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Cosa comporta la risoluzione del contratto?

30 Novembre 2020
Cosa comporta la risoluzione del contratto?

Risoluzione per inadempimento, per impossibilità sopravvenuta e per eccessiva onerosità sopravvenuta: cosa significano?

Cosa significa e cosa comporta la risoluzione del contratto? Il diritto ha la sua terminologia tecnica che non tutti conoscono. Nel linguaggio comune, peraltro, vengono spesso usate impropriamente alcune parole alle quali la legge accorda un diverso significato. Così non è difficile sentire parlare di «rescissione del contratto» quando invece si intende parlare di «risoluzione». Sarà allora bene fare un po’ di chiarezza su tali concetti.

In questa guida ci soffermeremo, in particolare, sul significato pratico da attribuire ai termini «risoluzione del contratto» in modo che chiunque possa capire cosa si intende con tali parole e quali sono gli effetti che ne derivano. Ma procediamo con ordine.

Cosa significa risoluzione del contratto?

Se volessimo tradurre con parole di uso comune il concetto di «risoluzione del contratto» potremmo dire che si tratta dello scioglimento del contratto. Con la risoluzione infatti viene meno il vincolo che lega le parti; sicché nessuna delle due resta più obbligata alle prestazioni concordate mentre quelle eventualmente già eseguite vanno restituite.

Il caso tipico della risoluzione del contratto è quello dell’inadempimento. 

Marco vende un divano a Domenico il quale versa subito un acconto in attesa che la ditta gli consegni a casa l’oggetto di arredo. Senonché, dopo i termini convenuti in contratto, Marco non rispetta l’impegno assunto e il divano non arriva più a destinazione. Domenico quindi si rivolge a un giudice per ottenere lo scioglimento dall’obbligo di versare il residuo prezzo concordato e la restituzione dell’anticipo già pagato. L’azione di Domenico si chiama «azione di risoluzione del contratto per inadempimento».

L’inadempimento però non è l’unica ipotesi in cui si può chiedere la risoluzione del contratto. I casi di risoluzione del contratto sono:

  • inadempimento;
  • impossibilità sopravvenuta;
  • eccessiva onerosità sopravvenuta;
  • mutuo dissenso.

Di tanto parleremo qui di seguito. Con riferimento a ciascuna delle ipotesi vedremo anche cosa comporta la risoluzione del contratto: difatti, le conseguenze sono diverse a seconda del tipo di ipotesi nella quale si verte. 

Risoluzione per inadempimento del contratto

Quando uno dei contraenti non adempie le proprie obbligazioni, l’altro può agire in giudizio chiedendo la risoluzione del contratto.

La risoluzione può essere concessa solo quando la prestazione inadempiuta è essenziale ai fini del contratto e l’inadempimento è grave. Non si può, ad esempio, chiedere la risoluzione del contratto con una sartoria, per un vestito su misura, solo perché un bottone non è stato cucito a dovere. Allo stesso modo, non si può domandare la risoluzione del contratto di acquisto di un’auto se questa viene consegnata con qualche giorno di ritardo (a meno che nel contratto non fosse stato stabilito diversamente).

A determinare la gravità dell’inadempimento è il giudice che valuta caso per caso. In alternativa, le parti possono già definire in contratto quando un inadempimento è da considerarsi “grave” e quali sono le prestazioni essenziali che danno diritto ad ottenere la risoluzione del contrato (è la cosiddetta clausola risolutiva espressa). In tale ipotesi, la valutazione della gravità dell’inadempimento è sottratta al giudice e la parte che non ha ricevuto la prestazione in questione potrà limitarsi a inviare all’altra una diffida ad adempiere con raccomandata a.r. dandole un termine per adempiere. Se ciò non avviene, il contratto è automaticamente sciolto senza bisogno del giudice. 

La risoluzione del contratto per inadempimento comporta:

  • lo scioglimento di ogni obbligo derivante dal contratto per entrambe le parti;
  • la restituzione delle prestazioni eventualmente già effettuate (ad esempio, il rimborso del prezzo di vendita);
  • eventualmente, il risarcimento a favore della parte che ha subìto l’inadempimento. Quest’ultima deve però dimostrare i danni concreti ed effettivi – e non solo presunti – che ha patito a seguito della mancata prestazione. Si pensi al caso di chi ha sottoscritto un contratto preliminare per l’acquisto di un immobile, abbandonando altre utili trattative, e poi è stato costretto a risolvere l’accordo per aver scoperto un’ipoteca sul bene; in tal caso, il danno potrebbe essere determinato dalla perdita di occasioni concorrenti o dall’aver dato disdetta al contratto di affitto;
  • per effetto della domanda di risoluzione presentata dinanzi al giudice e dalla data in cui è proposta, l’inadempiente non può più adempiere la propria obbligazione.

Risoluzione per impossibilità sopravvenuta

Potrebbe avvenire che, una volta sottoscritto il contratto, la prestazione diventi impossibile per una causa non imputabile a nessuna delle due parti e, quindi, per la quale nessuna delle due è colpevole. Si pensi alla prenotazione di un viaggio in barca, reso però impossibile da un’improvvisa ed eccezionale burrasca. 

In presenza di tali presupposti, il contratto si risolve di diritto. Il rischio di tale evento ricade quindi su entrambe le parti. In pratica, nessuna delle parti è responsabile e, oltre alla risoluzione del contratto, nessuna sarà tenuta a risarcire il danno all’altra. 

Quindi, la risoluzione per impossibilità sopravvenuta comporta solo lo scioglimento del contratto e l’obbligo di restituire le prestazioni eventualmente già rese. Nell’esempio del viaggio in barca, la ditta organizzatrice non potrà quindi trattenere l’acconto o pretendere una penale, così come non potrà erogare, al posto della restituzione dell’acconto, un voucher o un buono per una successiva gita. 

Anche se la risoluzione opera in automatico, la parte interessata può agire in giudizio per ottenere una pronuncia che accerti l’avvenuta risoluzione quando l’altra parte non si adegui alla circostanza e magari rifiuti di restituire la prestazione ricevuta. A tale richiesta, normalmente, si accompagna quella di risarcimento del danno subìto.

Se la prestazione torna ad essere possibile, il debitore deve adempiere se dispone dei mezzi necessari, purché sussista l’interesse del creditore all’adempimento.

Risoluzione per eccessiva onerosità sopravvenuta

Nei contratti con prestazioni corrispettive, se la prestazione di una delle parti è divenuta eccessivamente onerosa per il verificarsi di avvenimenti straordinari e imprevedibili, la parte che deve eseguire tale prestazione può domandare al giudice la risoluzione del contratto.

L’altra parte, se vuole evitare la risoluzione, può offrire di modificare equamente le condizioni contrattuali. Tale risoluzione vale solo per i contratti a esecuzione continuata o periodica o a esecuzione differita e, in generale, ogni volta che il contratto preveda un’esecuzione differita dell’intera prestazione o di una parte economicamente rilevante di essa.  

L’eccessiva onerosità è un forte squilibrio tra il valore economico delle prestazioni tale da rendere l’adempimento della prestazione ancora dovuta sensibilmente iniqua per uno dei contraenti.

Essa non deve però rientrare nel normale rischio del contratto (si pensi a un contratto di assicurazione). Deve dunque dipendere da avvenimenti straordinari o imprevedibili, il cui verificarsi non sia stato neanche implicitamente contemplato come possibile dalle parti.

Due persone concludono un contratto per la fornitura di prodotti ricavati dalla raffinazione del petrolio ad un dato prezzo. Successivamente, scoppia una guerra che coinvolge i paesi produttori di petrolio. Di conseguenza, aumenta il prezzo del petrolio (della materia prima). L’evento straordinario (guerra), non prevedibile al momento della conclusione del contratto, rende in tal caso eccessivamente oneroso per il fornitore continuare a somministrare dei prodotti per il prezzo originariamente pattuito.

La svalutazione della moneta dopo la conclusione del contratto non è generalmente considerata dalla giurisprudenza come un evento tale da legittimare la richiesta di risoluzione.

La valutazione dell’eccessiva onerosità è rimessa in via esclusiva al giudice di merito, il quale deve confrontare la differenza tra il valore delle prestazioni al momento del loro sorgere e quello in cui devono eseguirsi.

La parte convenuta in giudizio con l’azione di risoluzione può presentare un’offerta con cui propone di modificare le condizioni del contratto per ristabilire l’equilibrio economico tra le prestazioni evitando così la risoluzione.



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