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La testimonianza “per sentito dire” è valida?

20 Novembre 2020
La testimonianza “per sentito dire” è valida?

Ammissione di responsabilità: è possibile chiamare a testimoniare chi ha ricevuto dal responsabile una dichiarazione di colpa.

Ci scrive un lettore per sapere se la testimonianza “per sentito dire” è valida o meno. 

Ci racconta di aver subito un danno da una ditta che, nell’eseguire dei lavori, avrebbe rotto una tubatura dell’acqua del proprio appartamento. Citata in giudizio, la ditta avrebbe negato ogni responsabilità, responsabilità però che la stessa aveva ammesso, poco prima del processo, parlando con un’altra persona. Quest’ultima dunque verrebbe citata in giudizio, dal danneggiato, come proprio testimone per dichiarare dinanzi al giudice ciò che avrebbe appreso dalla società convenuta. 

È dunque possibile chiamare a testimoniare una terza persona che avrebbe sentito, da una delle parti in giudizio, una chiara ammissione di responsabilità? 

La questione è stata trattata in una recente sentenza della Cassazione [1]. Ecco cosa ha detto la Corte. 

La testimonianza nel processo

La prova è l’elemento centrale di ogni processo. Non basta affermare che il proprio diritto è stato leso da un’altra persona, ma bisogna anche dimostrarlo. Ed è proprio tale dimostrazione il perno dell’intera causa civile, l’elemento cruciale. Da tale prova dipende l’esito del giudizio. 

Una delle prove più tradizionali nel processo è la testimonianza che, tuttavia, per la facilità con cui può essere alterata (per via di fattori come il tempo, i ricordi, la visione personale dei fatti, i rapporti tra le parti) è valutata dal giudice secondo il suo “prudente apprezzamento”.

Diversa è la confessione costituita dall’ammissione di responsabilità che fa la parte responsabile dinanzi al giudice o, prima del giudizio, dinanzi a terzi. Nel primo caso (confessione in giudizio), la dichiarazione ha valore vincolante per il giudice. Nel secondo caso, invece, la prova viene valutata liberamente, al pari di una testimonianza. 

La testimonianza per “sentito dire”

Il testimone può solo dichiarare ciò che ha visto o sentito personalmente. Non è ammessa nel processo la cosiddetta testimonianza de relato ossia quella “per sentito dire” da altri.

Marco fa causa a Giovanni per aver ricevuto da questi un pugno in viso. Gli chiede pertanto il risarcimento dei danni. Marco chiama come proprio testimone Giuseppe che, se anche non presente alla scena, avrebbe sentito dire, da altre persone, della vicenda e del pugno. Giuseppe non può essere sentito come testimone perché non “oculare”.

Nell’esempio di prima, immaginiamo invece che il testimone Giuseppe abbia sentito del pugno direttamente da Marco stesso, ossia dalla vittima. Anche in questo caso, Giuseppe non potrebbe testimoniare, perché la sua dichiarazione potrebbe essere stata indotta dal soggetto che se ne giova, ossia dall’attore. 

Diversa è la situazione se il testimone “per sentito dire” riceve le dichiarazioni dalla parte convenuta in giudizio, ossia direttamente dal responsabile.

Nell’esempio di poc’anzi, se Giuseppe avesse sentito Giovanni vantarsi, proprio davanti a lui, di aver dato un pugno a Marco, così ammettendo la propria responsabilità, potrebbe essere chiamato a testimoniare. Qui, infatti, la testimonianza ha ad oggetto dichiarazioni rilasciate dalla parte convenuta in giudizio.

Secondo la Cassazione, infatti, la testimonianza de relato è del tutto accettabile, in quanto non è una testimonianza su una circostanza dichiarata dalla parte attrice (che altrimenti potrebbe giovarsene), ma al contrario una confessione da parte del soggetto che ha dichiarato di avere causato il danno.

L’ammissione della testimonianza indiretta 

Se il soggetto responsabile ammette di aver prodotto il danno, quindi, è accettabile che un soggetto che ne raccoglie la confessione fuori dal processo possa testimoniare sul punto. Secondo la Corte, infatti, a tale circostanza «può attribuirsi la natura giuridica di prova testimoniale di una confessione stragiudiziale fatta a un terzo» [2].


note

[1] Cass. sent. n. 26059/2020 del 17.11.2020.

[2] Cass. sent. n. 1320/2017. 


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