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Uso personale auto aziendale: chi paga i costi?

27 Novembre 2020 | Autore:
Uso personale auto aziendale: chi paga i costi?

La ripartizione delle varie tipologie spese tra datore di lavoro e dipendenti: il reddito tassabile e la deducibilità fiscale.

Sei socio di una piccola impresa e l’azienda ti ha concesso l’uso dell’autovettura di sua proprietà anche per le tue esigenze personali, ma a condizione che sia tu a sostenere le spese necessarie per gli spostamenti, come il carburante o i pedaggi autostradali.

Questo però avviene anche per percorrere la tratta quotidiana da casa tua all’ufficio; in effetti la vettura aziendale è l’unico mezzo che hai a disposizione e non ne possiedi altri. Così hai intenzione di scaricare i costi d’uso del veicolo attraverso la società di cui fai parte; ritieni infatti che essi siano inerenti all’attività d’impresa.

Ma le cose non stanno proprio così: le norme sulla attribuzione dei costi, sulla loro ripartizione tra dipendente e datore e sulla deducibilità delle spese sono piuttosto stringenti. Ed allora, chi paga i costi per l’uso personale dell’auto aziendale? Considera innanzitutto che per il lavoratore l’uso dell’auto aziendale è considerata una forma di reddito e dunque viene tassata, mentre per l’impresa i costi sono deducibili, ma solo in parte e a determinate condizioni.

La legge stabilisce i principali requisiti e la contrattazione di lavoro può integrare queste regole. Ora anche la giurisprudenza si sta mostrando severa nel riconoscere la possibilità di scaricare le spese relative ai mezzi aziendali, soprattutto quando vengono dati in uso promiscuo ai dipendenti; lo conferma una nuova pronuncia della Corte di Cassazione, intervenuta sul tema.

Auto aziendali in uso promiscuo

Spesso le aziende concedono ai dipendenti autovetture consentendogli di utilizzarle anche al di fuori dalle missioni o dagli altri incarichi di lavoro e dunque per le sue necessità private e personali: sono queste le auto di proprietà aziendale (oppure prese in leasing o a noleggio a lungo termine) concesse in uso promiscuo.

Si tratta di un fringe benefit, una forma beneficio non direttamente monetario che il datore di lavoro concede, nella sua discrezionalità, ad alcuni dipendenti e che va oltre il normale trattamento retributivo.

Il più delle volte l’auto aziendale viene attribuita al personale che ha necessità di spostarsi frequentemente in macchina per le esigenze dell’impresa, come alcuni manager, i responsabili di reti di vendita o gli ingegneri di cantiere; in altri casi è una prerogativa dei dirigenti di più elevato livello.

L’auto aziendale per uso personale fa reddito?

Un fringe benefit di questo genere ha un consistente valore economico per chi lo riceve. Infatti in questo modo il dipendente non deve sostenere i molteplici costi connessi al mantenimento dell’auto (bollo, assicurazione, manutenzione e riparazioni, ecc.) e solitamente è chiamato solo a pagare il carburante necessario per i propri spostamenti privati.

Le clausole del contratto di lavoro individuale specificano l’assegnazione del veicolo, il periodo di durata, i tipi di uso consentiti e l’equivalente retributivo o i criteri per determinarlo. Ma in ogni caso tutto questo costituisce una retribuzione indiretta, che è considerata, ai sensi della normativa fiscale, un reddito in natura.

Infatti il concetto di reddito di lavoro dipendente a fini fiscali è molto ampio e comprende qualsiasi somma di denaro, o altra utilità, erogata dal datore al dipendente a causa del rapporto di lavoro [1] Perciò il suo ammontare dovrà essere calcolato e riportato nel suo equivalente monetario in busta paga e verrà tassato in capo al lavoratore secondo i consueti criteri di imponibilità Irpef.

Auto aziendale: la tassazione per il dipendente

La tassazione dell’auto aziendale per il dipendente si calcola in misura forfettaria, prendendo a base il 30% di una percorrenza annua convenzionale di 15mila chilometri. Per il calcolo si utilizzano appositi decreti ministeriali che recepiscono le tabelle Aci, periodicamente aggiornate.

Esse prendono in considerazione il tipo di veicolo, l’alimentazione, la marca ed il modello, la cilindrata e dunque la potenza. L’importo tassabile dunque non è fisso, ma cambia in base alle caratteristiche del veicolo concretamente concesso in uso.

Dal 1° luglio 2020 è cambiata la tassazione: la base imponibile viene calcolata sulla base delle emissioni inquinanti prodotte dai vari tipi di veicoli, premiando quelli ecologici, o green, come gli elettrici e gli ibridi, e penalizzando invece quelli di maggior impatto ambientale, come i più vecchi motori rientranti nelle categorie Euro 4 o inferiori.

La deducibilità dipende ora essenzialmente dal livello di emissioni nquinanti. Infatti la percentuale generale del 30% di imponibilità:

  • È ridotta al 25% se le emissioni di Co2 sono inferiori a 60 g/km;
  • È inalterata se il veicolo emette un valore superiore a 60 g/km ma inferiore a 160 g/km;
  • È elevata al 40% per i veicoli con emissioni comprese tra 160 e 190 g/km (è previsto che dal 2021 la percentuale salirà al 50%);
  • E’ aumentata al 50% se le emissioni del veicolo sono superiori a 190 g/km (sarà il 60% a partire dal 2021).

Per i lavoratori in rapporto di collaborazione coordinata e continuativa (i co.co.co.) le regole di tassazione dell’auto aziendale sono ancora diverse e modulate sul regime previsto per le imprese, che ora esporremo; per maggiori informazioni leggi l’articolo “auto aziendale al collaboratore: com’è tassata?“.

Auto aziendali: la deduzione dei costi

Per le imprese, il valore del fringe benefit viene determinato al netto di quanto trattenuto al dipendente «o da questo corrisposto nello stesso periodo d’imposta in cambio della possibilità di utilizzare anche a fini personali il mezzo» [2] nel caso in cui vi sia un rimborso, o uno storno, sulla retribuzione.

La disciplina fiscale di deduzione dei costi dal reddito d’impresa, o di lavoro autonomo, dei veicoli aziendali [3] distingue nettamente tra i veicoli esclusivamente strumentali e quelli invece in uso promiscuo. I primi possono avere deducibilità integrale, ma solo nel caso in cui siano indispensabili per lo svolgimento dell’attività esercitata (ad esempio, le vetture di scuola guida per le autoscuole).

Per gli altri veicoli, invece, la deducibilità è limitata e solo parziale. In particolare, per i veicoli ad uso promiscuo c’è un doppio limite alla deducibilità: una percentuale del 20% dei costi sostenuti (aumentata all’80% per gli agenti e rappresentanti di commercio) ed un ammontare massimo, pari ad euro 18.075,99 (che sale a 25.822,84 euro per gli agenti e rappresentanti di commercio).

Ma se il veicolo è concesso in uso promiscuo al dipendente (non necessariamente sempre lo stesso) per «la maggior parte del periodo d’imposta» – si considera tale un periodo non inferiore a 184 giorni, dunque metà anno più un giorno – allora la deduzione può arrivare al 70% del costo e senza limiti massimi di importo.

I costi di carburante e di pedaggio

Ora la Corte di Cassazione con una nuova pronuncia [4] ha stabilito che i costi sostenuti per il carburante ed i pedaggi autostradali dell’auto aziendale non possono essere dedotti nemmeno se il dipendente non possiede altri mezzi di trasporto.

Nel caso deciso il manager era anche socio dell’impresa e svolgeva mansioni di responsabile di sede. Ogni giorno viaggiava da casa all’ufficio e viceversa utilizzando l’auto aziendale (non disponeva di un mezzo proprio).

La Cassazione ha ritenuto che il veicolo fosse utilizzato per ragioni personali, piuttosto che per le finalità dell’impresa. Di conseguenza, i costi sostenuti per il trasporto non erano inerenti all’attività dell’azienda. L’inerenza dei costi, infatti, ha precisato il Collegio, «attiene alla compatibilità, coerenza e correlazione degli stessi non ai ricavi in sé, bensì all’attività imprenditoriale svolta idonea a produrre redditi».

E nei casi dubbi la prova dell’inerenza, ossia – sottolinea la sentenza – «dell’esistenza e natura della spesa, dei relativi fatti giustificativi e della sua concreta destinazione alla produzione quali fatti costitutivi su cui va articolato il giudizio di inerenza, incombe poi sul contribuente in quanto soggetto gravato dell’onere di dimostrare l’imponibile maturato».

Nella vicenda esaminata la società aveva portato in deduzione i costi dell’auto aziendale concessa al dipendente e socio per uso promiscuo, facendovi rientrare anche le spese di carburante e pedaggi, ma l’Agenzia delle Entrate ha contestato questa operazione sottolineando che esse non erano riferibili all’attività di impresa; gli Ermellini hanno avvalorato questa tesi.

Se vuoi conoscere altri aspetti, come l’uso indebito dei veicoli dell’impresa, leggi “dipendente usa auto aziendale per uso personale: cosa rischia?” e se vuoi sapere cosa succede in caso di contravvenzioni stradali leggi “auto aziendale: chi paga la multa del dipendente?“.


note

[1] Art. 49 D.P.R n. 917/86 (Testo Unico Imposte Dirette).

[2] Ministero Economia e Finanze, circolare n. 326/E/1997.

[3] Art. 164 D.P.R. n. 917/1986.

[4] Cass. ord. n. 26551/20 del 23 novembre 2020.


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