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Che significa: l’Iva è un’imposta neutrale?

14 Febbraio 2021 | Autore: Vincenzo Delli Priscoli
Che significa: l’Iva è un’imposta neutrale?

Perché l’imposta sul valore aggiunto grava solo sul consumatore finale? 

L’imposta sul valore aggiunto (Iva) è un’imposta indiretta perché, a differenza delle imposte dirette, non colpisce direttamente la capacità contributiva del contribuente, ma soltanto una sua manifestazione, ossia i consumi effettuati dal contribuente. Tuttavia, il meccanismo di funzionamento dell’Iva non è facilmente comprensibile. Si sente dire spesso che l’Iva sia un’imposta neutrale e che colpisca solo il consumatore finale.

Ma che significa: l’Iva è un’imposta neutrale? Cosa si intende per consumatore finale? Da quante aliquote è caratterizzata questa imposta? E poi ci sono tutti gli aspetti patologici legati all’Iva, frodi carosello su tutti, di cui poco si conoscono i meccanismi. Cerchiamo allora di rispondere a tutte queste domande in questo articolo.

Che cos’è l’Iva?

L’Iva è innanzitutto un’imposta generale, perché colpisce tutti i contribuenti, senza alcuna distinzione. Viene definita anche imposta sui consumi in quanto il suo meccanismo applicativo finisce col gravare esclusivamente sul consumatore finale.

È un’imposta proporzionale al prezzo del bene acquistato, senza considerare il numero di passaggi che il bene subisce nel corso del processo produttivo fino ad arrivare al consumatore finale.

È caratterizzata dall’aliquota ordinaria del 22%.

Un cellulare che paghiamo 300,00 euro sarà comprensivo dell’Iva al 22%. Quindi, il cellulare al netto dell’Iva costerà 245,90 euro a cui si aggiungono 54,10 euro a titolo di Iva (il 22% di 245,90).

Vi sono, però, anche le aliquote ridotte del 10% e del 4% per i beni ed i servizi che maggiormente incidono sul costo medio della vita. Ad esempio il pane ha un’aliquota del 4%, la carne del 10%.

La neutralità dell’Iva

Facciamo un esempio di liquidazione dell’Iva per comprenderne meglio l’applicazione.

L’impresa A vende all’impresa B un telefonino a 100,00 euro più Iva (al 22%) quindi per un totale di 122,00 euro (100,00 + 22,00). L’impresa B rivenderà il telefonino al consumatore finale a 150,00 euro più Iva (sempre al 22%), quindi per un totale di 183,00 euro (150,00 + 33,00). L’impresa B, dunque, incasserà 33,00 euro a titolo di Iva, ma dovrà versarne allo Stato solo una parte, perché potrà portare in detrazione l’Iva che aveva già versato all’impresa A pari a 22,00 euro. Quindi, con il meccanismo della detrazione, l’impresa B verserà allo stato solo 11,00 euro di Iva (33,00 – 22,00). Sarà il consumatore finale il soggetto su cui effettivamente graverà il tributo, mentre il soggetto passivo (impresa B), dopo aver pagato l’Iva sull’acquisto del bene, si rivale sul cliente, ossia il consumatore finale, addebitando l’Iva a sua volta sul bene venduto.

L’Iva pagata per gli acquisti viene detratta dall’Iva addebitata al cliente. L’impresa B è considerata neutrale rispetto all’Iva perché non ha perso, né guadagnato nulla: ha versato al fornitore 22,00 euro di Iva e 11,00 allo stato, ma ha ricevuto dal consumatore finale 33,00 euro a titolo di Iva.

Chi non può detrarre nulla è, invece, il consumatore finale, che paga l’Iva addebitata a titolo di rivalsa senza la possibilità di potersi rivalere a sua volta su qualcun altro. Per questo motivo, il consumatore finale è il vero soggetto passivo dell’Iva, in quanto non può esercitare il diritto alla detrazione.

Una volta giunto al consumatore finale il bene resta gravato dell’Iva e quindi solo sul consumatore finale grava alla fine l’onere di pagare l’Iva proporzionale al prezzo del bene acquistato.

Ecco spiegato perché l’Iva è un’imposta neutra. Essa colpisce il maggior valore che ciascuna fase del processo aggiunge al bene o servizio considerato, prescindendo dall’effettivo numero di passaggi che il bene o servizio medesimo subisce. L’incremento viene calcolato a partire dalla produzione del bene o del servizio, fino ad arrivare al suo consumo finale.

L’Iva si calcola in base all’incremento di valore che un bene o un servizio acquista ad ogni passaggio economico che, per l’appunto, viene definito “valore aggiunto“.

Quali operazioni rientrano nel campo di applicazione dell’Iva?

Le operazioni che rientrano nel campo di applicazione dell’Iva si distinguono in operazioni imponibili, operazioni non imponibili e operazioni esenti.

Le operazioni imponibili comportano il sorgere del debito d’imposta e non limitano il diritto di detrazione.

Le operazioni non imponibili e quelle esenti non fanno sorgere il debito d’imposta, ma comportano gli stessi adempimenti formali delle operazioni imponibili, quindi devono essere fatturate e registrate, nonché essere inserite nel calcolo del volume d’affari.

Quando l’Iva non è neutrale per i soggetti passivi?

L’elemento caratteristico delle operazioni esenti risiede nel fatto che esse limitano il diritto di detrazione, a differenza delle operazioni non imponibili che non incidono su tale diritto.

Sono diverse le categorie di prestazioni che sono esenti dall’Iva:

  • prestazioni sanitarie;
  • attività educative e culturali;
  • operazioni relative a riscossione di tributi;
  • esercizio di giochi e scommesse;
  • prestazioni di mandato e mediazione;
  • operazioni in oro;
  • alcune operazioni immobiliari.

Le prestazioni sanitarie e quelle di carattere culturale sono operazioni esenti evidentemente per ragioni sociali. Le altre fattispecie di esenzione sono perlopiù per ragioni di natura fiscale e di equilibrio della tassazione, perché già caratterizzate da altre forme di imposizione fiscale.

Il soggetto passivo Iva che realizza un’operazione esente Iva non può detrarre l’Iva sugli acquisti. Ciò significa che viene meno la caratteristica peculiare della neutralità del tributo, il quale diventa un costo vero e proprio per il soggetto passivo.

Quando l’Iva è alternativa all’imposta di registro?

Un atto scritto, compreso nell’elenco degli atti soggetti ad imposta proporzionale di registro, se contiene una cessione di beni o prestazioni di servizi soggetti a Iva, non è soggetto a imposta di registro proporzionale (che è più onerosa), ma alla tassa fissa (più conveniente).

Ad esempio, un decreto ingiuntivo con cui un imprenditore intima al suo cliente il pagamento di una merce, non è tassato con imposta proporzionale di registro, perché la cessione di merci è soggetta a Iva.

Che cos’è lo split payment?

Alcune pubbliche amministrazioni, anziché versare l’Iva ai propri fornitori a cui devono effettuare un pagamento, devono versarla direttamente allo stato. Ecco in cosa consiste lo split payment o “scissione dei pagamenti”. Lo split payment concerne le cessioni dei beni e le prestazioni dei servizi effettuate nei confronti delle amministrazioni statali, degli enti pubblici territoriali, delle camere di commercio e degli istituti universitari.

Un condono dell’Iva: è possibile?

L’Iva è un’imposta di matrice comunitaria, essendo stata introdotta in tutti gl stati membri dell’Unione Europea nel 1967 da due direttive comunitarie.

La Corte di Giustizia europea ha condannato il condono fiscale italiano sull’Iva per gli anni tra il 1998 e il 2003, contenuto nella legge finanziaria del 2003, sostenendo che la rinuncia generale e indiscriminata all’accertamento delle operazioni imponibili Iva favorisce i contribuenti colpevoli di frode.

Infatti, uno stato membro dell’Unione Europea deve rispettare gli obblighi derivanti dalle direttive comunitarie riguardanti l’Iva, deve onorare il principio generale di leale cooperazione e non ha il diritto di sottrarsi unilateralmente all’obbligo di assoggettare ad IVA determinate categorie di operazioni.

Ogni stato membro ha l’obbligo di adottare tutte le misure legislative e amministrative necessarie al fine di garantire che l’Iva dovuta nel proprio territorio sia interamente riscossa, verificando le dichiarazioni fiscali, calcolando l’imposta dovuta e garantendone la riscossione. Infatti, gli stati membri beneficiano di una certa libertà nell’applicazione dei mezzi a loro disposizione, ma sono comunque tenuti a garantire una riscossione effettiva delle risorse proprie dell’Unione Europea e a non creare differenze significative nel modo di trattare i contribuenti.

Dunque, sulla base di questo precedente è impensabile che l’Iva possa essere oggetto di sanatorie o condoni. Infatti, tutti i recenti provvedimenti di annullamento di sanzioni e interessi con riferimento a tributi non pagati (rottamazione, rottamazione bis, rottamazione ter) non hanno affatto riguardato l’imposta sul valore aggiunto che, dunque, è sempre dovuta. L’unico aspetto su cui i governi nazionali possono intervenire riguarda le sanzioni e gli interessi correlati all’Iva, i quali possono essere oggetto di sanatoria.

Cosa sono le frodi carosello Iva?

Le frodi carosello sono dei comportamenti fraudolenti al fine di evadere l’Iva attraverso una serie di passaggi di merce tra varie società appartenenti a stati diversi.

Una società francese Alfa vende auto ad una società italiana Beta. La società italiana Beta (che è un soggetto interposto tra il venditore Alfa e l’effettivo acquirente Gamma) acquista l’auto senza pagamento dell’Iva. L’auto viene poi rivenduta a Gamma che paga l’Iva a Beta e rivende il bene. La società Beta dunque acquista senza essere debitrice di Iva e vende con Iva; incassa, quindi, l’Iva sulla vendita fatta a Gamma ma non la versa al fisco e poi scompare. A sua volta Gamma detrae l’Iva effettivamente versata a Beta. Il danno per il Fisco è duplice. Da un lato, vi è Beta che non versa l’Iva che ha incassato per la vendita a Gamma, ma al tempo stesso Gamma acquisisce il diritto di detrazione per cui il fisco diventa debitore verso Gamma per un’Iva mai incassata.

La frode carosello vera e propria (carosello chiuso) si verifica, secondo il suddetto esempio, quando la società Gamma non vende ad un consumatore finale, ad esempio, italiano, ma ad un’altra società di uno stato dell’Unione Europea (società Delta), la quale rivende ad Alfa. Il bene, in questo modo, ritorna al punto di partenza.

Con queste frodi, a parte il profilo tributario, si verifica una distorsione della concorrenza in quanto, grazie all’omesso versamento dell’Iva, i beni possono essere venduti a prezzi più competitivi.



Di Vincenzo Delli Priscoli


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