze degli animali lasciati senza cure

Gli Ermellini sono stati molto fermi nel sottolineare che «la detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, va considerata, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza» dunque bisogna dare per scontato che i gatti richiedono cure costanti, tenendo presente anche «le acquisizioni delle scienze naturali» sul comportamento di questi animali domestici.

Ed ancora – prosegue il Collegio – «le gravi sofferenze non vanno necessariamente intese come quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche i meri patimenti». Questo implica che «assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione».

I giudici di piazza Cavour hanno precisato che «la grave sofferenza dell’animale, elemento oggettivo dell’abbandono, deve essere desunta dalle modalità della custodia che devono essere inconciliabili con la condizione propria dell’animale in situazione di benessere».

Ed infatti anche in precedenti pronunce della Suprema Corte «è stato ritenuto integrato il reato anche in situazioni quali la privazione di cibo, acqua e luce o le precarie condizioni di salute, di igiene e di nutrizione» [3]. Per maggiori informazioni puoi leggere la sentenza della Cassazione che riportiamo in forma integrale nel box al termine di questo articolo.


Non lasciare solo il tuo gatto in casa per lunghi periodi: potrebbe soffrire per la mancanza di alimentazione, pulizia, cure e attenzioni e tu potresti essere condannato per il reato di abbandono di animali. Se puoi affidalo a una struttura durante le vacanze estive o fai in modo che parenti o amici provvedano quotidianamente alle sue esigenze. Per le assenze breve assicurati che sia rifornito di cibo ed acqua e che qualcuno si prenda cura della sua igiene.

note

[1] Art. 727 Cod. pen.

[2] Cass. sez. 3°Penale, sent. n. 32157/20 del 16 novembre 2020.

[3] Cass. sent. n. 52031 del 04 ottobre 2016, sent. n.17677 del 22 marzo 2016 e sent. n. 49298 del 22 novembre 2012.

Autore immagine: Canva.com

Corte di Cassazione, sez. III Penale, sentenza 7 ottobre – 16 novembre 2020, n. 32157

Presidente Di Nicola – Relatore Di Stasi

Ritenuto in fatto

  1. Con sentenza del 20/01/2020, il Tribunale di Ivrea dichiarava La. Cl. responsabile del reato di cui agli artt. 110, 727 cod.pen – perché deteneva tre gatti in condizioni incompatibili con la loro natura e produttive di gravi sofferenze e, in particolare, in una situazione di scarsa igiene con presenza di urine e feci sparse su giornali distribuiti sul pavimento, con lettiera satura di feci e di urina, nonché con ciotola dell’acqua dell’abbeverata stagnante e sporca – e la condannava alla pena di Euro 1.500,00 di ammenda nonché al risarcimento dei danni in favore della costituita parte civile.
  2. Avverso tale sentenza ha proposto ricorso per cassazione La. Cl., a mezzo del difensore di fiducia, articolando un unico motivo, con il quale deduce violazione dell’art. 727 cod.pen. e correlato vizio di motivazione.

Espone che la ricorrente, prima di partire per le ferie estive, aveva delegato il compito di accudire i propri animali domestici ad una conoscente che, però, aveva successivamente negato il suo supporto, tanto che era stata costretta ad incaricare i propri figli della cura degli animali; argomenta che per comune esperienza un gatto domestico può resistere senza subire le conseguenze di un abbandono per alcuni giorni e che la situazione di sporcizia presente nell’appartamento era dovuta ad un furto subito ed alle condizioni di caldo e umido tipiche della stagione estiva. Difettavano, quindi, sia l’elemento oggettivo che l’elemento soggettivo del reato contestato.

Chiede, pertanto, l’annullamento della sentenza impugnata.

Considerato in diritto

  1. Il ricorso è inammissibile per manifesta infondatezza del motivo proposto.
  2. Secondo la consolidata giurisprudenza di questa Corte, la detenzione impropria di animali, produttiva di gravi sofferenze, va considerata, per le specie più note (quali, ad esempio, gli animali domestici), attingendo al patrimonio di comune esperienza e conoscenza e, per le altre, alle acquisizioni delle scienze naturali (Sez. 3, n. 37859 del 4/6/2014, Rainoldi e altro, Rv. 260184; Sez. 3, n. 6829 del 17/12/2014 (dep. 2015), Garnero, Rv. 262529).

Le gravi sofferenze non vanno necessariamente intese come quelle condizioni che possono determinare un vero e proprio processo patologico, bensì anche i meri patimenti (Sez.3, n.14734 del 08/02/2019, Rv. 275391 – 01; Sez. 3 n. 175 del 13/11/2007 (dep. 2008), Mollaian, Rv. 238602).

Assumono rilievo non soltanto quei comportamenti che offendono il comune sentimento di pietà e mitezza verso gli animali per la loro manifesta crudeltà, ma anche quelle condotte che incidono sulla sensibilità psicofisica dell’animale, procurandogli dolore e afflizione (Sez. 7, n. 46560 del 10/7/2015, Francescangeli e altro, Rv. 265267).

E’ stato, quindi, ritenuto integrato il reato in esame anche in situazioni quali la privazione di cibo, acqua e luce (Sez. 6, n. 17677 del 22/3/2016, 4 Borghesi, Rv. 267313), o le precarie condizioni di salute, di igiene e di nutrizione (Sez.3, n.49298 del 22/11/2012, Rv.253882 – 01).

Ed è stato precisato che la grave sofferenza dell’animale, elemento oggettivo della fattispecie di cui all’art. 727 cod.pen., deve essere desunta dalle modalità della custodia che devono essere inconciliabili con la condizione propria dell’animale in situazione di benessere (Sez.3,n.52031 del 04/10/2016, Rv.268778 – 01).

2.1. Nel caso di specie, il Tribunale ha posto in evidenza come, in sede di sopralluogo effettuato dai Carabinieri e da guardia zoofila, venivano rinvenuti nell’appartamento della ricorrente, i cui mobili e divani erano ricoperti di escrementi ammuffiti e di urine, tre gatti affamati, rinchiusi in una stanza; uno dei gatti presentava un’escrescenza su muso che, a seguito di visita veterinaria, si rilevava essere un tumore molto esteso (che partiva dal cranio ed arrivava sino alla bocca); il gatto in questione, in stato di denutrizione, veniva sottoposto a due interventi chirurgici e, poi, aggravatosi in maniera irreversibile, veniva soppresso.

Rileva il Collegio che la detenzione in tali condizioni dei gatti domestici della ricorrente, costretti in un luogo ristretto e malsano per lungo periodo e senza adeguate cure, deve ritenersi certamente incompatibile con la loro natura e produttiva di gravi sofferenze per gli stessi; gravi sofferenze ancora più evidenti per uno dei gatti che era affetto da una grave patologia e, quindi, bisognevole anche di adeguate cure veterinarie.

2.2. Né esclude la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato, la circostanza che l’imputata avesse affidato a terzi la cura dei gatti.

Come evidenziato dal Tribunale, tale comportamento si configura come colposo, in quanto l’imputata, rimanendo lontana dalla propria abitazione per un lungo periodo di ferie, aveva delegato la cura dei gatti ai propri figli minori (che vivevano con il padre presso i nonni e che si recavano presso l’abitazione della madre a giorni alterni), soggetti prevedibilmente inadeguati al compito loro assegnato, sia per l’età che per la durata dello stesso.

Il Tribunale ha evidenziato anche la condotta diligente esigibile, rimarcando che l’imputata, a fronte del lungo periodo di assenza e della impossibilità di avvalersi di un sostituto adeguato per la cura dei propri animali domestici, avrebbe dovuto affidare i gatti ad una struttura, pubblica o privata, di custodia e cura.

La motivazione del Tribunale è, quindi, adeguata e logica ed in linea con i principi di diritto suesposti e si sottrae al sindacato di legittimità

La ricorrente, peraltro, si limita sostanzialmente a proporre una lettura alternativa del materiale probatorio posto a fondamento della affermazione di responsabilità penale, dilungandosi in considerazioni in punto di fatto, che non possono trovare ingresso nel giudizio di legittimità, non essendo demandato alla Corte di cassazione un riesame critico delle risultanze istruttorie.

  1. Consegue, pertanto, la declaratoria di inammissibilità del ricorso.
  2. Essendo il ricorso inammissibile e, in base al disposto dell’art. 616 cod. proc. pen, non ravvisandosi assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità (Corte Cost. sent. n. 186 del 13.6.2000), alla condanna del ricorrente al pagamento delle spese del procedimento consegue quella al pagamento della sanzione pecuniaria nella misura, ritenuta equa, indicata in dispositivo.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Euro tremila in favore della Cassa delle ammende.


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