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Riconoscimento del padre successivo a quello della madre: la legge

13 Febbraio 2021 | Autore: Antonino Bruno
Riconoscimento del padre successivo a quello della madre: la legge

Il papà può riconoscere il bambino in autonomia? Con quali modalità ed entro quanto tempo?

Nella società di oggi, è in continuo aumento il numero di figli nati al di fuori del matrimonio per i quali è necessario, affinché gli stessi possano acquistare lo stato di figlio, che i genitori provvedano al loro riconoscimento.

Se il riconoscimento avviene congiuntamente da parte dei genitori, ovvero in modo contestuale, il bambino acquisterà lo stato di figlio di entrambi i genitori, con attribuzione del cognome paterno, analogamente a quanto avviene per i figli nati da persone coniugate.

Ma cosa accade se uno dei due genitori – solitamente la madre – provvede a riconoscere il bambino prima dell’altro? In questo articolo, vedremo la disciplina generale sul riconoscimento, per poi analizzare – anche con l’aiuto di esempi pratici – le disposizioni previste dalla legge a proposito del riconoscimento del padre successivo a quello della madre, con qualche cenno su modalità e tempi del riconoscimento successivo.

Definizione e normativa di riferimento

Iniziamo col dire che il riconoscimento è un atto formale a carattere dichiarativo, unilaterale e personale, con il quale il genitore dà atto della sussistenza di un rapporto di filiazione naturale con un determinato soggetto (il figlio).

Normalmente, il riconoscimento viene fatto nell’atto di nascita del figlio, ma la legge consente che possa essere fatto anche in un momento successivo, mediante dichiarazione resa davanti ad un ufficiale di Stato civile o in un atto pubblico o, ancora, in un testamento [1].

Il genitore che provvede al riconoscimento deve aver compiuto sedici anni, salvi i casi in cui il tribunale autorizzi, nell’interesse del figlio e valutate le circostanze, il riconoscimento da parte del minore di anni sedici [2].

Si evidenzia, inoltre, che il riconoscimento può essere effettuato anche dal genitore che al tempo del concepimento era coniugato con altra persona [2].

Ovviamente, non può essere riconosciuto un figlio che abbia già tale stato perché, ad esempio, riconosciuto da madre e padre biologici o perché nato da genitori coniugati [3].

Una volta effettuato, il riconoscimento non può più essere revocato [4] ed è sanzionata con la nullità qualunque clausola volta a limitare gli effetti che la legge ne fa derivare [5], ossia quelli derivanti dal rapporto di filiazione. In tal senso, è nulla, ad esempio, la clausola che preveda l’esonero dagli obblighi di mantenimento o l’esclusione del figlio dai diritti successori o, ancora, che subordini l’efficacia dello stesso al verificarsi o meno di un determinato evento (come l’accertamento positivo della paternità tramite l’esame del Dna).

Il riconoscimento è un atto tendente ad accertare giuridicamente un fatto, ossia un legame, già esistente fra il genitore e il figlio, ma non è escluso che si possa riconoscere un figlio non proprio, con differenti conseguenze a seconda che ciò fosse o meno conosciuto dal soggetto che effettua il riconoscimento. A tal proposito, la legge prevede diverse ipotesi di impugnazione del riconoscimento, fra le quali quella per difetto di veridicità [6] che può essere invocata, con i limiti temporali ivi previsti, anche dall’autore del riconoscimento quando, per esempio, scopre di essere stato impotente al tempo del concepimento e che, quindi, il figlio riconosciuto non è il proprio figlio biologico.

Come fare il riconoscimento successivo?

Come detto, il riconoscimento del figlio nato fuori dal contesto matrimoniale può avvenire tanto congiuntamente dalla parte della madre e del padre, quanto separatamente. In quest’ultimo caso, presupposto logico-giuridico è che uno dei due genitori provveda ad effettuare il riconoscimento prima dell’altro. Ove si verifichi detta circostanza – che non è affatto infrequente – l’altro genitore non potrà effettuare in autonomia il riconoscimento del figlio, essendo all’uopo necessario il consenso del genitore che per primo lo ha riconosciuto.

Ebbene, la legge [2] subordina il riconoscimento – che è, e rimane, un atto libero del soggetto – alla volontà e, in un certo senso, al potere del genitore che per primo ha riconosciuto come proprio il figlio, potendo egli discrezionalmente consentire od opporsi al riconoscimento da parte dell’altro genitore.

Nella stragrande maggioranza dei casi, è il padre del bambino a trovarsi nella situazione di dover chiedere e ottenere il consenso della madre che già ne ha fatto il riconoscimento.

Nel caso in cui la madre dia il proprio consenso, il padre potrà procedere senza problemi al riconoscimento del figlio: sarà sufficiente che entrambi i genitori si rechino presso il Comune di residenza del figlio e che il padre dichiari dinnanzi all’ufficiale di Stato civile la volontà di riconoscere il figlio con l’assenso della madre.

In caso contrario, nell’ipotesi in cui la madre neghi il proprio consenso, il padre non potrà provvedere autonomamente al riconoscimento del figlio e, chiaramente, ove si recasse al Comune per effettuare l’atto, l’ufficiale di Stato civile non potrebbe far altro che opporre un diniego.

Cosa può fare allora il padre in caso di dissenso della madre?

L’art. 250 del Codice civile prevede la facoltà del genitore che si vede negare dall’altro il consenso al riconoscimento del figlio, di ricorrere al tribunale territorialmente competente al fine di ottenere una pronuncia sostitutiva del mancato consenso. La stessa norma prevede, infatti, che il consenso non possa essere negato se risponde all’interesse del figlio. Anche qui, come in altre norme del Codice, vediamo prevalere l’interesse della prole rispetto ai conflitti e alle ragioni dei genitori che possono aver determinato il rifiuto al secondo riconoscimento.

Occorrerà, dunque, che il padre si rivolga ad un avvocato e promuova nei confronti della madre un giudizio di natura contenziosa che potrà seguire due strade differenti.

La prima, più celere, potrà essere percorsa in caso di mancata opposizione da parte della madre entro 30 giorni da quando la stessa abbia ricevuto la notifica del ricorso: in tal caso, il giudice si limiterà ad emettere una sentenza che sostituirà il consenso della madre, permettendo al padre di effettuare il riconoscimento.

La seconda, più lunga, vedrà aprirsi un vero e proprio contenzioso a seguito della tempestiva opposizione della madre: in tal caso, il giudice procede ad istruire la causa assumendo ogni informazione utile e disponendo l’audizione del minore che abbia compiuto dodici anni (o anche di minor età se dotato di capacità di discernimento) e adotta, altresì, ogni provvedimento provvisorio e urgente, salvo che l’opposizione non sia palesemente fondata. Se ritiene di accogliere il ricorso, con la sentenza sostitutiva del mancato consenso, il giudice disporrà anche i provvedimenti sull’affido e mantenimento del minore, nonché sul cognome.

È appena il caso di precisare che non costituiscono validi motivi di opposizione i rapporti conflittuali tra i genitori ovvero, ad esempio, il fatto che il padre sia stato assente durante la gravidanza o anche nei primi mesi di vita del bambino, o che lo stesso sia un soggetto pregiudicato (purché condannato per reati di natura diversa dalla violenza privata e/o domestica o comunque a danno di minori).

L’opposizione al riconoscimento, quindi, può essere accolta solo nel caso in cui il riconoscimento possa davvero costituire un pericolo o un grave pregiudizio per il figlio, come può essere l’ipotesi in cui il padre faccia continuo uso di alcol e/o sostanze stupefacenti ovvero si sia reso autore di violenza sessuale a danno di minori (o di reati consimili), o ancora, ove la madre affermi che il richiedente non sia il padre biologico del bambino (e gli eventuali accertamenti clinici eseguiti nel corso del giudizio confermino detta circostanza).

Si evidenzia, però, che nel caso in cui il minore da riconoscere abbia compiuto gli anni quattrodici, poiché il riconoscimento produrrà effetti rilevanti nella sfera giuridica dello stesso e la propria identità risulta già formata, la legge prevede che il riconoscimento non possa in ogni caso produrre effetti senza l’assenso del medesimo minore.

Con i limiti e le modalità di cui sopra, si evidenzia, infine, che non vi è un tempo prestabilito per effettuare il riconoscimento, potendo lo stesso essere effettuato, come visto, anche in un atto di ultima volontà (disposizione testamentaria).



Di Antonino Bruno

note

[1] Art. 254 cod. civ.

[2] Art. 250 cod. civ.

[3] Art. 253 cod. civ.

[4] Art. 256 cod. civ.

[5] Art. 257 cod. civ.

[6] Art. 263 cod. civ.


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