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Il datore di lavoro può richiedere i danni al dipendente?

30 Novembre 2020
Il datore di lavoro può richiedere i danni al dipendente?

Quando e come l’azienda può ottenere il risarcimento dal lavoratore che abbia causato dei danni all’attività o alla produzione. Il ruolo del contratto collettivo nazionale. 

Nell’ipotesi di danni all’azienda o all’attività economica causati da un comportamento negligente o doloso di un dipendente, cosa potrebbe fare l’azienda nei suoi confronti? È legittimata ad operare una trattenuta sul suo stipendio per compensare le perdite subite? In altri termini, il datore di lavoro può richiedere i danni al dipendente? E se il responsabile non dovesse essere identificabile, sarebbe possibile addebitare i danni sulla generalità dei lavoratori come sanzione generale e cumulativa? 

La questione non è nuova, tant’è che si ritrovano numerose sentenze, in giurisprudenza, che si sono occupate proprio del tema del risarcimento danni causati dai dipendenti e delle conseguenti azioni da parte del datore di lavoro. 

Anche se la legge non disciplina, in modo specifico, un’ipotesi di questo tipo, la risposta al quesito può essere agevolmente tratta dai principi generali in materia lavoristica e, in particolare, dallo Statuto dei lavoratori. 

Come vedremo a breve, a stabilire se il datore di lavoro può richiedere i danni al dipendente è soprattutto il contratto collettivo: è quest’ultimo infatti la fonte di gran parte dei diritti e dei doveri scaturenti dal rapporto di lavoro. Ma procediamo con ordine.

Quando il datore di lavoro può chiedere i danni al dipendente

Partiamo da un principio abbastanza scontato. Il datore di lavoro può agire, nei confronti del lavoratore, per ottenere il risarcimento solo quando il danno è causato dalla violazione di un obbligo specifico ricadente su di questi. Ciò implica due importanti conseguenze:

  • l’azienda non può spalmare su tutti i dipendenti il danno causato da uno solo quando questi non sia identificabile. Solo il diretto responsabile potrebbe, tutt’al più, essere chiamato a risarcire le conseguenze della propria azione e non gli altri lavoratori;
  • il dipendente non può essere chiamato a risarcire danni per strumenti che si sono rotti a causa della vetustà o di ragioni che non sono dipendenti dalla sua condotta colpevole. Spetta al datore di lavoro dimostrare un uso non conforme dello strumento che si è rotto. Quindi, se un’auto aziendale si guasta mentre la guida un lavoratore, quest’ultimo non può subire alcuna conseguenza se non ne è la diretta causa. 

Cosa deve fare il datore di lavoro per chiedere i danni al dipendente?

In caso di violazione da parte del dipendente degli obblighi di diligenza inerenti al suo rapporto di lavoro, il datore può dare inizio, nei suoi confronti, a un procedimento disciplinare, regolato dalle disposizioni dello Statuto dei lavoratori e dal contratto collettivo nazionale a questi applicabile. 

Come noto, è obbligatorio inviare una lettera scritta di contestazione, dando all’interessato 5 giorni di tempo per poter presentare difese in proprio favore e/o chiedere di essere sentito di persona. 

All’esito dell’analisi di tali difese, l’azienda prende la propria decisione. Così il procedimento disciplinare può sfociare in una sanzione disciplinare proporzionata alla gravità dell’infrazione.

Le sanzioni per l’illecito disciplinare consistono però solo in quelle tipiche indicate dallo statuto dei lavoratori e sono l’ammonimento verbale, la lettera di biasimo (o ammonizione scritta), la multa, la sospensione dal soldo e dal servizio, il trasferimento e, nei casi più gravi, il licenziamento. 

Come si può vedere, la trattenuta sullo stipendio per il risarcimento del danno prodotto dal dipendente non è una sanzione prevista dalla legge. Quindi, il datore di lavoro non può operarla autonomamente, a meno che non sia previsto esplicitamente dal contratto collettivo applicabile. 

Ciò però non toglie che l’azienda possa agire nei confronti del responsabile per chiedergli il rimborso dei danni patiti. Ma non potrà farlo in via autonoma, dovendo al contrario rivolgersi a un giudice affinché sia questi, e non il datore di lavoro in via unilaterale, a liquidare l’effettivo ammontare dei danni. Risultato: per poter richiedere il risarcimento è necessario avviare una causa contro il dipendente colpevole.

Una volta ottenuta la sentenza di condanna da parte del tribunale, il datore può recuperare il danno cagionato dalla condotta del dipendente tramite una trattenuta sulla busta paga di quest’ultimo, in compensazione del proprio credito, qualora ciò sia previsto dalla contrattazione collettiva o da specifici accordi individuali.

Si ritiene che la trattenuta sullo stipendio possa anche essere superiore a un quinto (limite previsto dalla legge solo per i pignoramenti) e arrivare anche sino all’integrale blocco del salario.

Risarcimento danni da mancata segnalazione

Poiché, come abbiamo detto ad inizio di questo articolo, di regola la responsabilità è personale e solamente in via eccezionale può derivare da un fatto altrui, non sembra giuridicamente fondata la pretesa del datore di ottenere un risarcimento dai colleghi del lavoratore inadempiente, laddove egli ometta la segnalazione del danno arrecato.



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