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Usucapione casa genitori

26 Novembre 2020
Usucapione casa genitori

La successione interrompe l’usucapione? Per l’usucapione basta abitare e vivere in una casa?

È possibile l’usucapione della casa dei genitori? La questione si presta ad alcuni importanti chiarimenti. Possiamo innanzitutto distinguere l’ipotesi in cui il genitore detenga l’immobile altrui, nel qual caso ci si dovrà chiedere se la successione interrompe l’usucapione, dall’ipotesi invece in cui il figlio abbia comunque vissuto a casa della madre e del padre e rivendichi, per il solo fatto della coabitazione ultraventennale con loro, l’usucapione dell’immobile. Infine, analizzeremo il caso dell’eredità giacente del genitore e della possibilità di usucapione dell’abitazione in comunione indivisa tra i vari fratelli.  

La successione interrompe l’usucapione?

L’usucapione, come noto, si verifica momento in cui una persona detiene un immobile altrui e su di esso esercita il possesso come se ne fosse l’effettivo proprietario. Tale possesso si deve manifestare all’esterno con atti che, altrimenti, il detentore non avrebbe il potere di compiere. Ne sono un esempio la modifica di destinazione del bene o dei lavori di ristrutturazione. 

In buona sostanza, ai fini dell’usucapione, è necessario che l’utilizzatore del bene si comporti apertamente come se fosse il legittimo proprietario del bene, pur non avendo avuto da questi alcuna autorizzazione a compiere tali atti. 

L’usucapione si realizza al termine di 20 anni dal primo di tali atti.

Se l’utilizzatore, che sta possedendo il bene per acquisirne la proprietà a titolo di usucapione, dovesse morire, i suoi eredi continuerebbero nel possesso utile all’usucapione. Significa che il termine di 20 anni non si interrompe ma continua a calcolarsi in capo agli eredi.

Gennaro ha ottenuto in prestito la casa di Michele ma quest’ultimo si è disinteressato completamente dell’immobile. Sicché, Gennaro ha iniziato a effettuare una serie di lavori di ristrutturazione, non autorizzati, come se fosse il legittimo proprietario. Passano 15 anni e Gennaro muore. Gli succedono i figli Mattia e Rebecca che continuano a vivere nella casa del padre, benché intestata a Michele, per altri 6 anni. Al sesto anno, Michele rivendica l’immobile ma non può più farlo perché il bene si è ormai trasferito per usucapione a Mattia e Rebecca. Il possesso di questi ultimi, protrattosi per 6 anni, si somma a quello inizialmente originato in capo a Gennaro di 15 anni. Per un totale di 21 anni.

Il fenomeno della sommatoria del possesso dell’iniziale detentore con quello dei suoi eredi si verifica però solo se il primo ha compiuto uno degli atti che manifestano l’intenzione di questi di appropriarsi del bene e di comportarsi come il legittimo proprietario. Se così non dovesse essere, si prende in considerazione solo il tempo di possesso degli eredi.

Mirco ha ricevuto da Silvio un terreno di quest’ultimo affinché lo possa coltivare e trattenere per sé una parte del raccolto. L’altra parte la deve dare a Silvio. Questo atto di riconoscimento della controprestazione si interpreta come un’ammissione dell’altrui proprietà e non può far decorrere i termini per l’usucapione. Non c’è infatti alcuna intenzione di comportarsi come legittimo proprietario. Questa situazione dura per 18 anni. Alla morte di Mirco, i suoi figli continuano a coltivare il terreno ma non consegnano più a Silvio parte del raccolto. Questo loro comportamento è un atto di “dominio” sul bene che può far iniziare a decorrere i termini dell’usucapione. In questo caso, però, il possesso dei figli non si somma a quello del padre, il quale infatti non ha mai posto in essere un comportamento tale da volersi atteggiare a proprietario del bene.

Tale concetto è stato spiegato più tecnicamente dalla Cassazione in una recente sentenza [1]. In essa, la Corte ha detto che «La presunzione di possesso utile all’usucapione, non opera quando la relazione con il bene non consegua ad un atto volontario di apprensione, ma derivi da un iniziale atto o fatto del proprietario-possessore, come nell’ipotesi della mera convivenza nell’immobile con chi possiede il bene; in tal caso, la detenzione può mutare in possesso soltanto con un atto di “interversione”, consistente in una manifestazione esteriore, rivolta contro il possessore, affinché questi possa rendersi conto dell’avvenuto mutamento, da cui si desuma che il detentore abbia cessato di esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui ed abbia iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio».

Il figlio può usucapire l’immobile dei genitori?

Il figlio che vive a casa dei genitori non può usucapire la casa di questi. Difatti, la circostanza che questi coabiti con il padre e la madre non ne fa un possessore. Egli utilizza sì il bene altrui ma in forza di una ospitalità e tolleranza dei genitori. Tale rapporto fa sì che non decorra mai il termine ventennale di usucapione. 

Come chiarito anche in questo caso dalla Cassazione [2], se un bene è utilizzato da un soggetto diverso dal proprietario per tolleranza di costui, l’utilizzatore non si trova in una situazione di «possesso» ma di mera «detenzione», cosicché non può maturare l’usucapione.

La tolleranza, e cioè la condiscendenza, è una situazione che si verifica specialmente in ragione dei rapporti tra il proprietario e l’utilizzatore: amicizia, parentela, vicinato.

Il «possesso» è una situazione di fatto che si ha quando un soggetto si comporta verso un dato bene altrui come se ne fosse il proprietario, senza però esserlo.

Dunque, anche se un figlio vive per 50 anni in casa dei genitori non ne diventa mai proprietario. 

Il figlio può usucapire la casa in eredità dei genitori?

Diversa è l’ipotesi in cui i genitori sono morti e la loro casa è passata in eredità ai figli. In questa ipotesi, si verifica una comunione indivisa sull’immobile. Il semplice fatto che uno dei figli viva all’interno dell’abitazione dei genitori non gli consente però di usucapirla. E questo perché egli è già proprietario del bene – sebbene pro quota – e quindi libero di utilizzarlo come preferisce.

Affinché si realizzi l’usucapione dell’eredità, è necessario che l’interessato impedisca ai coeredi di utilizzare il bene, esercitando sullo stesso un possesso esclusivo e totale, contravvenendo con ciò alle regole della comunione ereditaria (regole che, come detto, consentono a ciascun coerede di usare l’intero bene senza impedire agli altri di fare altrettanto).

Quindi, se nel corso di 20 anni, uno dei coeredi ha esercitato un potere esclusivo e nessuno degli altri ha mai “messo piede” sull’immobile, né mai l’ha utilizzato, il primo può rivendicare l’usucapione.

Sul punto, leggi L’usucapione dell’eredità.


note

[1] Cass. sent. n. 26688/20 del 24.11.2020.

[2] Cass. sent. n. 16371/2015.

Autore immagine: 123rf.com

Corte di Cassazione, sez. II Civile, sentenza 9 settembre – 24 novembre 2020, n. 26688

Presidente D’Ascola – Relatore Cosentino

Svolgimento del processo

1. Il sig. C.C. ha impugnato per cassazione la sentenza della Corte d’appello di Genova che, confermando la pronuncia di primo grado emessa dal Tribunale della stessa città, lo ha condannato, disattendendo l’eccezione di usucapione da lui proposta, a rilasciare ai proprietari, sigg.ri P.G. e L.M.A. , un immobile da lui occupato, sito in (omissis) .

2. L’immobile era pervenuto in proprietà a P.G. e L.M.A. quali eredi, rispettivamente in qualità di figlio e in qualità di moglie, dell’originario attore, deceduto nel corso del giudizio di primo grado, P.M.P. ; a quest’ultimo l’immobile era pervenuto per successione alla propria madre, sig.ra R.P. , sorella della sig.ra R.E. in C. , madre dell’odierno ricorrente.

3. C.C. , nel resistere alla domanda di rilascio svolta da P.M.P. , dedusse di avere usucapito l’immobile per avervi ininterrottamente abitato fin dalla nascita, per oltre settant’anni, prima con sua madre e, dopo la morte di costei, da solo, provvedendo altresì a tutte le spese di manutenzione ordinaria e straordinaria, nel totale disinteresse dei proprietari dei cespite.

4. Il Tribunale di Genova, con sentenza del 24.5.12, rigettò l’eccezione di usucapione affermando che l’occupazione dell’immobile da parte di C.C. dipendeva da quella di sua madre, con cui egli aveva coabitato fino alla morte della stessa, e che l’occupazione dell’immobile da parte della sig.ra R.E. , a propria volta, non era sorretta dall’animus possidendi, in quanto si fondava sulla permissio domini.

5. In particolare il tribunale ha posto a fondamento della propria decisione i seguenti accertamenti di fatto.

5.1. Il C. è nato nell’immobile de quo nel (…), quando tale immobile era di proprietà del suo nonno materno, R.G. , ed era abitato da sua madre, R.E. ; su tali fatti, incontestati, il primo giudice ha fondato la presunzione che R.E. non possedesse l’immobile ma lo detenesse “in nome e per conto del proprio padre”, sulla base della permissio domini da costui concessale (pag. 3 della sentenza di primo grado).

5.2. Dopo la morte di R.G. , la figlia E. , pur continuando ad occupare l’immobile, concluse con la sorella P. , nel (…), un atto di divisione che assegnava a quest’ultima l’immobile stesso; da tale fatto, anch’esso incontestato, il primo giudice ha tratto ulteriore conferma della suddetta presunzione che R.E. non avesse “sino allora abitato l’immobile con la volontà di tenere il bene come proprio” (pag. 4 della sentenza di primo grado).

5.3. Non erano stati provati “atti di interversione del possesso da parte di R.E. in tempi successivi nei confronti della sorella P. e, quindi, dei nipoti P.P. e P.D. ” (pag. 4 della sentenza di primo grado).

5.4. “La posizione di C.C. , che abita nella casa in questione dalla nascita, non può ritenersi diversa da quella della madre, traendo origina da quest’ultima, in forza della coabitazione del figlio con la madre” (pag. 4 della sentenza di primo grado).

6. C.C. appellò la sentenza di primo grado senza contestare i suddetti accertamenti nè in relazione alla sussistenza dei fatti storici posti a fondamento dei ragionamenti presuntivi del Tribunale, nè in relazione alla conformità di tali ragionamenti alla regola legale dettata dall’art. 2729 c.c.. Nel proprio gravame, infatti, il sig. C. si limitò a lamentare la mancata valorizzazione di circostanze che, a suo dire, sarebbero state incompatibili con la tolleranza del proprietari dell’immobile, quali la lunghissima durata della sua occupazione, l’esecuzione di opere di manutenzione straordinaria sul tetto e sui pavimenti del medesimo, l’assenza di visite dei proprietari al compendio immobiliare, la rarefazione, particolarmente dopo la morte di R.P. , dei rapporti personali tra le parti. Nell’atto di appello, però, non vi fu contestazione:

– nè sull’accertamento che l’occupazione dell’immobile da parte di C.C. era sorta in ragione della coabitazione del medesimo, fin dalla nascita, con la madre, R.E. ;

– nè sull’accertamento che nel (…), quando il C. aveva 22 anni, R.E. aveva concordato con la sorella P. una divisione della eredità paterna che assegnava a quest’ultima l’immobile de quo;

– nè, infine, sull’inferenza – non oggetto di alcuna specifica censura – che il primo giudice aveva tratto dalla conclusione della divisione volontaria dell’eredità tra le sorelle R. , ossia che alla data di tale divisione R.E. non occupava l’immobile “con la volontà di tenere il bene come proprio”.

7. La Corte d’appello ha rigettato l’impugnazione sul rilievo che la durata, pur molto lunga, della occupazione dell’immobile da parte del sig. C. – nonché, finché visse, da parte di R.E. – non era incompatibile con la ricostruzione della vicenda operata dal Tribunale in termini di tolleranza dei proprietari all’occupazione del cespite; ciò alla stregua del principio giurisprudenziale alla cui stregua la lunga durata del godimento di un bene altrui può integrare un elemento presuntivo nel senso dell’esclusione della tolleranza solo al di fuori dell’ambito dei rapporti di parentela.

8. La Corte territoriale ha inoltre sottolineato:

8.1. l’irrilevanza del fatto che il grado di parentela intercorrente fra le parti oggi in causa fosse meno stretto di quello intercorso tra le sorelle R.E. e M.P. “dal momento che la situazione può essere stata mantenuta inalterata da parte degli attori proprio in segno di rispetto della decisione assunta dalla loro madre nei confronti della sorella e del nipote” (pag. 3, terzo cpv., della sentenza);

8.2 l’irrilevanza della esecuzione di interventi straordinari da parte del C. “poiché comunque riguardavano il bene goduto e la mancata richiesta di rimborso delle opere rientrava logicamente nell’accordo per il godimento dell’immobile concesso nell’ambito dei rapporti familiari” (pag. 3, quarto cpv., della sentenza);

8.3 il rilievo che l’inerzia dei proprietari si inquadrerebbe “benissimo nel rapporto familiare e nella tolleranza conseguente” (pag. 3, quinto cpv., della sentenza).

9. Il ricorso per cassazione del sig. C. si articola in tre motivi.

10. I sigg.ri P. e L. hanno depositato controricorso.

11. La causa è stata chiamato all’adunanza di Camera di consiglio del 27 settembre 2018 sulla base di una proposta di parziale accoglimento del ricorso formulata dal consigliere designato; per tale adunanza i contro ricorrenti hanno depositato una memoria. All’esito dell’adunanza la causa è stata rimessa alla pubblica udienza e quindi discussa all’udienza del 20.9.20, in cui il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.

Motivi della decisione

12. Con il primo motivo di ricorso – rubricato “violazione e/o falsa applicazione degli artt. 1158 e 2697 c.c., omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, difetto di motivazione” – si denuncia l’errore in cui la Corte di appello sarebbe incorsa ritenendo l’usucapione dell’odierno ricorrente preclusa dalla tolleranza dei proprietari del compendio immobiliare.

13. Il ricorrente – dopo aver richiamato il consolidato principio giurisprudenziale (ex multis, da ultimo, Cass. 2706/19) secondo cui, una volta dimostrata la sussistenza del possesso, spetta a coloro che lo contestano l’onere di provare che esso derivi da atti di tolleranza – argomenta che i giudici di merito avrebbero “errato nel ritenere che il possesso fosse imputabile ad atti di tolleranza in assenza di elementi probatori a sostegno della loro decisione”, sottolineando come dall’istruttoria non emerso “alcun elemento che possa far pensare ad un atto di tolleranza e cortesia” (pag. 5 del ricorso, penultimo e ultimo cpv.).

14. Il motivo non può trovare accoglimento nè in relazione al denunciato vizio di violazione degli artt. 1158 e 2697 c.c., nè in relazione al denunciato vizio di omesso esame circa un fatto decisivo; quanto al dedotto vizio di “difetto di motivazione”, esso non è più deducibile quale mezzo di ricorso per cassazione dopo la modifica recata all’art. 360 c.p.c., n. 5, dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, nella L. n. 134 del 2012.

15. Ragioni di ordine logico consigliano di iniziare l’esame del motivo dalla denuncia di omesso esame circa un fatto decisivo.

16. I fatti menzionati nel mezzo di gravame sono:

a) la sostanziale inesistenza dei rapporti tra le parti, soprattutto dopo la morte di R.P. ;

b) la durata settantennale dell’occupazione dell’immobile da parte dell’odierno ricorrente;

c) il prolungato disinteresse dei proprietari per l’immobile;

d) la tenuità del rapporto parentale tra le attuali parti in causa.

17. Il fatto sopra menzionato sub a) difetta del requisito della decisività, prescritto dall’art. 360 c.p.c., n. 5; nel motivo, infatti, non si specifica per quale ragione la sostanziale inesistenza dei rapporti tra le parti costituirebbe un fatto idoneo a mutare l’animus dell’occupante da animus detinendi in animus possidendi, nè si chiarisce se la dedotta interversione della detenzione in possesso sia riferibile alla sig.ra R.E. o all’odierno ricorrente, originariamente sub-detentore in forza della coabitazione con la madre, come incontestatamente accertato fin dal giudizio di primo grado.

18. Con riferimento all’ipotesi che il ricorrente intenda riferire a se stesso, e non a sua madre, la dedotta insorgenza dell’animus possidendi, va altresì svolto – a conferma della non decisività della circostanze della rarefazione dei rapporti personali tra le parti – un duplice rilievo.

18.1. In primo luogo, va evidenziato che C.C. non ha mai dedotto, nè in sede di merito nè nel ricorso per cassazione, di aver compiuto atti opposizione alla madre, tali da mutare in possesso la sub-detenzione dell’immobile di cui godeva in quanto con costei coabitante fin dalla nascita. In proposito va qui richiamato il principio, ancora di recente ribadito da questa Corte con la sentenza n. 27411/19, che la presunzione di possesso utile ad usucapionem, di cui all’art. 1141 c.c., non opera quando la relazione con il bene non consegua ad un atto volontario di apprensione, ma derivi da un iniziale atto o fatto del proprietario-possessore, come nell’ipotesi della mera convivenza nell’immobile con chi possiede il bene; in tal caso, la detenzione può mutare in possesso soltanto con un atto di interversione, consistente in una manifestazione esteriore, rivolta contro il possessore, affinché questi possa rendersi conto dell’avvenuto mutamento, da cui si desuma che il detentore abbia cessato di esercitare il potere di fatto sulla cosa in nome altrui ed abbia iniziato ad esercitarlo esclusivamente in nome proprio. Tale accertamento realizza un’indagine di fatto, rimessa all’apprezzamento discrezionale del giudice di merito, insindacabile in sede di legittimità, purché risulti logica e congruamente motivata.

18.2. In secondo luogo, va evidenziato che nel ricorso per cassazione il sig. C. non deduce che alla data della domanda giudiziale di rilascio ((omissis)) sua madre fosse premorta da oltre il ventennio necessario all’usucapione; la data del decesso della sig.ra R.E. non è infatti menzionata nel ricorso per cassazione (ma è indicata dai contro ricorrenti, a pag. 5 del controricorso, nel (omissis)). L’ipotetica insorgenza dell’animus possidendi in capo a C.C. dopo il decesso di sua madre sarebbe dunque anche astrattamente irrilevante, in difetto del requisito cronologico dell’usucapione.

19. Quanto ai fatti elencati sub b), c) e d) del precedente paragrafo 16, è sufficiente rilevare che essi sono stati tutti esaminati da parte della Corte ligure, la quale ha ritenuto i primi due irrilevanti alla luce dei rapporti familiari tra le parti (si vedano i precedenti paragrafi 7 e 8.3) ed il terzo irrilevante in ragione della presumibile volontà degli attori di rispettare la decisione della propria dante causa R.P. (si veda il precedenti paragrafo 8.1). In relazione a detti fatti, quindi, non sussiste il vizio di omesso esame.

20. Per quanto concerne la violazione degli artt. 1158 e 2697 c.c., che il motivo di ricorso in esame ascrive alla sentenza impugnata, la stessa va giudicata insussistente. La Corte territoriale, infatti, non enuncia, nè applica implicitamente, alcuna regola di giudizio in contrasto con il consolidato principio che, una volta dimostrata la sussistenza del possesso, spetta a coloro che lo contestano l’onere di provare che esso derivi da atti di tolleranza, i quali hanno fondamento nello spirito di condiscendenza, nei rapporti di amicizia o di buon vicinato ed implicano una previsione di saltuarietà e di transitorietà (in termini, da ultimo, Cass. 2706/19).

21. La Corte d’appello, al contrario – condividendo il ragionamento presuntivo svolto dal Tribunale di Genova in base agli, incontestati, fatti genetici della occupazione dell’immobile da parte del sig. C. e di sua madre – ha semplicemente affermato, in ciò correttamente adeguandosi alla giurisprudenza di questa Corte (Cass. 4327/08, Cass. 11277/15, Cass. 11315/18), che, contrariamente all’assunto dell’appellante, la lunga durata dell’occupazione dell’immobile da parte del C. non costituiva ragione per escludere la tolleranza accertata dal primo giudice. Donde l’infondatezza della censura di violazione di legge svolta nel mezzo di impugnazione in esame.

22. Con il secondo motivo di ricorso – rubricato “violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1164 c.c., omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, difetto di motivazione” – si denuncia l’errore in cui la Corte di appello sarebbe incorsa escludendo la rilevanza – ai fini dell’interversione del possesso – dei lavori di manutenzione straordinaria eseguiti dal sig. C. e ritenendo tali lavori contemplati nell’accordo per il godimento dell’immobile concesso dai familiari; il ricorrente afferma che dagli atti di causa non emergerebbe la sussistenza di alcun accordo in tale senso tra le parti e che, pertanto, i suddetti atti di straordinaria amministrazione dimostrerebbero la sua volontà “di tenere il bene come proprio” (pag. 10 del ricorso, primo cpv.).

23. Il motivo va giudicato inammissibile per due distinte e concorrenti ragioni.

23.1. In primo luogo, esso è carente di specificità, in quanto non indica l’epoca di esecuzione dei lavori manutentivi effettuati dal sig. C. , nè deduce, quanto meno, l’anteriorità di tali lavori al ventennio precedente l’introduzione della domanda di rilascio; così ponendo questa Corte nella impossbilità di apprezzare la rilevanza anche meramente astratta della doglianza avverso la statuizione della Corte che ha escluso che l’esecuzione di tali lavori valesse come atto di interversione del possesso.

23.2. In secondo luogo, il motivo attinge un giudizio di fatto della Corte genovese, secondo il quale “la mancata richiesta di rimborso delle opere rientrava logicamente nell’accordo per il godimento dell’immobile concesso nell’ambito dei rapporti familiari”; giudizio non censurabile sotto il profilo della violazione del disposto dell’art. 1164 c.c. e non censurato con la deduzione di un fatto storico non esaminato dal giudice di merito che, se esaminato, avrebbe portato ad un diverso giudizio di fatto. Va qui ricordato, al riguardo, il principio, espresso già sotto il previgente testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, che, in tema di interversione idonea a trasformare la detenzione in possesso, l’accertamento, in concreto, dei suoi estremi integra un’indagine di fatto, rimessa al giudice di merito, sicché nel giudizio di legittimità non può chiedersi alla Corte di cassazione di prendere direttamente in esame la condotta della parte, al fine di trarne elementi di convincimento, ma si può solo censurare, per omissione o difetto di motivazione, la decisione di merito che abbia del tutto trascurato o insufficientemente esaminato la questione di fatto della interversione (Cass. n. 27521/11).

23.3. Per ragioni nomofilattiche può altresì aggiungersi che il motivo, oltre che inammissibile, è anche astrattamente infondato, giacché l’argomentazione del ricorrente contrasta con il risalente insegnamento di questa Corte (Cass. 1446/78) che i lavori di riparazione e di modifica dell’immobile posti in essere dal detentore non possono essere identificati come un’opposizione inequivocabilmente rivolta contro il possessore, e quindi dar luogo alla interversione del possesso, quando dalla prova assunta non sia dato desumere con certezza che i lavori medesimi possano essere riferiti all’iniziativa esclusiva del detentore; ciò perché la interversione del possesso, pur potendo realizzarsi mediante il compimento di attività materiali che manifestino inequivocabilmente l’intenzione di esercitare il possesso esclusivamente nomine proprio, deve comunque potersi configurare come una opposizione sostanzialmente rivolta contro il possessore e cioè contro colui per conto del quale la cosa e detenuta.

24. Con il terzo motivo di ricorso – rubricato “difetto e/o carenza di motivazione”, si deduce il difetto di motivazione dell’impugnata sentenza per avere la Corte d’appello motivato “con riferimenti generici e non corrispondenti alle risultanze istruttorie” (pag. 10 del ricorso, sesto cpv.), omettendo di esplicitare le ragioni a sostegno della presunzione della tolleranza da parte dei proprietari e contraddicendo la valutazione di fumus boni juris dell’appello svolta in sede di concessione della sospensiva dell’efficacia esecutiva della sentenza di primo grado.

25. Il motivo è inammissibile perché la sua formulazione non si conforma al paradigma fissato nel nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5. Come questa Corte ha chiarito nella sentenza n. 23940/17, in seguito alla riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, in quanto il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile”, al di fuori delle quali il vizio di motivazione può essere dedotto solo per omesso esame di un “fatto storico”, che abbia formato oggetto di discussione e che appaia “decisivo” ai fini di una diversa soluzione della controversia.

26. In definitiva, nessuno dei motivi di ricorso può trovare accoglimento e, conseguentemente, il ricorso va rigettato.

27. Le spese seguono la soccombenza.

28. Deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, del raddoppio del contributo unificato D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, se dovuto.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna il ricorrente a rifondere ai controricorrenti le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 3.000, oltre Euro 200 per esborsi ed oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte del ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, se dovuto.

 


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