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Mantenimento all’ex e ai figli: 5 cose da sapere

3 Dicembre 2020
Mantenimento all’ex e ai figli: 5 cose da sapere

I figli non possono rivendicare il mantenimento se, una volta finiti gli studi, non cercano un lavoro, al di là delle ambizioni. Niente rendite vitalizie per l’ex coniuge. 

Negli ultimi tre anni, la giurisprudenza ha fatto quello che doveva fare il legislatore: riformare il diritto di famiglia e, in particolare, la materia dell’assegno di mantenimento all’ex e ai figli. 

Complice la crisi economica, si è voluto responsabilizzare sia i giovani che l’ex coniuge: entrambi non vantano più un diritto assoluto agli alimenti. Oggi, è possibile chiedere il sostegno mensile solo se viene dimostrata la “meritevolezza”, ossia una situazione di «incolpevole» incapacità economica. L’assenza di lavoro insomma deve essere riconducibile ad elementi esterni come, ad esempio, una condizione di salute o di inabilità. E la prova di tanto spetta proprio a chi richiede la misura assistenziale. 

Cerchiamo di fare il punto della situazione e di individuare gli aspetti più importanti da sapere in tema di mantenimento all’ex e ai figli. 

Assegno di divorzio all’ex coniuge: quando?

Se l’assegno di mantenimento (quello dovuto cioè dopo la separazione) non è cambiato nella sua struttura e finalità, la grossa rivoluzione riguarda l’assegno divorzile (quello dovuto cioè dopo il divorzio). Qui, la Cassazione, con la famosa sentenza Grilli [1] ha stabilito che il contributo versato dall’ex coniuge non deve più garantire lo stesso tenore di vita che si aveva durante il matrimonio ma solo l’autosufficienza economica. Il che significa una somma notevolmente inferiore che non è più rivolta a rendere sostanzialmente paritario il potere di acquisto tra marito e moglie. Si aprono così le porte a situazioni in cui, a fronte di un marito benestante, l’ex moglie può rivendicare un assegno sufficiente a campare. 

In più, si è detto che l’assegno divorzile spetta solo se il richiedente ne è meritevole. In buona sostanza, la sua condizione di disoccupazione deve dipendere da una di queste tre situazioni: 

  • età avanzata (almeno 45-50 anni);
  • condizioni di salute;
  • crisi occupazionale (da dimostrare con la prova di aver cercato invano un posto, partecipando a bandi e concorsi, iscrivendosi ai centri per l’impiego, inviando il c.v. con richieste di assunzioni, ecc.).

Nel 2018, le Sezioni Unite della Cassazione [2] hanno apportato un aggiustamento per evitare discriminazioni: qualora la moglie sia senza lavoro per essersi occupata – d’accordo con il marito – della famiglia e dei figli, sicché ormai ha perso ogni legame con il mondo del lavoro – ha diritto a un mantenimento che tenga conto della ricchezza nel frattempo raggiunta dall’ex coniuge. Solo in questo caso, l’assegno viene rapportato alla ricchezza di quest’ultimo e non all’autosufficienza economica.

I giudici hanno chiarito che la raggiunta autosufficienza economica da parte della moglie non basta ad escludere l’assegno, ma, in nome della funzione compensativo-perequativa dell’assegno, va dato un peso al contributo dato al ménage familiare durante il matrimonio. 

Assegno di mantenimento ai figli: quando?

Se un tempo il diritto al mantenimento del figlio che non trovava lavoro in linea con le sue aspirazioni era sempre assicurato, oggi le cose cambiano con lo scoccare dei 18 anni [3]. Se non studia, deve trovarsi un lavoro, qualunque esso sia. In altri termini, finiti gli studi – siano quelli liceali, la laurea triennale o la specialistica – un figlio ha il dovere di trovare un’occupazione e rendersi autonomo. Non può cioè coltivare velleità incompatibili con il mutato mercato del lavoro. Perché l’assegno di mantenimento ha una funzione educativa e non è un’assicurazione. Il figlio deve attivarsi per rendersi autonomo, in attesa di un impiego più aderente alle sue aspirazioni. Senza pretendere «che a qualsiasi lavoro si adatti soltanto, in vece sua, il genitore». E questo a prescindere dalla famiglia facoltosa.

Mantenimento figlio: a quanto ammonta?

Il mantenimento del figlio deve tenere conto delle necessità di quest’ultimo ma soprattutto delle condizioni economiche dei genitori [4]. Pertanto, se i genitori sono facoltosi, il figlio, anche maggiorenne, che non ha raggiunto la piena indipendenza economica, ha diritto a mantenere un tenore di vita possibilmente analogo a quello goduto in precedenza. 

Una volta divenuto autosufficiente, il figlio deve subito comunicarlo al genitore per la sospensione del mantenimento. Diversamente, dovrà restituire tutto quanto illegittimamente percepito [5].

Una volta rotto il cordone ombelicale e cessato l’obbligo di mantenimento, questo non rivive più, neanche se il figlio, dopo poco tempo, torna di nuovo senza lavoro e indigente. 

Compensazione del mantenimento con altri crediti

L’assegno di mantenimento va versato sempre, anche se chi paga è creditore di altre somme. Secondo la Cassazione [6], il soggetto obbligato a fornire i mezzi di sussistenza non può pretendere di compensare l’assegno con altri crediti, pena il reato.

Nuova convivenza e perdita dell’assegno di mantenimento

Una volta che l’ex coniuge inizia una stabile relazione con un’altra persona perde per sempre il diritto al mantenimento. Se però in passato la Cassazione richiedeva una stabile convivenza, oggi la Corte ha cambiato idea: con l’ordinanza battezzata la «salvamariti» [7] la Suprema Corte ha affermato che si può considerare famiglia di fatto un’unione consolidata con periodi di coabitazione, anche se non c’è una convivenza continuata. Un verdetto al passo con i tempi in cui il lavoro o le esigenze familiari possono portare le coppie, anche stabili, a vivere spesso lontano. 


note

[1] Cass. sent. n. 11504/2017.

[2] Cass. S.U. sent. n. 18287/2018.

[3] Cass. sent. n. 17183/2020.

[4] Cass. sent. n. 19077/2020.

[5] Cass. sent. n. 3659/2020.

[6] Cass. sent. n. 9553/2020.

[7] Cass. ord. n. 22604/2020.


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