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Lavoro a rischio: quando comunicare la gravidanza?

3 Febbraio 2021
Lavoro a rischio: quando comunicare la gravidanza?

La legge prevede una particolare tutela della salute della lavoratrice in caso di gravidanza.

Sei addetta a mansioni faticose e usuranti? Hai scoperto di essere incinta? Temi che lo svolgimento dell’attività lavorativa possa arrecare un danno sia a te che al nascituro? Vuoi sapere in quali casi puoi andare in maternità anticipata? Lo svolgimento dell’attività lavorativa da parte della donna incinta non è, in linea generale, vietato. Tuttavia, nei confronti della lavoratrice incinta, è necessario rafforzare la sorveglianza sanitaria e la verifica dell’idoneità allo svolgimento delle mansioni.

Inoltre, la legge individua una serie di attività lavorative che, per le loro caratteristiche intrinseche, sono vietate o particolarmente rischiose per la donna in stato di gravidanza. Ma in caso di lavoro a rischio: quando comunicare la gravidanza? La legge non prevede un termine esatto entro il quale lo stato gravidico deve essere comunicato al datore di lavoro. Tuttavia, essendo un precipuo interesse della lavoratrice incinta non subire danni a causa del lavoro, è bene comunicarlo quanto prima.

Maternità e lavoro: quale rapporto?

Lo svolgimento dell’attività lavorativa non è, di per sé, vietato per la donna incinta. Infatti, la legge prevede che l’astensione obbligatoria dal lavoro per la donna in stato gravidico debba avvenire con le seguenti tempistiche:

  • a partire due mesi prima della data presunta del parto;
  • fino a tre mesi dopo la data presunta del parto;
  • per tutti i giorni compresi tra la data effettiva e la data presunta del parto.

Inoltre, se le condizioni di salute della donna lo permettono e con apposita certificazione medica che esclude controindicazioni in tal senso, è possibile collocare il periodo di astensione obbligatoria dal lavoro interamente dopo il parto oppure con la seguente articolazione:

  • a partire da un mese prima del parto;
  • fino a 4 mesi dopo il parto.

Nonostante, quindi, in generale, non vi sia un divieto di adibire al lavoro la donna incinta, in certi casi può essere particolarmente sconsigliato continuare a lavorare a causa delle mansioni svolte dalla dipendente o dello stato di salute della stessa.

Quali sono i lavori vietati in gravidanza?

La legge [1] individua una serie di lavori che sono considerati pericolosi ed insalubri per la donna incinta e dunque vietati:

  1. lavori su scale, impalcature mobili e fisse;
  2. lavori che comportano una stazione in piedi per oltre la metà dell’orario contrattuale o che obbligano la lavoratrice a tenere una posizione particolarmente faticosa;
  3. lavori con macchina mossa a pedale o comandata a pedale quando il ritmo del movimento sia frequente o esigue un notevole sforzo;
  4. lavori di assistenza e cura degli infermi nei sanatori e nei reparti di malattie infettive per malattie nervose e mentali;
  5. lavori di monda e trapianto del riso.

Il testo unico sulla maternità [2] ha aggiunto il divieto di adibire la lavoratrice in stato di gravidanza a mansioni che la espongono ad agenti chimici, fisici, biologici pericolosi. Inoltre, è vietato adibire la lavoratrice incinta al lavoro notturno dalle ore 24 alle ore 6 del mattino, sin dal momento dell’accertamento della gravidanza fino al compimento di un anno di età del bambino.

Cos’è la maternità anticipata?

La lavoratrice, che sia addetta a mansioni pericolose o vietate in stato di gravidanza e che non possa essere allocata a diverse funzioni, oppure che abbia uno stato di salute tale da non consentire la prosecuzione del lavoro durante la gravidanza può chiedere la cosiddetta gravidanza a rischio o maternità anticipata. Si tratta della possibilità di fruire dell’astensione obbligatoria dal lavoro prima dei termini ordinari previsti dalla legge e oltre gli stessi, fino a 7 mesi dopo il parto.

La richiesta di maternità anticipata:

  • se è determinata dalle preesistenti patologie della lavoratrice o dalle complicanze della gravidanza stessa, deve essere presentata alla Asl competente per territorio;
  • se, invece, deriva dalle condizioni di lavoro e ambientali va rivolta alla sede territoriale dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro.

Quando va comunicata la gravidanza?

La legge si limita ad esigere che la lavoratrice in stato di gravidanza comunichi con congruo preavviso la fruizione del congedo. Non esiste, quindi, una tempistica rigida da rispettare per comunicare la gravidanza.

Tuttavia, anche in base ai principi di correttezza e buona fede che devono sempre informare l’esecuzione del contratto di lavoro, si può ritenere che, soprattutto quando l’esecuzione dell’attività lavorativa possa costituire un rischio per la salute della dipendente o del nascituro, la lavoratrice debba prontamente comunicare il proprio stato gravidico. Simili previsioni sono previste, talvolta, nei documenti interni all’azienda relativi alla sicurezza sul lavoro.

Esiste, invece, uno specifico obbligo di legge [3] per le lavoratrici esposte a radiazioni ionizzanti che devono comunicare al datore di lavoro il proprio stato di gravidanza, non appena accertato.


note

[1] Art. 5 D.P.R. 1026/76.

[2] D. Lgs. 151/2001.

[3] Art. 8 D. Lgs. 151/2001.


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