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Se non accetti lo stipendio più basso ti licenzio: estorsione a carico del datore di lavoro

23 Gennaio 2014
Se non accetti lo stipendio più basso ti licenzio: estorsione a carico del datore di lavoro

A prescindere da una eventuale legittimità del licenziamento, il datore di lavoro che costringe il proprio dipendente ad accettare una retribuzione inferiore a quella dovuta con la minaccia di un licenziamento, commette il reato di estorsione.

Se il tuo datore di lavoro ti ha sventolato la possibilità di licenziamento qualora tu non voglia accettare una paga più bassa, e nel far ciò si è vagamente richiamato alla crisi economica, ma era chiaro l’intento ricattatorio, allora contro di lui hai non solo l’arma del giudizio civile (per chiedere l’annullamento del licenziamento o il risarcimento del danno), ma anche l’azione penale. Infatti integra il reato di estorsione la condotta del datore di lavoro che minacci i suoi dipendenti di licenziamento per costringerli ad accettare il pagamento di uno stipendio inferiore rispetto a quello dovuto o non adeguato alle prestazioni svolte o, più in generale, imponga loro condizioni di lavoro contrarie alla legge o al CCNL. Per agire penalmente non dovrai neanche attendere di essere licenziato, visto che il delitto in questione si compie già con la semplice e sola minaccia.

Lo ha detto, di recente, la Cassazione [1]: un orientamento, questo, che era già stato battuto in precedenza dalla stessa Corte (leggi l’articolo: “È estorsione pagare poco i dipendenti sotto minaccia di licenziamento”).

Le modalità concrete con cui si può attuare tale estorsione possono essere le più varie e apparire, in prima battuta, anche animate da intenti filantropici. Come per esempio la richiesta fatta ai lavoratori di sottoscrivere una transazione al fine di rinunciare a tutte le pretese retributive, pena il licenziamento. O lamentare un dissesto economico dell’azienda che, invece, non vi è affatto.

Prima di imbracciare le armi contro il proprio datore di lavoro, però, è sempre bene accertarsi di ciò che si andrà a dichiarare davanti alle autorità.

In effetti, la legge consente al datore di licenziare i dipendenti nel caso di crisi dell’azienda (cosiddetto “licenziamento per giustificato motivo oggettivo”). Ma ciò, oltre al fatto che esige sempre una prova da parte del datore, richiede anche che il lavoratore non possa essere adibito ad altre mansioni (cosiddetto “repechage”).


note

[1] Cass. sent. n. 50074/13 del 12.12.2013.

Autore immagine: 123rf.com


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