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Covid: i farmaci che riducono la mortalità del 70%

26 Novembre 2020
Covid: i farmaci che riducono la mortalità del 70%

Un trattamento che, secondo la scienza, può contribuire a salvare molte vite. Lo dicono i risultati di una sperimentazione. 

I test eseguiti nei mesi scorsi, su pazienti Covid con polmonite grave ricoverati al Policlinico San Marco di Bergamo, hanno avuto risultati sorprendenti. Ora, è tempo di renderli pubblici.

È stata la rivista Leukemia ad ospitare sulle sue pagine lo studio dei ricercatori dell’ospedale bergamasco, su un mix di farmaci che, nel corso di una sperimentazione, ha ridotto la mortalità per Coronavirus del 70%.

La terapia, come spiega una nota dell’agenzia di stampa Adnkronos, era a base di ruxolitinib a basso dosaggio e cortisone. Un trattamento precoce e mirato su 75 pazienti del Policlinico che hanno contratto il Covid nei mesi difficili della prima ondata.

Il ruxolitinib era già stato usato per la terapia della sindrome da linfoistiocitosi emofagocitica. Il fatto che la malattia provocasse una tempesta di citochine, cioè una reazione immunitaria abnorme e potenzialmente fatale che ricorda quella del Coronavirus, ha fatto pensare che il farmaco potesse funzionare.

Non è possibile acquistarlo come farmaco anti-Covid. Il ruxolitinib si è potuto usare solo a fini sperimentali, come spiega Andrea D’Alessio, responsabile dell’Unità di Medicina interna e Oncologia della struttura del Gruppo San Donato, tra i principali autori del lavoro.

«L’uso del farmaco off-label, cioè con altra indicazione rispetto al suo utilizzo corrente, è stato approvato dal Comitato etico unico nazionale e dall’Aifa per l’uso in emergenza, nell’ambito delle cure compassionevoli». Vuol dire che può essere dato solo a pazienti gravi e comunque nell’ambito di sperimentazioni.

«Aveva dato primi segnali incoraggianti – prosegue D’Alessio -. Pertanto abbiamo deciso di approfondire testandolo su una casistica più ampia, somministrandolo precocemente ai pazienti appena ricoverati, prima che si determinasse un danno polmonare e vascolare sistemico».

Tra marzo e aprile, il ruxolitinib è stato dato a 32 pazienti con basso dosaggio per dieci giorni. La terapia prevedeva che fosse in combinazione con metil-predisone (cortisone). Altre 43 persone fungevano da «gruppo di controllo» e venivano sottoposte alla normale cura con cortisone e antivirale come da protocollo.

Come spiega lo studio, dal confronto tra i due trattamenti, è risultato che «i tassi di sopravvivenza globale e di sopravvivenza libera da esiti indesiderati erano più elevati nel gruppo trattato con ruxolitinib a basse dosi e cortisone rispetto al gruppo di controllo, con una differenza molto significativa: la mortalità si abbassava del 70%, ed è stata osservata una maggiore riduzione dell’attività infiammatoria».

Questo tipo di terapia, sottolineano gli scienziati, può diminuire il rilascio di citochine, attenuando gli effetti del virus. «È in grado di ridurre l’eccessiva risposta immunitaria – scrivono i ricercatori -, prevenire la progressione del danno polmonare, evitando complicanze quali l’intubazione, e aumentare la sopravvivenza a medio termine in pazienti con polmonite severa da Sars-CoV-2».

D’Alessio è soddisfatto del lavoro svolto, anche se serviranno ulteriori approfondimenti. «L’esperienza acquisita nella gestione di ruxolitinib durante la prima ondata della pandemia ci permette oggi di avere un’arma in più per curare i nostri pazienti. Diversi studi internazionali sono attualmente in corso al fine di confermare i dati».



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