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Baratto: si pagano le tasse?

25 Novembre 2020 | Autore:
Baratto: si pagano le tasse?

Il regime fiscale della permuta con scambio di beni o servizi tra privati o tra imprese: dichiarazione, imposte, adempimenti e formalità necessarie.

Hai uno smartphone di marca che però non hai mai adoperato. È ancora nuovo ed è un modello recente. Così metti un annuncio su internet per cercare di venderlo. Ti risponde una negoziante e ti propone in cambio una borsetta firmata e in edizione limitata. Questo accessorio ti piace molto ed il suo valore è equivalente a quello del telefono cellulare. Perciò decidi di accettare la proposta e vi spedite reciprocamente gli oggetti senza necessità di pagare alcun prezzo.

L’affare è stato conveniente per entrambi: avete risparmiato tempo e soldi, evitando di dover andare a cercare altrove quello specifico articolo che forse non avreste trovato sul mercato e a quelle condizioni. Così facendo avete realizzato un baratto, uno scambio di cose dove il pagamento avviene senza denaro ma attraverso la consegna di un altro oggetto.

Ma sul baratto si pagano le tasse? La situazione sembra complicata: tu sei un privato che vende occasionalmente qualche oggetto su Ebay o Facebook Market, mentre la tua controparte è una commerciante ed ha un negozio. Cosa dovete fare per essere entrambi in regola con il Fisco? Occorre la fattura, bisogna dichiarare i proventi del baratto e se sì a quale valore, visto che non c’è moneta? In questo articolo, esamineremo le varie forme di baratto e le diverse situazioni che possono verificarsi, indicando gli adempimenti necessari in tali casi.

Baratto: la disciplina legale

Il baratto, o scambio di beni, è un contratto disciplinato dal Codice civile: si chiama permuta [1]. Con la permuta le parti si scambiano la proprietà di cose, o altri diritti, come la possibilità di usufruire di determinati servizi.

A differenza della vendita, dove le cose vengono scambiate in cambio del loro prezzo, qui ci si trasferisce reciprocamente la proprietà delle cose stesse o il diritto di utilizzarle. Non c’è, quindi, un corrispettivo misurato in valuta e neppure una circolazione di moneta. I beni si trasferiscono all’atto della consegna, i servizi nel momento in cui vengono prestati.

Possono, però, esserci anche dei conguagli in denaro, se le cose scambiate hanno un differente valore. L’integrazione monetaria, comunque, non cambia la natura del contratto, che rimane permuta e non diventa una vendita, a meno che dal contratto non risulti che le parti hanno voluto cedere i rispettivi beni contro una somma di denaro, commutando la differenza con un pagamento in natura [2].

È il frequente caso del reso dell’autovettura usata al concessionario per l’acquisto di una macchina nuova: qui non si tratta di permuta e prevale l’aspetto della vendita, non tanto per l’entità della differenza da pagare in denaro quanto per il fatto che l’auto vecchia viene in rilievo per il suo valore economico piuttosto che come cosa in sé.

Il contratto di permuta, quando si tratta di beni mobili, non richiede la forma scritta e si perfeziona con la semplice consegna delle cose o con l’impegno a consegnarle in un momento successivo. Per i trasferimenti immobiliari occorre invece l’atto pubblico e la sua trascrizione nei pubblici registri.

Il baratto immobiliare

Un fenomeno frequente di baratto avviene quando il proprietario di un terreno lo cede a un costruttore per edificarvi un fabbricato, ottenendo in cambio la proprietà di uno o più appartamenti. Ciò è possibile in quanto la permuta può realizzarsi anche su una cosa futura, che ancora deve venire ad esistenza nel momento in cui si conclude il contratto.

Ma, come vedremo tra poco, è possibile realizzare una permuta per scambiarsi la rispettiva proprietà di immobili già costruiti.

Lo scambio di case

Un altro tipo di baratto è lo scambio di case: ci sono molti proprietari di abitazioni, utilizzate come seconde case in luoghi di vacanza o turistici, che offrono l’uso gratuito dei loro immobili a chi fa altrettanto con loro. Questa consuetudine (detta anche home exchange) si sta diffondendo molto grazie ad appositi portali online dove vengono inserite le offerte di case da scambiare, non solo in Italia ma anche all’estero.

La convenienza sta nel fatto che diventa possibile variare a piacimento il proprio luogo di vacanza, senza spese di alloggio (a parte un contributo per la pulizia dei locali e, talvolta, per i consumi delle utenze domestiche) ed anzi risparmiando molto rispetto ad un soggiorno alberghiero o a una casa presa in affitto nella località preferita.

Lo scambio può anche non essere simultaneo, ad esempio io ti concedo la mia casa al mare a Ferragosto e tu mi concederai la tua a Natale.

Tutto ciò riguarda lo scambio del diritto ad abitare la casa in determinati periodi, mentre la proprietà rimane inalterata.

La permuta delle proprietà immobiliari

Esiste però anche un altro tipo di scambio di case, con il quale si permuta la proprietà dei rispettivi appartamenti, o di pertinenze, come box e garage, o di immobili ad uso commerciale e industriale.

Il vantaggio di questa operazione è economico e fiscale: non c’è bisogno di reperire la provvista necessaria per acquistare un nuovo immobile, si abbattono i tempi della vendita e si realizza un unico atto di trasferimento immobiliare, con risparmio di imposte: si pagano una volta sola nonostante il fatto che la cessione è duplice.

Per approfondire questi aspetti leggi l’articolo “Scambio case: come barattare il proprio appartamento con un altro“.

La permuta immobiliare: tassazione

Le permute d’uso delle case vacanze non sono soggette a tassazione perché l’ospitalità avviene a titolo gratuito e non si produce reddito. Gli eventuali contributi spese, però, potrebbero essere considerati imponibili se non trovano un’adeguata causa giustificativa nel contratto. Ad esempio, prevedere un generico “rimborso spese di pulizia appartamento” al termine del soggiorno in misura pari a 500 euro sarebbe sicuramente esorbitante e verrebbe considerato come un corrispettivo per la locazione.

Rimane comunque dovuta l’imposta di soggiorno anche per gli ospiti a titolo gratuito, se il Comune ove è ubicato l’immobile la prevede.

Nella permuta immobiliare con scambio di proprietà dei rispettivi fabbricati e pertinenze la tassazione avviene, invece, in base ai consueti criteri di trasferimento dei beni immobili, con la particolarità che le imposte sono commisurate all’immobile di maggior valore catastale [3] e vanno ripartite in parti uguali tra i contraenti, salvo patto diverso.

Sono consentite anche in caso di permuta, ove spettanti, le agevolazioni per l’acquisto della prima casa, come ha riconosciuto l’Agenzia delle Entrate [4].

Il baratto tra privati: tassazione

Quanto il baratto avviene tra privati non imprenditori ed occasionalmente, non occorre l’apertura di una partita Iva. Lo scambio realizzato mediante la permuta si considera di valore equivalente e perciò non c’è un incremento di ricchezza tassabile.

Gli eventuali conguagli in denaro ricevuti per colmare la differenza di valore tra gli oggetti scambiati, però dovranno essere indicati come “redditi diversi” nell’apposita sezione della dichiarazione dei redditi.

Quando invece l’attività di permuta è esercitata in forma abituale o nell’esercizio dell’attività di impresa, tutte le operazioni realizzate sono soggette ad imposizione anche ai fini Iva, con le opportune compensazioni per evitare una doppia imposizione sullo scambio incrociato. Analizzeremo in dettaglio la situazione delle aziende nei paragrafi seguenti.

Il baratto commerciale (barter trading)

Il baratto è legale non solo tra privati ma anche tra le imprese. Molte aziende effettuano il baratto commerciale, detto anche barter trading, scambiandosi le rispettive merci. In questi casi, l’operazione potrebbe anche essere multilaterale, come quando le aziende partecipanti si iscrivono ad un network impegnandosi a scambiare tra loro beni e servizi.

È un modo utile per vendere e per fronteggiare la mancanza di liquidità: chi compra beni o servizi non deve pagare in denaro ma assume un debito nei confronti del network che verrà saldato attraverso l’acquisto dei suoi beni e servizi da parte degli altri membri del circuito.

Baratto tra imprese: tassazione e adempimenti

In tutti i casi di baratto commerciale, occorre fatturare regolarmente i beni o i servizi scambiati, apponendo una dicitura che spiega la mancanza del corrispettivo e richiama la fattura della controparte per la fornitura equivalente. In questo modo, il valore delle opposte partite si compenserà.

Ai fini Iva, il pagamento reciproco si considera avvenuto con la consegna dei beni o dei servizi scambiati, che sostituiscono la moneta. Tutte queste operazioni rimangono soggette ad Iva, come le compravendite, ma devono essere contabilizzate e trattate separatamente sia per la determinazione della base imponibile sia per l’applicazione dell’aliquota.

La norma di legge in materia [5] dispone che: «Le cessioni di beni e le prestazioni di servizi effettuate in corrispettivo di altre cessioni di beni o prestazioni di servizi, o per estinguere precedenti obbligazioni, sono soggette all’imposta separatamente da quelle in corrispondenza delle quali sono effettuate».

Poiché manca un corrispettivo in denaro, la base imponibile è rappresentata dal valore normale, cioè il prezzo mediamente praticato per quei beni e servizi o, in assenza di un’esatta corrispondenza, per quelli similari [6].

Il momento impositivo della permuta si verifica quando avviene lo scambio. Se le prestazioni non avvengono contemporaneamente, la permuta si considera effettuata quando si realizza la prima cessione ed allora sorge l’obbligo di emettere fattura; se la permuta è di servizi contro altri servizi, il momento di ricevimento della prima prestazione equivale al pagamento del corrispettivo, ma la fattura dovrà essere emessa quando verrà ricevuto il servizio dalla controparte [7].

L’Agenzia delle Entrate ha recentemente chiarito [8] che nell’operazione di permuta le reciproche operazioni sono effettuate ciascuna in controprestazione dell’altra e la seconda prestazione costituisce il corrispettivo della prima, così eliminando i dubbi che sarebbero potuti sorgere per la mancanza di un corrispettivo monetario e di una data di pagamento. 


note

[1] Art. 1552 Cod. civ.

[2] Cass. sent. n. 5605 del 11 marzo 2014.

[3] Agenzia Entrate, circolare n. 2/E/2014.

[4] Agenzia delle Entrate, circolare n.18/E/2014.

[5] Art 11, comma 1, D.P.R. n. 633/1972.

[6] Art.13, comma 2, lett. d), del D.P.R. 633/1972.

[7] Agenzia Entrate, risoluzione n. 331/E/2008.

[8] Agenzia Entrate, risposta ad interpello n. 552 del 20 novembre 2020.


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