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Come si calcola la ritenuta d’acconto?

29 Gennaio 2021
Come si calcola la ritenuta d’acconto?

Il sistema di autotassazione del lavoratore autonomo. Le aliquote per calcolare correttamente la ritenuta d’acconto e le differenze tra professionisti dotati di cassa previdenziale e gestione separata. 

Lavoro che fai, tasse che paghi. È questo, in sintesi, il rapporto che lega ciascun contribuente al Fisco. Una relazione complessa, spesso controversa, ma sempre dovuta, soprattutto quando si tratta di versare le imposte sul reddito e, ancor prima, calcolarle.

Quando si tratta di un lavoratore dipendente, la busta paga risolve ogni problema. Diverso, invece, il caso del lavoratore autonomo, soggetto a un principio di autotassazione che sfrutta il sistema della ritenuta d’acconto. Se sei un professionista alle prime armi, probabilmente potresti non sapere come si calcola la ritenuta d’acconto. La lacuna è assolutamente lecita, perché non basta conoscere la percentuale della ritenuta per calcolarla, ma valutare anche altri aspetti del proprio lavoro professionale.

Proprio per aiutarti ad effettuare un calcolo più preciso, abbiamo deciso di scrivere un articolo che possa guidarti nel computo della ritenuta d’acconto. In questo modo, avrai uno strumento di lavoro completo consultabile in qualsiasi momento.

Cos’è una ritenuta d’acconto e chi la effettua

Per poter capire la natura della ritenuta, occorre, prima di ogni altra cosa, dichiarare in quale ambito ci troviamo e quali sono i soggetti che vi operano. Il campo, ovviamente, è quello fiscale, mentre gli attori che entrano in scena sono:

  • il lavoratore autonomo/contribuente;
  • il committente;
  • lo Stato.

Come noto, in cambio di una prestazione di tempo ed energia da parte di un soggetto, questi ottiene una retribuzione. La somma di tutte le retribuzioni percepite da un individuo nel corso di un anno si chiama reddito, sottoposto dallo Stato a imposizione fiscale mediante gli scaglioni previsti dall’Irpef.

Nel tentativo di arginare il fenomeno dell’evasione fiscale, l’Erario si avvale del committente, che agisce in qualità di sostituto d’imposta. Cosa significa questo? All’atto pratico, chi emette la parcella o la fattura, calcola anche una ritenuta d’acconto che non entra a far parte del compenso erogato dal committente, il quale, invece, la trattiene per versarla poi all’Agenzia delle Entrate.

Il nome lascia ben evocare la sua funzione: si tratta, in altre parole, di un acconto di Irpef pagato dal contribuente, il quale, all’atto della dichiarazione, dovrà scorporarlo dal totale dell’imposta sul reddito.

La ritenuta d’acconto: qual è l’aliquota?

Ora che hai capito che la ritenuta d’acconto altro non è che un’anticipazione sull’Irpef, avrai forse già intuito che per calcolarla ci si avvale di una percentuale applicata sulla retribuzione stabilita.

In Italia, le aliquote per calcolare la ritenuta d’acconto sono due:

  • il 20% sui compensi erogati a lavoratori residenti sul suolo nazionale;
  • il 30% sui compensi erogati a lavoratori residenti all’estero.

Fa eccezione l’aliquota del 23%, che è applicata, per esempio, agli agenti di commercio, ai rappresentanti o a chi si occupa di vendite a domicilio. Come si può notare, la percentuale della ritenuta d’acconto applicata a questi compensi è la stessa del primo scaglione Irpef.

Lavoro autonomo e contributi previdenziali: come si calcolano?

Prima di mostrarti come si calcola la ritenuta d’acconto, occorre anticipare un argomento importante ai fini del computo stesso. Stiamo parlando dei contributi previdenziali connessi al lavoro autonomo e, più nello specifico, di quella quota che una certa tipologia di professionista può chiedere al proprio committente ai fini pensionistici.

È la cosiddetta rivalsa Inps, una maggiorazione del 4% calcolata in fattura sulla base del compenso. Perché è importante capire il funzionamento della rivalsa? Essa contribuisce a formare la base imponibile della ritenuta d’acconto, ossia va sommata al compenso prima di applicare l’aliquota del 20 o del 30% e prima di calcolare l’Iva al 22%.

In verità, un’operazione del genere non va effettuata da tutti i professionisti, bensì solo da quelli iscritti alla gestione separata. Cosa vogliono dire queste due parole? Te lo spieghiamo subito.

La gestione separata

Dal punto di vista dei contributi, i lavoratori autonomi possono essere distinti in due categorie:

  1. quelli dotati di cassa previdenziale;
  2. quelli sprovvisti di cassa previdenziale.

Appartengono alla prima categoria quei professionisti che possono aderire a una cassa messa a disposizione dal proprio ordine di appartenenza: avvocati, notai, medici, commercialisti. Queste figure lavorative hanno una cassa previdenziale specifica che gestisce i tributi pensionistici.

I secondi, invece, sono tutti i professionisti che, non avendo una cassa previdenziale gestita dall’ordine di appartenenza, decidono di far gestire i contributi previdenziali all’Inps. Quando ciò accade, si dice che il lavoratore autonomo ha aderito alla gestione separata.

Possono aderire alla gestione separata i venditori a domicilio, i borsisti di un dottorato di ricerca, i prestatori di lavoro occasionale accessorio (tipo le babysitter).

Dopo questo excursus sulle casse previdenziali, sarà più chiaro procedere nel calcolo della ritenuta d’acconto. Abbiamo già detto che la rivalsa Inps del 4% è applicabile solo da chi aderisce alla gestione separata e che la ritenuta d’acconto si calcola sul compenso maggiorato.

In caso di parcella emessa da professionista dotato di cassa previdenziale, invece, non si calcola la maggiorazione del 4% e l’aliquota della ritenuta d’acconto si applica soltanto sul compenso.

Calcolo della ritenuta d’acconto: un esempio pratico

Facciamo un esempio per farti comprendere meglio come si calcola la ritenuta d’acconto.

Tizio è un consulente informatico che ha svolto alcuni lavori per un committente. A fine mese, Tizio emette la parcella con un onorario di 2.200 €. Calcoliamo la ritenuta d’acconto sul compenso erogato, considerando che Tizio è un professionista residente in Italia e che aderisce alla gestione separata.

Per prima cosa, calcoliamo la rivalsa Inps del 4% sul compenso lordo:

rivalsa Inps: 2.200 x 4% = 88 euro

compenso lordo con maggiorazione: 2.200 + 88 = 2.288 euro

A questo punto, possiamo calcolare l’Iva che, nel caso di professionista sprovvisto di cassa previdenziale, comprende anche la rivalsa.

Iva sul compenso maggiorato: 2.288 x 22% = 503,36.

Tizio, quindi, avrà una parcella con totale lordo di 2.791,36 € (2.200 + 88 + 503,36). Per ottenere il compenso netto, non si dovrà fare altro che calcolare la ritenuta d’acconto prendendo come base imponibile la retribuzione compresa di maggiorazione:

ritenuta d’acconto: 2.288 x 20% = 457,60

La ritenuta così computata va sottratta dal totale lordo per ottenere il compenso netto: 2.791,36 – 457,60 = 2.333,76.



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