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Maestra copre le molestie del bidello sugli alunni: è reato di favoreggiamento

12 gennaio 2012


Maestra copre le molestie del bidello sugli alunni: è reato di favoreggiamento

> Diritto e Fisco Pubblicato il 12 gennaio 2012



La maestra che cela gli abusi sessuali di un bidello su un’alunna minorenne solo per salvare la reputazione della scuola non può essere giustificata ed è colpevole di favoreggiamento personale.

La Cassazione [1] ha concesso solo una minima riduzione della pena all’insegnante che ha celato gli abusi sessuali commessi dal bidello nei confronti di un’alunna minorenne.

Il caso di specie ha riguardato una maestra che, per salvare la reputazione della scuola, ha intralciato le indagini sulle violenze sessuali consumate dal collaboratore scolastico. Essa, in particolare, si è adoperata per far sparire le tracce del delitto e ha raccomandato all’alunna di nascondere ai propri genitori le molestie subite.

Dunque, pur non essendo coinvolta nel compimento delle brutalità, l’insegnante si è resa comunque complice del molestatore. Per questo motivo, è stata condannata per favoreggiamento personale [2].

Il fatto poi di aver agito al fine di evitare uno scandalo, secondo la Suprema Corte, diminuisce di poco il disvalore della condotta. Ecco perché le è stata concessa solo una minima riduzione della pena (che da 36 mesi di reclusione è passata a 34).

di MANUELA PAGANI

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
SEZIONE QUARTA PENALE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:
Dott. MARZANO   Francesco      –  Presidente   –
Dott. GALBIATI  Ruggero        –  Consigliere  –
Dott. MASSAFRA  Umberto        –  Consigliere  –
Dott. MARINELLI Felicetta –  rel. Consigliere  –
Dott. PICCIALLI Patrizia       –  Consigliere  –
ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:
1)          R.M. N. IL (OMISSIS);
avverso  la  sentenza  n.  7695/2007 CORTE  APPELLO  di  NAPOLI,  del
16/11/2010;
visti gli atti, la sentenza e il ricorso;
udita  in  PUBBLICA  UDIENZA del 24/11/2011 la  relazione  fatta  dal
Consigliere Dott. FELICETTA MARINELLI;
Udito  il  Procuratore Generale in persona del Dott. SALVI  Giovanni,
che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso;
Udito il difensore avv. Villani Alberico del Foro di Avellino, che ha
chiesto l’accoglimento del ricorso.

RITENUTO IN FATTO


S.A. e R.M. sono stati ritenuti responsabili dal Tribunale di S. Angelo dei Lombardi, con sentenza emessa in data 28.05.2004, il primo del reato di violenza sessuale continuata in danno di bambine minori degli anni dieci, la seconda del reato di favoreggiamento personale nei confronti del S. e sono stati condannati il primo alla pena di anni sei di reclusione, la seconda alla pena di anni tre di reclusione, oltre alle pene accessorie e al risarcimento dei danni nei confronti delle parti civili.
Sul gravame proposto dagli imputati, la Corte di appello di Napoli confermava, in data 28.04.2006, la sentenza del primo giudice.
Avverso tale sentenza gli imputati, a mezzo dei loro difensori, ricorrevano in Cassazione.
La Corte di Cassazione, con sentenza del 9.05.2007, con riguardo alla posizione della R., annullava la sentenza impugnata limitatamente alla mancata concessione delle attenuanti generiche, in quanto riteneva che la Corte di appello non avesse tenuto nella debita considerazione alcune circostanze che si ponevano a favore dell’imputata, quali l’incensuratezza e le ragioni del suo silenzio (la donna aveva sostenuto di avere taciuto al fine di salvare la reputazione della scuola).
La Corte d’appello di Napoli, con sentenza dell’11.11.2010, decidendo in sede di rinvio dalla Corte di Cassazione, in riforma della sentenza del 28.05.2004 emessa dal Tribunale di S. Angelo dei Lombardi ed appellata dall’imputata R.M., concesse alla stessa le attenuanti generiche, rideterminava la pena in anni due e mesi dieci di reclusione.
Avverso la predetta sentenza la R., a mezzo del suo difensore, proponeva ricorso per Cassazione e concludeva chiedendo di volerla annullare.
La ricorrente ha censurato la sentenza impugnata per il seguente motivo:
violazione degli artt. 133 e 62 bis c.p. e art. 627 c.p.p. in relazione all’art. 606 c.p.p., lett. e) – difetto logico di motivazione, mancanza e contraddittorietà della stessa.
Secondo la ricorrente la Corte territoriale era pervenuta alla determinazione della pena con argomentazioni illogiche e meramente apparenti e aveva indicato in modo inadeguato le ragioni poste alla base del mancato riconoscimento della diminuzione della pena conseguente alla concessione delle circostanze attenuanti generiche nella sua massima estensione.
La Corte territoriale infatti, pur riconoscendo in sede di rinvio, le attenuanti generiche, aveva ritenuto di ridurre la pena rispetto a quella inflitta dal Tribunale soltanto di mesi due di reclusione, senza spiegare in modo esauriente le ragioni di tale determinazione.

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il ricorso è palesemente infondato.
La Corte di appello di Napoli indica infatti con motivazione congrua e assolutamente condivisibile le ragioni per cui, pur avendo concesso alla R. le circostanze attenuanti generiche, non ha peraltro ritenuto che le stesse potessero essere applicate nella loro massima estensione, in considerazione della estrema gravità del fatto ascritto alla R., che non ha esitato a distruggere le mutandine della piccola B.M. per far sparire una traccia del gravissimo reato commesso poco prima dal S. e ha serbato il silenzio, suggerendo invece alla bambina di mentire alla madre, e ciò per evitare lo scandalo, agendo quindi, come osserva la sentenza impugnata, con modalità particolarmente abiette, anche per l’alta funzione dalla stessa rivestita, insegnante presso la scuola materna frequentata dalla piccola B.M..
Manifestamente infondata è infine tale doglianza che attiene alla entità della diminuzione della pena in seguito alla concessione delle circostanze attenuanti generiche, atteso che il giudice di merito ha comminato una pena assolutamente congrua.
D’altronde la dosimetria della pena è di competenza del giudice di merito ed è quindi sottratta alla valutazione di questa Corte.
Il ricorso deve essere pertanto dichiarato inammissibile e la ricorrente deve essere condannata al pagamento delle spese processuali e al pagamento della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese processuali e al pagamento della somma di Euro 1000,00 in favore della Cassa delle Ammende.
Così deciso in Roma, il 24 novembre 2011.
Depositato in Cancelleria il 22 dicembre 2011

note

[1] Cass. sent. n. 47809/2011

[2] Art. 378 c.p.

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