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Il giudice può compensare le spese quando vuole?

30 Novembre 2020
Il giudice può compensare le spese quando vuole?

La compensazione delle spese di lite per gravi ed eccezionali ragioni: il difetto di motivazione della sentenza. 

Un nostro lettore ha vinto una causa, ma il tribunale, all’esito del giudizio, ha compensato le spese senza fornire una valida motivazione. Ci viene pertanto chiesto se il giudice può compensare le spese quando vuole. Cerchiamo di fare il punto della situazione.

La compensazione delle spese: cos’è?

Al termine del giudizio civile, il giudice condanna la parte soccombente a rimborsare tutte le spese processuali sostenute dalla parte vincitrice. In esse, sono compresi i costi vivi del giudizio (come il contributo unificato, i diritti di cancelleria, i bolli, la registrazione della sentenza, il compenso al consulente tecnico d’ufficio, le notifiche) nonché la parcella dell’avvocato della parte vincitrice (compenso determinato forfettariamente secondo le tariffe minime fissate dal decreto ministeriale del 2014). 

Eccezionalmente, il giudice può optare per la compensazione delle spese legali. In tal caso, non sono dovuti rimborsi e restano a carico di ciascuna parte le spese da questa sostenute dall’inizio alla fine della causa, ivi compreso l’onorario concordato con il proprio avvocato.

Quando è possibile la compensazione delle spese legali?

La legge [1] consente la compensazione delle spese in tre ipotesi:

  • nel caso di soccombenza reciproca: si verifica quando il giudice non accetta tutta la domanda dell’attore o accerta in parte l’esistenza di un diritto del convenuto. In tale ipotesi, non c’è un vero e proprio vincitore;
  • in caso di assoluta novità della questione trattata;
  • in caso di mutamento della giurisprudenza. 

Come ha di recente ricordato la Cassazione [2], la Corte Costituzionale, nel 2018 [3], ha dichiarato incostituzionale il comma 2 dell’articolo 92 nella parte in cui non prevede che il giudice possa disporre la compensazione anche laddove sussistano gravi ed eccezionali ragioni, che devono essere specificamente indicate nella motivazione. 

In buona sostanza, l’intervento della Consulta ha avuto l’effetto di inserire una quarta ipotesi in cui il giudice può compensare le spese processuali: quando sussistono gravi ed eccezionali ragioni.

Il giudice può compensare le spese legali quando vuole?

L’ultima ipotesi di compensazione delle spese legali è sostanzialmente rimessa alla discrezionalità del giudice, in quanto si tratta di una causa non puntualmente descritta dalla legge. La valutazione viene fatta caso per caso sulla base di ciò che al giudice appare essere una ragione grave ed eccezionale. 

Per evitare che questa ipotesi si trasformi in un arbitrio, la Corte Costituzionale ha anche detto che spetta al giudice motivare la compensazione della spesa, indicando quali sono queste ragioni gravi ed eccezionali. Una motivazione che non può essere sintetica né predefinita. In caso contrario, la sentenza sarebbe carente di motivazione e potrebbe essere appellata oppure essere oggetto di ricorso per Cassazione. 

Ne consegue che le ipotesi espressamente indicate dal legislatore devono ritenersi paradigmatiche svolgendo «in sostanza una funzione parametrica ed esplicativa della clausola generale».

Insomma, per rispondere alla domanda del lettore, il giudice può compensare le spese legali quando vuole ma solo a patto che dia un’adeguata motivazione di tale scelta, affinché essa sia soggetta a giudizio ed eventualmente a censura in secondo grado o in Cassazione.  


note

[1] Art. 92 cod. proc. civ. nella versione introdotta dall’art. 13, comma 1, d.l. n. 132/2014 conv. in l. n. 162/2014.

[2] Cass. ord. n. 21746/19.

[3] C. Cost. sent. n. 77/2018.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 3, ordinanza 28 marzo – 27 agosto 2019, n. 21746

Presidente Scoditti – Relatore Cirillo

Rilevato che:

1. Nell’aprile del 2013, Losavio Angelo conveniva in giudizio la Allianz Assicurazioni s.p.a., in qualità di Impresa designata a gestire il Fondo di Garanzia vittime della strada, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti in ragione di un sinistro stradale che lo aveva coinvolto, e causato a suo dire da un veicolo non identificato. Parte convenuta si costituiva contestando la fondatezza della domanda.

Con sentenza 449/2015, il Giudice di Pace di Taranto rigettava la domanda attorea.

2. Il Losavio, soccombente, proponeva appello avverso la sentenza di prime cure, lamentando l’arbitraria interpretazione delle risultanze probatorie. Con sentenza 18967/2017, pubblicata il 30/06/2017, il Tribunale di Taranto dichiarava l’infondatezza del gravame, ritenendo non provata la pretesa risarcitoria, stante l’inattendibilità dell’unica prova testimoniale acquisita, nonché l’irrilevanza delle dichiarazioni a sé favorevoli rese dalla parte.

3. L.A. propone ricorso per cassazione, sulla base di un motivo. Allianz s.p.a. resiste con controricorso.

4. È stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., e regolarmente notificata ai difensori delle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza, la proposta di inammissibilità del ricorso. Entrambe le parti hanno depositato memoria.

Considerato che:

5. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio, con le seguenti precisazioni di condividere la proposta del relatore.

6. Con l’unico motivo formulato, il ricorrente si duole dell’omessa e/o insufficiente motivazione con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5; in particolare, lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo, che viene indicato quale “avveduto comportamento del ricorrente che, per evitare la collisione con l’autovettura che procedeva contromano, perdeva il controllo del mezzo cadendo a terra”.

Il motivo è inammissibile.

L’inammissibilità del motivo di impugnazione, anche a prescindere dalla evocazione del vecchio paradigma dell’art. 360 c.p.c., n. 5, discende comunque dalla stessa struttura della sua illustrazione.

In essa, infatti, si procede prima all’evocazione di risultanze probatorie e solo dopo, e nel presupposto che la loro valutazione debba portare ad un certo risultato, si addebita al tribunale di avere omesso l’esame del preteso “fatto”.

Siffatta articolazione illustrativa evidenzia che il motivo, pur apprezzato alla stregua del nuovo art. 360 c.p.c., n. 5, non risulta conforme ai criteri di cui a Cass., Sez. Un. nn. 8053 e 8054 del 2014 riguardo alla deduzione del vizio ai sensi del n. 5 del 360, in quanto si risolve nella postulazione di un’erronea valutazione delle emergenze probatorie.

Infatti per effetto della riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, disposta dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, conv., con modif., dalla L. n. 134 del 2012, il sindacato di legittimità sulla motivazione è circoscritto alla violazione del minimo costituzionale dell’art. 111 Cost., comma 6, precipuamente individuata nelle ipotesi di motivazione graficamente assente, illogica, incomprensibile, contraddittoria.

L’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). Ne consegue che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sé, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorché la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie.

Pertanto la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Cosicché è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sé, purché il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione.

Ciò detto non si rinvengono nella sentenza tribunalizia errori logico-giuridici idonei ad inficiarne la validità.

Essa ha proceduto solo ad evidenziare le ragioni della inattendibilità di un teste e dunque ad esprimere un apprezzamento di una risultanza probatoria, il cui sindacato fuoriesce dal controllo consentito dal nuovo n. 5 art. cit..

Tanto si osserva non senza doversi rilevare che il preteso “fatto” di cui si assume omessa la considerazione (come s’è detto all’esito di una rivalutazione del materiale probatorio) è tutto fuori che un fatto, esprimendo il passo sopra riportato del ricorso piuttosto una valutazione anziché l’indicazione di un fatto storico, siccome, se non altro, evidenzia il riferimento alla “avvedutezza”.

Nella illustrazione del motivo viene evocata altresì la violazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., ma essa è fatta del tutto al di fuori dei criteri indicati da Cass. n. 11892 del 2016 per la prima norma e Cass., Sez. Un., n. 16598 del 2016 per entrambe.

7. Pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile. Le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 1.500,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dell’art. 13 cit., comma 1-bis.

 


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1 Commento

  1. Articolo dettagliato ma purtroppo non sempre aderente alla realtà. Un Condominio e anche alcuni Condomini hanno vinto una causa civile contro il costruttore. Durata 10 anni, cambiati 3 Giudici, respinte tutte le eccezioni e richieste del Costruttore presentate in varie fasi negli anni al solo scopo di rinviare la decisione finale. Condannato il costruttore a pagare importi stranamente ridotti rispetto anche alla perizia del CTU nominato dal Tribunale. Chicca finale, il Condominio condannato a pagare parte delle spese giudiziarie ma anche quelle del legale della parte soccombente. Presentare ricorso ?? Sicuramente quel Condominio non ricorrerà mai più a nessun Tribunale..

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