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Come si riduce l’evasione?

1 Dicembre 2020 | Autore:
Come si riduce l’evasione?

Metodi e strategie di contrasto alla prova dei fatti: le cifre e i comportamenti dei cittadini dimostrano che occorre far leva sulla convenienza a pagare le tasse.

È la bestia nera di tutti i Governi, la protagonista immancabile dei dibattiti televisivi, la questione su cui tutti hanno idee, metodi, proposte: l’evasione fiscale. Se ne parla moltissimo ma viene la sensazione che si fa ben poco per combatterla sul serio.

Spesso, chi illustra i metodi per eliminarla e sconfiggerla – o, più realisticamente, almeno ridurla – sembra fare uno sfoggio di capacità, una propaganda politica o un esercizio retorico, piuttosto che qualcosa di concreto e davvero applicabile.

“Abbassare le tasse” è un proclama ripetuto sempre da tutti i politici ma rimane una chimera, un proposito inattuabile fin quando ci sarà una consistente evasione fiscale che erode il gettito necessario allo Stato e agli enti locali. Senza l’evasione fiscale, è evidente, si avrebbero effetti positivi su crescita, occupazione e benessere dei cittadini, che potrebbero fruire di molti servizi migliori: sanità, scuole, strade, migliore redistribuzione delle risorse in favore dei più deboli e svantaggiati.

Da almeno 40 anni, per ogni Governo è un must dichiarare cosa farà per sconfiggere l’evasione, ma raramente queste affermazioni di principio si traducono in programmi di intervento efficaci. Così il fenomeno permane, dilaga e crea ingiustizie, disparità e risentimenti. Molti lo considerano inevitabile. Questo non fa altro che aumentare la rassegnazione e, in alcuni casi, la rabbia dei cittadini onesti, che le tasse le pagano sempre e tutte.

Ma in concreto e nei fatti, come si riduce l’evasione fiscale? Nella realtà italiana, bisogna partire dalla constatazione che c’è chi le tasse è obbligato a pagarle e chi invece può, se vuole, sfuggire ai propri doveri contributivi.

I redditi di lavoro dipendente, come gli stipendi o le pensioni, vengono tassati alla fonte e così sono percepiti al netto, già decurtati delle imposte versate dal datore che preleva una cospicua fetta degli stipendi per conto dello Stato. Chi appartiene a queste categorie e vorrebbe evadere non può farlo, non può fare altrimenti, a meno che non abbia la disponibilità di altri tipi di reddito, come i proventi di case affittate o capitali investiti al di fuori dei canali legali.

Perché le proposte per sconfiggere l’evasione non passano

Sul come sconfiggere l’evasione ci sono molte proposte politiche, che tendono a realizzare riforme di sistema, e alcune proposte tecniche, provenienti dagli addetti ai lavori (dirigenti delle Agenzie fiscali, commercialisti, tributaristi, docenti universitari ed altri esperti) che si concentrano su cosa è possibile fare qui ed ora, con gli strumenti già disponibili.

Le proposte politiche, per quanto valide e apprezzabili si scontrano con due grossi problemi: il primo è che spesso rimangono sul vago, descrivono l’obiettivo da raggiungere ma non il modo di arrivarci. A parole, qualsiasi schieramento è favorevole a combattere l’evasione fiscale, ma sui metodi la maggior parte delle dichiarazioni d’intenti si arenano e ora vedremo il vero perché.

Il secondo problema è che tutte queste e auspicabili innovazioni sono frenate dalle resistenze di chi è contrario a qualsiasi riforma. Molte categorie sono sorde ai cambiamenti o, peggio, frappongono ostacoli che frenano i cambiamenti, perché i loro appartenenti sarebbero costretti a pagare di più.

Le proposte tecniche, invece, sono connotate da maggiore imparzialità e praticità. In genere, non discutono di massimi sistemi e di mondi ideali, ma partono da interventi semplici e fattibili nella realizzazione, con pochi ma drastici correttivi alla situazione esistente.

Essendo più definite e concrete, le proposte provenienti dai tecnici hanno anche il vantaggio di tempi di attuazione più rapidi, dunque volendo sarebbero di facile attuazione; ma proprio qui si scontrano con la politica, restia a dare il via a interventi dall’alto costo in termini di probabile perdita di consensi elettorali.

Le riforme fiscali sono per definizione impopolari in qualsiasi epoca, ma oggi più che mai, con una situazione politica incerta e instabile, il timore di perdere voti frena il percorso delle riforme. Così quasi tutti i progetti vengono spenti da ondate di proteste all’atto stesso del loro annuncio e naufragano nel calderone dei buoni propositi rimasti inattuati.

C’è addirittura chi sostiene che una percentuale di evasione fa bene al sistema economico, che altrimenti non potrebbe reggere la pressione tributaria, e in questo modo sembra legittimare lo status quo esistente. Altri, al contrario, sostengono che se tutti pagassero il dovuto, ciascuno pagherebbe meno e otterrebbe più vantaggi. Quest’ultima posizione è condivisibile perché garantisce la solidarietà e l’equità fiscale. Il problema è come arrivarci. Ma per capire come si può intervenire bisogna partire dai dati del fenomeno: non si conosce davvero ciò che non si può misurare.

Evasione in Italia: a quanto ammonta

Secondo le stime più aggiornate e attendibili, basate sui dati Istat recepiti dal Governo nella Nadef (nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, redatto ogni anno per predisporre la legge di Bilancio) ogni anno in Italia si evadono più di 100 miliardi di euro.

L’imposta più evasa, secondo queste stime, sembra essere l’Iva, che non verrebbe versata per oltre 36 miliardi di euro annui. Seguono l’Irpef, con circa 33 miliardi, l’Ires e l’Irap (circa 8 miliardi di evasione per ciascuna) e l’Imu per 5 miliardi di euro. Poi, c’è la congerie di imposte minori, tasse e balzelli vari accumulati nel corso dei decenni creando la ben nota complessità di adempimenti di cui soffre il nostro sistema tributario.

Senza tutta questa evasione si potrebbe raddoppiare la spesa nazionale, oppure abbassare le tasse per tutti almeno di un quinto (tanto pesa l’evasione rispetto all’ammontare delle imposte versate), mantenendo invariato il gettito complessivo.

Da questi dati emerge però una cosa alla quale spesso non si pensa: non tutti evadono, anzi l’evasione è un fenomeno minoritario, per quanto consistente e preoccupante. La maggior parte delle transazioni, delle operazioni economiche imponibili, si svolgono in chiaro, non in nero: i proventi vengono regolarmente dichiarati e, dunque, tassati. I commercianti rilasciano nella maggior parte dei casi lo scontrino, chi compra beni o servizi il più delle volte riceve fattura, le aziende e i professionisti liquidano il dovuto in base ai ricavi al netto dei costi sostenuti, i lavoratori dipendenti vengono tassati all’origine.

Chi evade di più

Fin qui abbiamo esposto i grandi numeri, dentro i quali si nascondono gli evasori. Ora, per evitare di commettere l’errore del pollo di Trilussa (io e te abbiamo un pollo, io lo mangio tutto intero e la statistica dice che abbiamo mangiato mezzo pollo a testa) bisogna capire che l’evasione fiscale non è un fenomeno generalizzato e diffuso ovunque, ma si annida invece particolarmente in alcune fasce.

È indispensabile capire quali sono queste aree di maggior evasione, perché esse sono il bersaglio su cui intervenire. Come abbiamo visto nell’introduzione, gli evasori non sono certo i lavoratori dipendenti o i pensionati, che vengono tassati alla fonte e ricevono l’importo netto già decurtato delle tasse. Tra costoro rimangono però tutti quelli che lavorano in nero (come primo o secondo lavoro), a costo di essere privi di copertura previdenziale ed assicurativa e delle più importanti tutele che proteggono i lavoratori subordinati.

Secondo le stime del Mef, infatti, vi sarebbero 4,5 miliardi di Irpef annua evasi nell’ambito del lavoro dipendente irregolare. Ma le stesse stime evidenziano un’evasione di oltre 30 miliardi sull’Irpef che dovrebbe essere versata da lavoratori autonomi, imprenditori ed artigiani: è il popolo delle partite Iva, composto da circa 5 milioni di persone dove probabilmente si nasconde la più alta percentuale di evasori, per il semplice fatto che possono nascondere più facilmente alcuni ricavi e compensi.

Ecco allora un primo dato di fatto: l’evasione si annida dove è più facile realizzarla.

La fattura elettronica riduce l’evasione?

Un riscontro indiretto dell’ampiezza del fenomeno arriva dalla fattura elettronica, divenuta obbligatoria dall’inizio del 2019 e, dunque, ora a regime da circa due anni. Pressoché tutti gli esperti concordano sul fatto che l’introduzione della fatturazione elettronica ha ridotto l’evasione: il gettito Iva tra il 2019 ed il 2020 è cresciuto, nonostante la stagnazione, o recessione, economica e la pandemia di Covid-19.

Fino a un recente passato, molti contribuenti emettevano le fatture cartacee ma poi non le registravano e non le dichiaravano, quindi l’imposta non veniva versata. Adesso, questo non è più possibile, perché le fatture vengono acquisite dal sistema informativo dell’Agenzia delle Entrate all’atto del loro inserimento e, dunque, vengono conosciute dal Fisco nel momento stesso della loro emissione. Analoghe considerazioni valgono per lo scontrino elettronico che costringe i commercianti a registrare in tempo reale, o al massimo al termine della giornata, i corrispettivi incassati.

Emerge così una constatazione: in barba a tutti gli adempimenti contabili (fatturazione, registrazione, annotazione, liquidazione, dichiarazione ecc.), fino a poco tempo fa, rimaneva possibile evadere anche emettendo la fattura o lo scontrino e c’erano sacche consistenti di contribuenti che approfittavano delle lacune del sistema cartaceo e degli inevitabili ritardi di accertamento che esso comportava.

È bastato cambiare la modalità di esecuzione dei medesimi adempimenti, facendoli diventare telematici, per ridurre notevolmente l’evasione nei settori interessati dall’intervento.

Il contrasto di interessi

Passiamo ora ad un altro aspetto molto dibattuto. Spesso, si dice: introduciamo un contrasto di interessi tra produttore o fornitore da un lato e cittadino contribuente dall’altro, facendo in modo che ci sia la convenienza a chiedere e a pretendere il documento fiscale.

Per rendere efficace e diffuso questo incentivo, si è pensato di consentire la detrazione di tutte le spese, di qualsiasi prodotto, bene o servizio purché acquistato con fattura o scontrino. Così verrebbero tassati solo i redditi incassati e rimasti dopo tutti gli acquisti (alimentari, abbigliamento, carburante, trasporti, spese per la casa e l’igiene personale, ecc.) cioè, per molte famiglie italiane, zero.

Questo meccanismo – si dice – spezzerebbe la connivenza tra l’acquirente che risparmia comprando in nero e il venditore che non dichiara gli incassi; una volta stabilita la detraibilità generalizzata, il consumatore non avrebbe più convenienza a non chiedere la fattura o lo scontrino.

Ma – a parte il fatto che così si corre il rischio di tassare ingiustamente anche le somme risparmiate – consentire la deduzione integrale del corrispettivo pagato o dell’imposta dovuta (in questo caso dell’Iva) annullerebbe tutto il gettito; mentre se si consentisse una detrazione solo parziale, rimarrebbe la convenienza a mettersi d’accordo con la controparte per evitare la tassazione.

Inoltre, bisogna considerare che il guadagno dell’imprenditore, commerciante o artigiano che occulta i ricavi non deriva solo dall’Iva non versata ma anche e soprattutto dalle imposte sui redditi risparmiate, che spesso raggiungono il 40% ed oltre della somma incassata in nero.

Insomma, la “formula magica” non funzionerebbe, se fosse applicata in via generale; ferma restando la sua efficacia per alcune categorie di spese, come quelle mediche, farmaceutiche e sanitarie, dove da tempo la detraibilità è riconosciuta.

Ma in termini di efficacia nel contrasto all’evasione fiscale questo sistema sembra funzionare meglio per i prodotti che con i servizi: ad esempio, parecchi medici specialisti privati sono restii a rilasciare fattura e i pazienti sono in una posizione di soggezione e di timore reverenziale nei loro confronti che spesso rende difficile chiedere loro il documento fiscale.

Evadere costa e comporta rischi

In realtà, esiste un altro fattore che entra in gioco ma viene spesso dimenticato: evadere comporta un rischio. C’è il serio pericolo di subire controlli, verifiche, accertamenti, e dunque di vedersi applicate pesanti sanzioni pecuniarie, in proporzione all’evasione commessa, e, nei casi più gravi, di essere colpiti da una condanna penale, perché oltre certe soglie l’evasione fiscale è reato.

Questo costo occulto dell’accertamento e delle sue conseguenze dipende, in concreto, dalla probabilità di essere scoperti e dalla pesantezza delle sanzioni. È lo stesso fenomeno che avviene in ambito penale o amministrativo (pensa alle multe stradali per eccesso di velocità o per uso del telefonino alla guida): la dissuasione dal porre in essere certi comportamenti costituenti reato o violazione di altre norme severamente sanzionate con una pena pecuniaria è efficace solo se c’è una concreta possibilità di essere beccati e puniti, altrimenti non funziona, tranne che per quelle fasce di cittadini che per loro natura e educazione civica rispettano comunque la legge a prescindere dalle sanzioni.

Così per combattere meglio l’evasione si potrebbe far leva sul fatto che ci sono soggetti più sensibili al rischio di altri (difatti, la delinquenza comune è il più delle volte appannaggio di chi non ha nulla da perdere in termini economici o di stigma sociale): imprenditori in vista, aziende e commercianti che fanno dell’etica virtuosa il loro biglietto da visita, professionisti per i quali l’entità dei compensi ricevuti è un parametro per misurare le loro qualità professionali ed il loro successo.

Per queste categorie la convenienza ad evadere è sicuramente bassa, perché sentono di più il pericolo e per loro gli inconvenienti dell’evasione superano i vantaggi, specialmente se i controlli fiscali sono efficaci e funzionano: un accertamento con esito positivo gli arrecherebbe una perdita non solamente economica ma anche di immagine aziendale o professionale.

Quindi, la loro avversione al rischio può favorire comportamenti virtuosi dal punto di vista fiscale; si tratta allora di far leva su questo aspetto e così ampliare le categorie imprenditoriali, commerciali e professionali interessate da questa dinamica, pensando non solo ad un meccanismo di punizione ma anche ad incentivi di premialità e sistemi di riconoscimento sociale e morale verso chi paga regolarmente e interamente le tasse.

Il “premio” da riconoscere, però, dovrebbe essere non soltanto morale ma anche tangibile da un punto di vista economico. Esaminiamo distintamente questi due aspetti, perché il primo riguarda l’educazione civica e il secondo la convenienza in termini di portafoglio.

L’educazione fiscale

Se si vuole ottenere il risultato di ridurre l’evasione fiscale stabilmente e nel lungo termine occorre coinvolgere la generalità dei cittadini, tutta la comunità sociale, affinché acquisisca e sostenga questa pressione civica sul rispetto delle regole. Oggi, chi fuma in un luogo pubblico viene guardato con disprezzo, diversamente da quanto accadeva 20 o 30 fa, non tanto per il fatto che sono stati introdotti i divieti, quanto per la consapevolezza che oggi la maggior parte delle persone hanno sui danni alla salute provocati dal fumo.

E questo meccanismo funziona bene in parecchi altri ambiti, come la raccolta differenziata dei rifiuti che viene favorita da una maggiore sensibilità ambientale, oltre che dai benefici economici riconosciuti ai Comuni che la praticano.

Così per estendere questa consapevolezza anche all’ambito fiscale si dovrebbe pensare ad incrementare i valori etici nei cittadini, inoculando la sensibilità verso il tema del pagamento delle giuste tasse a partire dalle scuole; ma per ottenere gli effetti positivi occorrerebbero molti anni.

Il metodo educativo diventa efficace solo nel lungo periodo perché ha bisogno di creare radici stabili, a partire dalle nuove generazioni. Inoltre, equità fiscale e giustizia tributaria sono concetti alquanto vaghi: non hanno immediata presa su molti che tendono a badare più alle proprie tasche anziché ai bisogni dei concittadini e della società. C’è dunque bisogno di un impegnativo e difficile lavoro su questo fronte di persuasione, a cominciare dalle scuole.

Vale dunque la pena di iniziare a educare seriamente i bambini e ragazzi su questo tema, per combattere quella mentalità dannosa secondo cui l’evasore è un furbo e l’evasione stessa è un peccato veniale ed accettabile. Tutti i cittadini dovrebbero essere resi più consapevoli dei danni sociali provocati dall’evasione fiscale e arrivare a capire che essere onesti e pagare le tasse conviene a loro stessi e a tutta la società.

Quando conviene dichiarare anziché evadere

Ma tutto questo ancora non basta perché non riuscirebbe a convincere tutti in modo efficace e persuasivo. Se non si vuole ricorrere alle solite (e spesso inefficaci) sanzioni, occorre puntare anche alla convenienza, che è un concetto economico, non morale: bisogna capire quanto vale, innanzitutto in termini monetari e, dunque, fare in modo che la gente capisca perché – almeno nella maggior parte delle occasioni – pagare le tasse si rivela più conveniente che evaderle.

Se la maggior parte dei cittadini fosse consapevole di ciò, la convenienza ad assolvere i doveri tributari aumenterebbe e l’evasione tenderebbe a diminuire, fino a diventare un fenomeno recessivo, come è avvenuto per molti comportamenti sociali divenuti economicamente costosi ed anche oggetto di biasimo (fumare, gettare rifiuti in strada, inquinare l’ambiente): qui, conviene senz’altro rispettare le regole, perché il vantaggio che si ottiene dal comportamento illecito è minimo, pur se immediato, mentre i rischi e i correlativi costi sono di gran lunga maggiori.

Il caso dei bonus Covid

A volte, i rischi si rivelano in modo inaspettato: durante l’emergenza Covid molti imprenditori, commercianti, professionisti ed artigiani hanno avuto un’amara sorpresa, quando hanno scoperto che i bonus, le indennità ed i ristori ricevuti in compensazione del lockdown e della crisi economica sarebbero stati proporzionali all’entità del dichiarato nel corrispondente periodo dell’anno precedente. Ottiene i ristori solo chi dimostra un calo di fatturato di almeno un terzo.

In sostanza, chi aveva dichiarato poco (talvolta, proprio perché ha evaso di più) ha ricevuto di meno, proprio nel periodo di maggior bisogno. Certo, fino all’inizio del 2020, nessuno poteva aspettarsi l’arrivo di una pandemia mondiale, ma i tempi di vacche grasse non sono mai infiniti e questa severa lezione potrebbe ora stimolare molti evasori a dichiarare di più per non subire le aspre conseguenze delle crisi economiche, che in una società complessa come quella attuale saranno in futuro sempre dietro l’angolo.

Sarebbe una sorta di assicurazione preventiva contro i danni; del resto, chi è andato almeno una volta in vita sua in banca a chiedere un prestito sa bene che la sua “forza economica” si misura, per tutti coloro che non percepiscono una busta paga, in base ai dati oggettivi del fatturato dichiarato e delle risultanze dei bilanci e delle dichiarazioni dei redditi.

Un altro esempio utile è quello dei bonus per le ristrutturazioni edilizie: i clienti per poterne fruire hanno ovviamente bisogno che sia tutto fatturato e pagato con strumenti tracciabili e ciò rende la vita difficile alle imprese che in questo settore prosperavano in nero. In effetti, il Governo con questi strumenti ha voluto non soltanto favorire la ripresa del settore edilizio ma anche, e forse soprattutto, far emergere il sommerso.

I vantaggi di chi paga le tasse

C’è poi un meccanismo antievasione molto comune: lo scontrino necessario per la garanzia in caso di prodotto guasto o difettoso. Nessun consumatore oculato acquisterebbe un elettrodomestico nuovo, un orologio di marca, uno smartphone senza la documentazione che gli consente di far valere i suoi diritti in caso di malfunzionamenti o mancata conformità. Se lo fa, si addossa tutto il rischio che l’oggetto non funzioni e non avrà possibilità di farlo riparare o sostituire senza sostenerne lui stesso il costo.

Nei settori commerciali, dove questa pratica è diffusa, l’evasione è sensibilmente minore. Rimane il fatto che i grandi produttori aggirano l’ostacolo ponendo la propria sede in Paesi, diversi dall’Italia, dove la tassazione è più favorevole ed utilizzano molti altri meccanismi che operano come schermo per ridurre l’ammontare delle tasse da pagare; ma qui si tratta di elusione, e non di evasione.

La tranquillità e la sicurezza dei consumatori andrebbero incentivati il più possibile e la documentazione fiscale può servire per dimostrare molte circostanze sugli acquisti effettuati in qualsiasi ambito. Bisogna introdurre la convenienza certa non soltanto per l’emittente a fatturare e dichiarare, ma anche per il destinatario a ricevere sempre la valida prova della transazione compiuta, anche agendo attraverso i sistemi di tracciabilità delle operazioni compiute con carte di credito o di debito o sugli altri canali bancari.

Una tassazione accettabile ed equa

Bisogna riconoscere che gli attuali livelli impositivi esercitano una pressione fiscale enorme, che per molte categorie è diventata insostenibile. Quando lo Stato arriva a prelevare più di due terzi di quanto ricavato e prodotto dagli operatori economici, la tentazione di evadere diventa fortissima e per qualche esercente o lavoratore diventa addirittura una necessità per sopravvivere.

Qui, il rimedio non sta nell’inasprimento delle sanzioni o nell’aumento dei controlli di polizia (tributaria) perché il problema è a monte e riguarda il peso stesso della tassazione imposta, che deve essere contenuto e mantenuto entro livelli accettabili, mai esorbitanti.

Allora, la via da seguire non sembra quella di inasprire ulteriormente la tassazione per ricavare gettito, a meno di non voler colpire i soliti contribuenti che non possono sfuggire all’imposizione, ma piuttosto quella di creare un sistema fiscale più moderno ed evoluto, in grado di cogliere tutte le possibilità offerte dalla tecnologia e di iniziare a premiare gli onesti oltre che a punire gli evasori.

Non basta cioè sorvegliare e punire, irrobustendo i sistemi di controllo ed i sistemi sanzionatori. Non bisogna mai dimenticare che l’evasione è un fenomeno umano, dovuto ad egoismo e avidità, e questi sono mali ineliminabili, come la mafia e il crimine. Perciò, se eliminarla del tutto è utopico, sarebbe invece un ottimo risultato riuscire a comprimerla, facendola diventare un fenomeno di nicchia, dunque percentualmente piccolo, nascosto, sconveniente da un punto di vista economico e di cui vergognarsi a livello morale.

Un po’ come avviene da secoli per i gravi delitti: le persone comuni non rapinano le banche non tanto perché non desiderino i soldi, quanto perché è difficile farlo e perché ci sono molti gravi pericoli da affrontare, non solo nel momento in cui si commette l’azione ma anche in seguito.

Seguendo queste strade, l’evasione non sarebbe più un comportamento diffuso e di massa, come purtroppo avviene ancora oggi. In questo senso, potrebbero aiutare alcune misure annunciate dal Governo e in arrivo, come la lotteria degli scontrini che prende il via a Natale 2020 e più ancora la riforma delle aliquote Irpef per renderle più uniformi, sostenibili e adeguate alla reale capacità contributiva dei soggetti, come prevede la Costituzione. Questo fondamentale dovere secondo cui tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche viene troppo spesso dimenticato o svilito e invece dovrebbe essere impresso nella mente e nel cuore di tutti i cittadini; possibilmente con la persuasione anziché con la forza.



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1 Commento

  1. tante belle parole, ma i fatti sono che invidio chi può evadere, su un utile di 55.000€ ho pagato 36.000€ di tasse portando a casa dopo 1 anno di lavoro, senza mutua, senza ferie, con il rischio di non incassare, un totale di 19.000€….

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