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Covid: perché uccide di più in Italia

18 Novembre 2020
Covid: perché uccide di più in Italia

Peggio di noi solo Messico e Iran, quanto a indice di letalità, che identifica la percentuale delle vittime sul totale delle persone che contraggono il virus.

La differenza è solo apparentemente sottile. Quando si parla di indice di letalità del Coronavirus si intende la quantità di morti sul totale dei positivi. L’indice di mortalità, invece, designa il numero di vittime sul totale della popolazione.

Stando a quanto riporta oggi il Corriere della Sera, che a sua volta cita dati della John Hopkins University, in nessuno dei due casi l’Italia è messa bene, a livello mondiale. Quanto al tasso di mortalità, risulta essere nona al mondo, con oltre 75 morti ogni 100mila abitanti. Ma è soprattutto sulla letalità che andiamo male, secondo i ricercatori di Baltimora.

Il nostro Paese è terzo nella classifica mondiale, con quasi 4 decessi ogni 100 positivi, precisamente il 3,8%. Prima di noi, in tutto il pianeta, ci sono solo il Messico (10 deceduti ogni 100 pazienti Covid) e l’Iran (5 su 100 non sopravvivono all’infezione).

Altri Stati europei dove il virus sta colpendo duramente, al punto da attivare misure anche più dure delle nostre, hanno tassi di letalità molto più contenuti. L’Austria, per esempio, tornata in lockdown, oscilla tra lo 0,8 e lo 0,9%. Com’è possibile?

I ricercatori della John Hopkins lo spiegano con due aspetti: l’anzianità della popolazione, che in Italia è tra le più alte del mondo, e l’efficienza e rapidità delle cure ospedaliere.

Si è ipotizzato che il motivo dell’aggressività del virus potesse essere anche ricondotto alla quantità di test eseguiti: più se ne fanno, più l’indice di letalità dovrebbe abbassarsi, dal momento che gli asintomatici sono in maggioranza. Ma questa motivazione è molto meno attendibile, lo conferma la pratica: la Gran Bretagna ha eseguito 37 milioni di test – il doppio di quelli italiani -, ma il suo indice di letalità è appena inferiore al nostro (3,7%).

Il Corriere della Sera, su questo, ha interpellato Massimo Ciccozzi, epidemiologo e statistico del Campus Biomedico di Roma. Secondo lui altri due motivi potrebbero essere all’origine del maggior numero di vittime nel nostro Paese: l’incidenza delle patologie pregresse di cui soffrono i tanti che non riescono a vincere la battaglia contro il virus, «ma anche le Rsa – riporta il quotidiano milanese -, che da noi sono state colpite dal virus più che altrove, con soggetti molto anziani».

Ciccozzi menziona anche «l’efficienza del sistema sanitario», come i ricercatori di Baltimora, e «il metodo di tracciamento, che da noi è saltato. E tanti altri fattori. Purtroppo, i dati aggregati sono attendibili, ma non sono in grado di spiegare tutto».

A contestare i dati, Alberto Zangrillo, prorettore dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, secondo cui «l’Italia viene indicata in modo negativo come il terzo Paese al mondo per letalità da Covid, sulla base di un database e non di una ricerca strutturata secondo regole scientifiche».

«È sorprendente come non venga tenuto in alcun conto un dato che costituisce il nostro orgoglio di italiani – dichiara Zangrillo all’agenzia di stampa Adnkronos -. Il Belpaese ha una principale caratteristica, credo positiva: la longevità. In Italia la percentuale di ultrasettantenni è del 17%, contro circa il 10% del resto d’Europa. Ed è noto che Sars-CoV-2 colpisce in modo letale soprattutto la popolazione anziana. Secondo motivo per considerare una fake news quella di cui stiamo dibattendo: l’indice è calcolato in base al rapporto fra morti e numero di positivi, ed è noto a tutti che durante la cosiddetta prima ondata il numero di persone tracciate come positive al Sars-CoV-2 in Italia, primo Paese occidentale colpito, è stato drammaticamente sottostimato».



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