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Il tradimento comporta il risarcimento danni?

20 Novembre 2020
Il tradimento comporta il risarcimento danni?

Depressione per infedeltà: il risarcimento spetta solo se la sofferenza è stata insopportabile. 

Di regola, la separazione con colpa (il cosiddetto “addebito”) non implica anche il risarcimento del danno. Le uniche sanzioni per chi viola i doveri del matrimonio sono costituite dalla perdita di due diritti: quello all’assegno di mantenimento e quello a succedere all’ex coniuge in caso del suo decesso. 

Più volte, è stato chiesto alla giurisprudenza se il tradimento comporta il risarcimento danni. E ciò per via dell’indubbio impatto psicologico ed emotivo che la scoperta di un adulterio può avere sul coniuge tradito. 

La questione è stata riproposta proprio di recente alla Cassazione che, con una recente ordinanza [1], ha ribadito la linea interpretativa “tradizionale”. 

Per sapere dunque se il tradimento comporta il risarcimento danni non resta che leggere il contenuto di tale pronuncia per come lo semplificheremo qui di seguito. 

Separazione con colpa e risarcimento danni

Di regola, la depressione per il tradimento del coniuge non può condurre al risarcimento del danno morale, a meno che non vi sia la prova concreta di una sofferenza insopportabile con risvolti gravi sullo stato di salute o sull’onore o sulla dignità personale. 

L’orientamento tradizionale della Corte è sempre stato quello di ritenere non risarcibile il tradimento a meno che non abbia leso uno dei diritti costituzionali della persona. Tra questi, c’è sicuramente l’onore. Per cui l’infedeltà avvenuta in pubblico e con modalità umilianti, tali da compromettere la dignità del coniuge tradito (si pensi a una relazione extraconiugale consumata dinanzi agli occhi di tutti, in società) dà diritto al risarcimento. 

Un altro diritto costituzionale che potrebbe essere leso dall’infedeltà è anche la salute. Ma in questo caso, non basta il semplice turbamento per il fallimento del matrimonio e la depressione per la separazione. La condizione di afflizione indotta nel coniuge deve superare la soglia di tollerabilità e tradursi, per le sue modalità, in un grave sconvolgimento fisico-psicologico. 

Quindi, non è la semplice infedeltà a determinare il diritto a ottenere il pagamento dei danni morali sofferti, ma quel “qualcosa in più” che, come detto, è costituito da una sofferenza insopportabile, la lesione di un diritto fondamentale della persona che trova nella Costituzione la sua proclamazione. 

È possibile il risarcimento senza addebito

In questo senso – aggiunge la Corte – è addirittura possibile ottenere il risarcimento dei danni morali anche senza una pronuncia di addebito. Si pensi al caso di chi tradisce il coniuge, con modalità umilianti, quando ormai il matrimonio è naufragato per altre ragioni. In un caso del genere, infatti, non è l’infedeltà la causa della separazione e ciò implica l’assenza di addebito; ma non bisogna neanche sottostimare le modalità con cui è avvenuto l’adulterio che, avendo leso la dignità della vittima, consentirà di ottenere il risarcimento dei danni.

Il principio del risarcimento danni da separazione

Dalla sintesi di questi principi esce fuori la massima che la Cassazione, nella sentenza in commento, ha così sintetizzato: «la natura giuridica del dovere di fedeltà derivante dal matrimonio implica che la sua violazione non sia sanzionata unicamente con le misure tipiche del diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, ma possa dar luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali, senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a ciò preclusiva». A patto, però, che «la condizione di afflizione indotta nel coniuge superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, quale, in ipotesi, quello alla salute o all’onore o alla dignità personale».

Approfondimenti

Per maggiori approfondimenti leggi:


note

[1] Cass. ord. n. 26383/2020 del 19.11.2020.

Autore immagine: it.depositphotos.com

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 14 ottobre – 19 novembre 2020, n. 26383

Presidente Acierno – Relatore Lamorgese

Rilevato che

La Corte d’appello di Salerno, con sentenza del 15 maggio 2018, in parziale accoglimento del gravame di Gr. Lu., per quanto ancora interessa in questa sede, ha dichiarato la separazione personale del Gr. con addebito al coniuge Ca. Re. ed ha confermato la sentenza impugnata nella parte in cui aveva rigettato la sua domanda di risarcimento del danno non patrimoniale nei confronti della moglie. La Corte ha motivato l’addebito per l’infedeltà coniugale della Ca., quale causa determinante della intollerabilità della convivenza matrimoniale, e il rigetto della domanda risarcitoria per non avere il Gr. provato il danno ingiusto e il nesso causale con una condotta illecita della moglie, non riscontrabile nella sola infedeltà coniugale, essendo la dedotta depressione di cui egli soffriva riferibile alla separazione in sé piuttosto che al tradimento della moglie.

Avverso questa sentenza il Gr. ha proposto ricorso per cassazione, illustrato da memoria, resistito dalla Ca..

Considerato che

Con il primo motivo il Gr. denuncia violazione di legge, vizi motivazionali, travisamento delle prove e delle risultanze della consulenza tecnica d’ufficio, in ordine all’esame, che assume erroneamente svolta, della domanda di risarcimento del danno da illecito endofamiliare, in conseguenza della violazione da parte della moglie dei doveri coniugali, che avrebbe determinato in lui uno stato depressivo dopo l’allontanamento della moglie dalla casa familiare.

Il motivo è inammissibile, essendo diretto a sollecitare una impropria rivisitazione di un apprezzamento di fatto incensurabilmente operato dai giudici di merito, il cui esito decisorio contestato dal ricorrente è applicazione di un principio di diritto acquisito nella giurisprudenza di legittimità, secondo cui la natura giuridica del dovere di fedeltà derivante dal matrimonio implica che la sua violazione non sia sanzionata unicamente con le misure tipiche del diritto di famiglia, quale l’addebito della separazione, ma possa dar luogo al risarcimento dei danni non patrimoniali ex art. 2059 c.c., senza che la mancanza di pronuncia di addebito in sede di separazione sia a ciò preclusiva, «sempre che [tuttavia] la condizione di afflizione indotta nel coniuge superi la soglia della tollerabilità e si traduca, per le sue modalità o per la gravità dello sconvolgimento che provoca, nella violazione di un diritto costituzionalmente protetto, quale, in ipotesi, quello alla salute o all’onore o alla dignità personale» (vd. Cass. n. 6598 del 2019; anche n. 18853 del 2011). La sussistenza di tale condizione in concreto costituisce oggetto di accertamenti e valutazioni di fatto riservate al giudice di merito, censurabili alle ristrette condizioni, non ricorrenti nella specie, di cui al novellato art. 360 n. 5 c.p.c.

Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la disposta compensazione delle spese con statuizione, tuttavia, incensurabile in questa sede, avendola la Corte territoriale motivata in ragione della reciproca soccombenza, in conseguenza dell’accoglimento del motivo di gravame riguardante l’addebito e del rigetto del gravame sulla domanda risarcitoria. Ed infatti, la valutazione delle proporzioni della soccombenza reciproca e la determinazione delle quote in cui le spese processuali debbono ripartirsi o compensarsi tra le parti, ai sensi dell’art. 92, secondo comma, cod. c.c., rientrano nel potere discrezionale del giudice di merito, che resta sottratto al sindacato di legittimità, non essendo egli tenuto a rispettare un’esatta proporzionalità fra la domanda accolta e la misura delle spese poste a carico del soccombente (vd. Cass. n. 30592 del 2017).

Il ricorso è rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e si liquidano in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, condanna il ricorrente alle spese, liquidate in Euro 3100,00, oltre accessori di legge.

Dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, ai sensi dell’art. 13, comma 1 quater, del D.P.R. n. 115 del 2002, nel testo introdotto dall’art. 1, comma 17, della legge n. 228 del 2012, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello, ove dovuto, per il ricorso, a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

In caso di diffusione del presente provvedimento, omettere le generalità e gli altri dati identificativi.


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