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Lo sai che? Mantenimento negato al figlio maggiorenne che può lavorare

Lo sai che? Pubblicato il 25 dicembre 2013

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> Lo sai che? Pubblicato il 25 dicembre 2013

Il figlio maggiorenne che abbia svolto un’attività lavorativa, se pur ormai cessata, non ha più diritto a essere nuovamente mantenuto dal genitore.

Ѐ noto che tutti i figli (siano essi nati fuori che dentro il matrimonio) hanno diritto a essere mantenuti fino a quando non abbiano raggiunto l’autosufficienza economica. Di conseguenza, ciascun genitore ha il dovere di contribuire al mantenimento della prole in proporzione alle proprie sostanze e alle capacità di lavoro professionale o casalingo [1].

Oggi, tuttavia, è assai frequente il fenomeno che vede sempre più figli rimanere nella casa familiare ben oltre la maggiore età. Anzi, può ben dirsi che, con la crisi economica in atto, l’indipendenza economica non la si raggiunga neppure all’esito degli studi universitari.

È perciò naturale che un genitore si chieda fino quando permane l’obbligo al mantenimento del figlio maggiorenne.

L’orientamento prevalente [2] e confermato da una recente pronuncia della Cassazione [3], è quello di ritenere che, il figlio maggiorenne che abbia in passato lavorato, se pur in modo occasionale, ed anche se ormai tale lavoro è cessato (per esempio, per licenziamento o dimissioni) non ha più diritto al mantenimento da parte del genitore.

La ragione sta nel fatto che non è all’autonomia economica di per sé stessa che occorre guardare, bensì al raggiungimento da parte del figlio di una capacità che gli consenta di entrare nel mondo del lavoro.

Il fatto, cioè, di aver già trovato, anche per una sola volta, un’occupazione dimostra l’idoneità del figlio a procurarsi un reddito, e ciò fa venire meno l’obbligo al mantenimento da parte del genitore obbligato.

Non rileva, perciò, il fatto che siano subentrate delle situazioni nuove (come per esempio un licenziamento dovuto alla riduzione del personale) che abbiano determinato la perdita del posto di lavoro: in ogni caso il genitore non è più obbligato a versare il mantenimento.

Ad ogni modo, l’obbligo al mantenimento del figlio non termina in modo automatico per il solo fatto che questi abbia intrapreso un’attività lavorativa, ma il genitore che abbia interesse a che esso sia dichiarato cessato, dovrà depositare in Tribunale un ricorso cui andranno allegate le prove della sopravvenuta autonomia o della raggiunta capacità a procurarsi un lavoro [4].

Attenzione però: il mantenimento è una cosa, gli alimenti sono tutt’altra cosa. Infatti, quanto sinora detto non toglie il diritto del figlio maggiorenne a rivolgersi al giudice per farsi riconoscere dal genitore (in mancanza di un adempimento spontaneo) i cosiddetti alimenti (ossia l’importo occorrente a far fronte alle esigenze di vita primarie come vitto, alloggio, vestiario) nel caso in cui egli non sia in grado di provvedere ai propri bisogni di vita essenziali [5].

note

[1] Art. 147 e 148 comma 1 cod. civ.

[2] Cass. sent. N. 12477/04; Cass. sent. 23590/10; Trib. di Latina, sent. n. 1764/13.
[3] Cass. ord. n. 24515 del 30.10.13.

[4] Art. 710 cod. proc. civ. e art. 9 L. 898/70.

[5] Art. 438 cod. civ.

Autore immagine: 123rf.com

Nel caso in cui un provvedimento del giudice abbia imposto a un genitore di versare un assegno di mantenimento per il figlio (all’altro coniuge o al figlio direttamente), tale obbligo verrà meno se il figlio abbia intrapreso una attività lavorativa, anche se poi cessata.

In tal caso il genitore obbligato potrà chiedere al giudice di essere esonerato da versare il mantenimento, dimostrando l’intervenuta capacità del figlio a procurarsi un lavoro.

Se però il figlio è in condizione di non poter attendere alle proprie esigenze di vita primarie, il genitore – seppur non tenuto a versare il mantenimento – dovrà quanto meno versare gli alimenti.


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