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Pubblico impiego: è possibile rifiutare la mobilità temporanea?

28 Novembre 2020
Pubblico impiego: è possibile rifiutare la mobilità temporanea?

Sono un’ostetrica a tempo indeterminato presso un’azienda ospedaliera pubblica. Durante la prima emergenza covid io e le mie colleghe siamo state mandate, tramite Mobilità d’urgenza, in un’altra struttura ospedaliera. Abbiamo fatto i 30 giorni di mobilità d’urgenza e in più ci è stata rinnovata per altri 30 giorni, anche se non avevamo dato il consenso. Ora ci ritroviamo di nuovo a subire la sospensione del punto nascita.  Sappiamo che da CCNL non possono rimandarci con la mobilità d’urgenza fino a fine anno. Se utilizzassero un altro tipo di mobilità (tipo l’assegnazione temporanea) possiamo rifiutarci in qualche modo o siamo obbligate ad andare?

I vari casi di mobilità, così come previsti dalla legge, non sono necessariamente incompatibili tra loro; pertanto, laddove venga ad essere utilizzato un tipo di mobilità, è ben possibile per il datore di lavoro, al ricorrere dei presupposti di legge, utilizzare un altro tipo di strumento per sopperire a delle esigenze organizzative.

Tuttavia, il lavoratore ha diritto alla legittimità delle decisioni, in quanto giustificate e corredate dai presupposti fissati dal legislatore.

Ad esempio, nei casi di mobilità per comando, dove si prevede il trasferimento temporaneo del dipendente per esigenze organizzative, o per carenza di organico, occorre che la direzione sanitaria motivi concretamente tale operazione.

Per questo, Voi – in caso di comunicazione ricevuta – avete diritto ad avere chiarimenti sul provvedimento adottato, che esulino dalla classica risposta astratta.

Facciamo un esempio.

Se la direzione dovesse comunicare a Lei l’assegnazione temporanea per esigenze organizzative, effettuerebbe una comunicazione formale e astratta. Lei avrebbe, dunque, il diritto di conoscere in concreto le esigenze lavorative e capire, quindi, se tale provvedimento sia effettivo, o dovuto ad una scelta arbitraria della P.A..

Se la direzione non dovesse indicare in concreto le ragioni di tale scelta, allora Voi potreste rifiutarVi nell’ottemperare a tale scelta, ma al contempo dovreste impugnare tale provvedimento davanti all’autorità giudiziaria.

Se, ancora, la direzione sanitaria dovesse indicare una risposta concreta, ma Voi siete consapevoli della illogicità del provvedimento, per carenza dei presupposti, anche qui dovreste ricorrere all’autorità giurisdizionale.

In quella sede, tramite un legale, sarete chiamati a dimostrare che quel provvedimento è illegittimo, perché assunto in violazione del CCNL, oltre che in danno dei diritti del lavoratore: ovvio che, a seconda del tipo di provvedimento adottato, si verificherà se lo stesso sia illegittimo per abuso, o eccesso di potere, per illogicità della decisione o, semplicemente, per violazione di legge.

Il mio consiglio, nella denegata ipotesi in cui dovesse arrivare tale provvedimento, è quello di contattare un legale, al fine di far valutare se ci sono i presupposti per contestare le decisioni dei superiori gerarchici.

Magari, durante il decorso del termine per presentare ricorso giurisdizionale, potrebbe essere utile presentare un’istanza in autotutela con la quale rappresentare i vizi del provvedimento, chiedendo che venga disposta d’ufficio la revoca del provvedimento che si vuole impugnare.

In questo caso, si eviterebbero le grosse spese processuali di un giudizio; diversamente, occorrerebbe valutare, in un rapporto costi-benefici, quanto sia utile impugnare quel provvedimento.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Salvatore Cirilla



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