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Impugnare licenziamento per sopravvenuta inidoneità alla mansione

1 Dicembre 2020
Impugnare licenziamento per sopravvenuta inidoneità alla mansione

Obbligo del datore di lavoro di verificare la possibilità di adibire il dipendente a mansioni uguali, equivalenti o, se impossibile, minori.

Un nostro lettore è stato licenziato perché, a seguito di una grave infermità, è stato dichiarato non più idoneo alle mansioni che prima svolgeva. L’azienda lo ha così messo forzatamente a riposo. Il lavoratore però si duole della scelta operata dal datore di lavoro che ben avrebbe potuto collocarlo ad altre mansioni, da lui ritenute compatibili con il suo stato di salute. Si chiede pertanto se è possibile l’impugnazione del licenziamento per sopravvenuta inidoneità alla mansione.

Cerchiamo di fare il punto della situazione.

Licenziamento per inidoneità alla mansione 

In generale, il licenziamento per giustificato motivo oggettivo, quello cioè determinato da una scelta aziendale e non riconducibile a una colpa del lavoratore, è possibile solo a patto che prima sia verificato il cosiddetto repêchage.

Il “repêchage” è la possibilità di collocare il dipendente ad altre mansioni dello stesso livello contrattuale, sempre che vi sia tale posizione all’interno dell’azienda e non sia occupata da altri dipendenti. Dunque, l’espressione “obbligo di repêchage” indica il dovere del datore di lavoro di tentare una ricollocazione del lavoratore, all’interno dell’azienda, per evitarne il licenziamento per giustificato motivo oggettivo.

Lo stesso principio si applica anche al licenziamento per inabilità che, appunto, rientra nella categoria del licenziamento per giustificato motivo oggettivo. Pertanto, come chiarito già dalla Cassazione [1], in caso di sopravvenuta infermità permanente del lavoratore, l’impossibilità della prestazione lavorativa quale giustificato motivo oggettivo di recesso non è ravvisabile solo in presenza della ineseguibilità dell’attività attualmente svolta dal lavoratore se è invece possibile adibire il dipendente ad una diversa attività, che sia riconducibile alle mansioni svolte o a quelle equivalenti o, se ciò sia impossibile, a mansioni inferiori.

In parole più povere, prima di poter licenziare il lavoratore divenuto inabile, l’azienda deve prima verificare se può ricollocarlo in altre mansioni identiche o comunque equivalenti a quelle precedenti o, in caso di impossibilità, a mansioni di livello contrattuale inferiore (cosiddetto “demansionamento”). 

Il datore di lavoro, però, nell’attuazione di tale dovere, non è tenuto a stravolgere l’assetto organizzativo dell’azienda, a creare una figura di cui non abbia bisogno o a spostare altri dipendenti già adibiti a tali mansioni. 

Licenziamento per sopravvenuta inidoneità fisica alla mansione: ultime sentenze

È principio consolidato in giurisprudenza quello secondo cui, in caso di sopravvenuta infermità permanente del lavoratore, l’impossibilità della prestazione lavorativa, quale giustificato motivo oggettivo di recesso, non è ravvisabile per effetto della sola ineseguibilità dell’attività attualmente svolta dal lavoratore, perché può essere esclusa dalla possibilità di adibire il dipendente ad una diversa attività, che sia riconducibile alle mansioni svolte o a quelle equivalenti, ex art. 2103 c.c. o, se ciò sia impossibile, a mansioni inferiori purché tale diversa attività sia utilizzabile nell’impresa, secondo l’assetto organizzativo insindacabilmente stabilito dall’imprenditore [2]. E l’esistenza di tale posizione costituisce onere di allegazione e prova del datore di lavoro [3].

Conseguentemente, prosegue la sentenza di legittimità, senza che ciò comporti adattamenti organizzativi eccessivi nei luoghi di lavoro – da valutarsi in relazione alle peculiarità dell’azienda ed alle relative risorse finanziarie – ai fini della legittimità del licenziamento di un lavoratore per inidoneità fisica sopravvenuta derivante da una condizione di handicap, occorre una rigorosa verifica della sua diversa utilizzabilità all’interno dell’impresa [4].

Ne consegue, quindi, che può ritenersi legittimo il recesso del datore di lavoro solo quando sia provata l’impossibilità di adibire il lavoratore, la cui prestazione sia divenuta parzialmente impossibile, a mansioni equivalenti e compatibili con le sue residue capacità lavorative, senza che ciò comporti una modifica dell’assetto aziendale. Il datore di lavoro potrà, pertanto, rifiutare legittimamente l’assegnazione del lavoratore, divenuto fisicamente inidoneo all’attuale mansione, ad attività diverse e riconducibili alla stessa mansione, o ad altra mansione equivalente, o anche a mansioni inferiori, solo se fornisca la prova delle ragioni impedenti tali alternative.

Ed ancora ha detto la Cassazione [5] che «In tema di licenziamento per inidoneità fisica sopravvenuta del lavoratore, derivante da una condizione di handicap, sussiste l’obbligo della previa verifica, a carico del datore di lavoro, della possibilità di adattamenti organizzativi nei luoghi di lavoro, purché comportanti un onere finanziario proporzionato alle dimensioni e alle caratteristiche dell’impresa e nel rispetto delle condizioni di lavoro dei colleghi dell’invalido».

In tema di licenziamento per inidoneità fisica sopravvenuta del lavoratore, derivante da una condizione di handicap, il punto di equilibrio tra il diritto del disabile di non essere discriminato, quello dell’imprenditore di organizzare l’azienda secondo le proprie insindacabili scelte e quello degli altri lavoratori comporta l’impossibilità di modificare l’organizzazione aziendale per mano del giudice. Non può cioè il tribunale decidere ciò che sia meglio per l’azienda e come il lavoratore debba essere impiegato. 


note

[1] Cass. sent. n. 19025/2019.

[2] Cass. 18 aprile 2011, n. 8832.

[3] Cass. 3 agosto 2018, n. 20497.

[4] Cass. 26 ottobre 2018, n. 27243.

[5] Cass. sent. n. 34132/2019.

Autore immagine: depositphotos.com


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