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Il mobbing è reato? Ultime sentenze

25 Novembre 2020
Il mobbing è reato? Ultime sentenze

Stalking, maltrattamenti in famiglia, violenza privata, violenze sessuali, stalking: quando il mobbing ha rilevanza penale. 

Elementi che integrano il reato di mobbing

Il mobbing deve sostanziarsi in una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, complessa, continuata e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del dipendente nell’ambiente di lavoro, che si manifesta con comportamenti intenzionalmente ostili, reiterati e sistematici, esorbitanti od incongrui rispetto all’ordinaria gestione del rapporto, espressivi di un disegno in realtà finalizzato alla persecuzione o alla vessazione del medesimo dipendente, tale da provocare un effetto lesivo della sua salute psicofisica.

Pertanto, ai fini della configurabilità della condotta lesiva da mobbing, va accertata la presenza di una pluralità di elementi costitutivi, dati in particolare dalla molteplicità e globalità di comportamenti a carattere persecutorio, illeciti o anche di per sé leciti, posti in essere in modo miratamente sistematico e prolungato contro il dipendente secondo un disegno vessatorio; dall’evento lesivo della salute psicofisica del dipendente, dal nesso eziologico tra la condotta del datore o del superiore gerarchico e la lesione dell’integrità psicofisica del lavoratore; dalla prova dell’elemento soggettivo, cioè dell’intento persecutorio.

E’ stato, quindi, ritenuto che la sussistenza di condotte mobbizzanti deve essere qualificata dall’accertamento di precipue finalità persecutorie o discriminatorie, poiché proprio l’elemento soggettivo finalistico consente di cogliere in uno o più provvedimenti e comportamenti, o anche in una sequenza frammista di provvedimenti e comportamenti, quel disegno unitario teso alla dequalificazione, svalutazione o emarginazione del lavoratore pubblico dal contesto organizzativo nel quale è inserito che è imprescindibile ai fini dell’enucleazione del mobbing.

Conseguentemente, un singolo atto illegittimo o anche più atti illegittimi di gestione del rapporto in danno del lavoratore, non sono, di per sé soli, sintomatici della presenza di un comportamento mobbizzante (nel caso di specie, è stato escluso che gli accadimenti poco piacevoli percepiti e interiorizzati dal ricorrente come tasselli di un progressivo quadro persecutorio e di ostilità nei propri confronti, denotassero quel carattere mirato, prolungato e sistematico, che deve necessariamente sussistere affinché possa correttamente parlarsi di mobbing).

T.A.R. Roma, (Lazio) sez. I, 28/04/2017, n.5028

Mobbing e stalking

Le condotte di mobbing possono integrare il reato di atti persecutori quando la mirata reiterazione di plurimi atteggiamenti, convergenti nell’esprimere ostilità verso la vittima e preordinati a mortificare e a isolare il dipendente nell’ambiente di lavoro, sia idonea a cagionare uno degli eventi delineati dall’art. 612-bis cod. pen.

Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 9 novembre 2020, n. 31273 

Mobbing e maltrattamenti in famiglia 

Le pratiche persecutorie realizzate ai danni del lavoratore dipendente e finalizzate alla sua emarginazione (cosiddetto “mobbing”) possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para-familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, da consuetudini di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto più debole del rapporto in quello che ricopre la posizione di supremazia.

(Fattispecie in cui è stata esclusa la configurabilità del reato in relazione alle condotte poste in essere dai superiori in grado nei confronti di un appuntato dei Carabinieri).

Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza30 marzo 2018, n. 14754 (conformi: Cass. Pen., sez. 06, del 28/03/2013, n. 28603, Cass. Pen., sez. 06, del 05/03/2014, n. 13088, Cass. Pen., sez. 06, del 11/04/2014, n. 24057, Cass. Pen., sez. 06, del 19/03/2014, n. 24642).

Affinché il mobbing possa essere equiparato ai maltrattamenti in famiglia occorre un rapporto di para-famigliarità.

È essenziale il requisito della para-famigliarità del rapporto per configurare il reato di maltrattamento in famiglia in ambito lavorativo (nella specie, l’imputato, nella sua qualità di notaio e datore di lavoro della vittima, dipendente dello studio notarile e sua cognata era accusato del reato di maltrattamenti in famiglia in ambito lavorativo).

Cassazione penale sez. VI, 07/06/2018, n.39920

Il mobbing integra il reato di maltrattamenti in famiglia se il rapporto presenta le caratteristiche della para -familiarità.

Gli atti persecutori realizzati in danno del lavoratore dipendente e finalizzati alla sua emarginazione (c.d. mobbing) possono integrare il delitto di maltrattamenti in famiglia esclusivamente qualora il rapporto tra il datore di lavoro e il dipendente assuma natura para -familiare, in quanto caratterizzato da relazioni intense ed abituali, dal formarsi di consuetudine di vita tra i soggetti, dalla soggezione di una parte nei confronti dell’altra, dalla fiducia riposta dal soggetto debole del rapporto in quello che riveste la posizione di supremazia, e come tale, destinatario di obblighi di assistenza verso il primo.

Cassazione penale sez. II, 06/12/2017, n.7639

Mobbing: maltrattamenti, ingiuria, diffamazione 

La condotta di mobbing suppone non tanto un singolo atto lesivo, ma una mirata reiterazione di una pluralità di atteggiamenti, anche se non singolarmente connotati da rilevanza penale; allo stato attuale del diritto non è possibile inquadrare la fattispecie in una precisa figura incriminatrice, non prevedendo espressamente il codice penale il “reato di mobbing”.

Gli atteggiamenti vessatori del datore di lavoro possono essere pertanto puniti soltanto se integrano figure di reato espressamente incriminate e le ipotesi maggiormente prossime ai connotati caratterizzanti il mobbing sono l’ingiuria, la diffamazione e soprattutto i maltrattamenti commessi da persona dotata di autorità per l’esercizio di una professione, reati che pertanto vanno singolarmente e specificamente contestati al datore, non potendosi astringere tutti i comportamenti nel complesso e unitario “reato di mobbing”, attualmente inesistente.

Corte di cassazione, sezione V penale, sentenza 29 agosto 2007 n. 33624 

Mobbing e violenza privata, molestie sessuali, pressioni

Il mobbing, fenomeno non ancora previsto in modo specifico né nella nostra legislazione né nella contrattazione collettiva, ma, tuttavia, già esaminato dalla giurisprudenza, e consistente in atti e comportamenti (violenza, persecuzione psicologica), svolti con carattere sistematico e duraturo, posti in essere dal datore di lavoro che mira a danneggiare il lavoratore al fine di estrometterlo dal lavoro, può caratterizzarsi per la presenza di atti di per sé legittimi, così come è ben possibile che la condotta molesta e vessatoria che lo caratterizza travalichi i confini meramente civilistici o giuslavoristici con l’integrazione di ipotesi di reato.

(Nella specie, è stato ritenuto il reato di violenza privata tentata e continuata a carico dei titolari e responsabili di una società in relazione a talune iniziative proditoriamente assunte per la ricollocazione di alcuni dipendenti nel contesto aziendale, in realtà finalizzate, attraverso una sorta di coartazione psicologica indiretta, a perseguire lo scopo della riduzione del personale con elusione della normativa di settore).

Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 21 settembre 2006 n. 31413

Il fenomeno del mobbing – e cioè di un comportamento vessatorio e discriminatorio, preordinato a mortificare e a isolare il dipendente nell’ambiente di lavoro – può integrare il reato di maltrattamenti in famiglia, ma, per la configurabilità di tale reato, anche dopo le modifiche apportate dalla legge 1° ottobre 2012 n. 172, trattandosi pur sempre di delitto contro l’assistenza familiare, è necessario che le pratiche persecutorie e maltrattanti del datore di lavoro in danno del dipendente, ovvero, in ambito di rapporti professionali, del superiore nei confronti del sottoposto, è indispensabile che il rapporto interpersonale sia caratterizzato dal tratto della “para-familiarità”, che si caratterizza per la sottoposizione di una persona all’autorità di un’altra in un contesto di prossimità permanente, di abitudini di vita (anche lavorativa) proprie e comuni alle comunità familiari, non ultimo per l’affidamento, la fiducia e le aspettative del sottoposto rispetto all’azione di chi ha ed esercita su di lui l’autorità con modalità tipiche del rapporto familiare, caratterizzate da ampia discrezionalità e informalità.

Tale situazione ben può configurarsi anche nel caso di rapporti di lavoro tra professionisti di elevata qualificazione (da queste premesse, la Corte ha annullato con rinvio la sentenza di non luogo a procedere per il reato di cui all’articolo 572 c.p., contestato al direttore di una unità operativa di cardiochirurgia ospedaliera cui era stato addebitato di avere posto in essere iniziative discriminatorie tendenti al demansionamento di fatto di un proprio sottoposto, dirigente medico, il quale, nel tempo, era stato destinato a un’attività di consulenza in una struttura diversa e meno importante delle precedenti, era stato escluso dalla funzione di primo chirurgo reperibile a vantaggio di colleghi con minore anzianità di servizio e, soprattutto, si era visto esautorare dall’attività di primo chirurgo, con conseguente compromissione del mantenimento delle proprie capacità operatorie, dipendenti anche dalla statistica – numero e qualità – degli interventi svolti).

Cassazione penale sez. VI, 23/06/2015, n.40320

Mobbing e calunnia

Ai fini della configurabilità del reato di calunnia è necessario verificare l’esistenza dei fatti denunciati e non che rientrino in una fattispecie di reato. 

In tema di calunnia è indispensabile accertare se i fatti di reato si siano verificati e non se rientrino in una determinata fattispecie. (Il g.i.p. investito della richiesta di archiviazione del p.m. per il reato di calunnia a seguito di una denuncia di mobbing, non costituendo maltrattamenti in famiglia, restituiva gli atti al p.m. per procedere ad ulteriori indagini volte a verificare se i fatti si erano realizzati).

Tribunale La Spezia sez. uff. indagini prel., 17/06/2016  



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2 Commenti

  1. Ma certo che il mobbing è reato. Sui posti di lavoro, sono davvero tanti i colleghi che cercano di approfittarsi della tua cortesia e che magari cercano di bloccarti in ufficio fino a tardi con una scusa qualsiasi e poi cercano di approfittarsi di te. Queste situazioni sono all’ordine del giorno.

  2. Ci sono tanti tipi e forme di violenza che possono essere perpetrati sui posti di lavoro in cui si dovrebbe appunto lavorare tranquillamente senza distrazioni ansiogene causate dalla paura di essere vittime di violenza. E le vittime sono quasi sempre le donne.

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