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I problemi dell’avvocatura italiana

27 Novembre 2020 | Autore:
I problemi dell’avvocatura italiana

La numerosità degli avvocati e il crollo reddito.

Sul sito del CNF trovate «Misure organizzative relative alla trattazione degli affari giudiziari» e su quello dello OCF «Richiesta di emendamenti al d.l. ristori in tema di processo civile» e nota OCF «su sostenibilità della professione forense e relative relazioni».

Mi sembra di essere un marziano sbarcato sulla Terra.

Possibile non capire che i problemi dell’avvocatura italiana sono due:

  • la numerosità;
  • il crollo del reddito.

OCF chiede la costituzione di un tavolo governativo unitario per la giurisdizione e la sostenibilità della professione forense per individuare le principali linee di intervento, anche fiscali ed economiche, a supporto del nostro sistema di giurisdizione e della professione forense.

Tutto questo viene dopo l’apertura di un tavolo per affrontare con il Governo il problema della numerosità degli avvocati e del reddito dell’avvocatura italiana.

Siamo in troppi, lo dicono tutti e lo si diceva persino ai tempi di Calamandrei; siamo poveri (tranne un 10% su 245 mila) frutto di scelte politiche che hanno portato alla proletarizzazione del ceto medio.

Le opzioni politiche degli ultimi anni, diciamo da Bersani in poi, hanno realizzato la teoria marxista che si fonda sull’ineluttabile proletarizzazione del ceto medio.

Un processo – questo – dovuto alla logica della concentrazione del capitale nelle mani di pochi, per l’avvocatura italiana quel 10% di cui sopra.

Vogliamo la rivoluzione degli esclusi? Io credo che i problemi si possano ancora affrontare e risolvere, a condizione di non far finta che non esistano.

L’avvocatura si è ormai scissa in due categorie: quella dei ricchi, pochi e il cui patrimonio aumenta anche nei periodi di crisi, e quella di tutti gli altri che vive, se non proprio nella miseria, nella insicurezza, nella precarietà e nella paura del futuro.

Parlare a questa avvocatura dell’avvocato in Costituzione o delle misure organizzative in tempi di pandemia suona come una campana a morto.

Ma è così difficile capirlo? Vogliamo continuare in sterili dissertazioni del sesso degli angeli? Vogliamo un’avvocatura vera e concorrenziale o preferiamo un’avvocatura paternalistica e assistenziale? C’è un altro pezzo di verità, forse amara, ma necessaria da dire all’avvocatura italiana. Siamo diventati complessivamente più poveri. È indispensabile rimboccarsi le maniche.

Come ha scritto giustamente Ferruccio de Bortoli su Il Sole 24Ore del 25 novembre 2020: «Il rischio zero non esiste. Siamo esposti al virus come alle fatalità della vita. Non ci sono comodi nidi o facili rifugi. Dirlo chiaramente aiuta le giovani generazioni a compiere le loro scelte di vita. Ad investire nello studio e nel sacrificio. Non ad aspettare l’occasione sul divano. I lavoratori vanno difesi. Giusto. Ma con serie politiche attive del lavoro e non salvaguardando fittiziamente posti di lavoro senza mercato».


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