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Matrimonio con incapace

3 Dicembre 2020
Matrimonio con incapace

Come impugnare il matrimonio per incapacità di intendere e volere al momento della celebrazione delle nozze. 

Che succede se una persona si sposa in condizioni di incapacità, pur senza essere stata dichiarata formalmente interdetta o inabilitata? Il matrimonio è provvisoriamente valido, ma può essere contestato in qualsiasi momento successivo, anche dagli eredi.

A spiegare come funziona il matrimonio con incapace è stata una recente sentenza della Cassazione [1]. La Corte si è occupata del caso di un matrimonio contratto da una persona in condizioni di infermità mentale quando già il giudizio sulla sua interdizione era stato avviato ma non si era ancora concluso. La Corte ha stabilito il principio secondo cui l’accertamento dell’incapacità naturale di un soggetto, benché intervenuto dopo la conclusione delle nozze, ha effetto anche per il passato se tale infermità era all’epoca già presente. 

Ma procediamo con ordine e vediamo cosa stabilisce la legge in caso di matrimonio con incapace.

Incapacità naturale e matrimonio 

Si parla di incapacità naturale quando un soggetto non è in grado, per qualsiasi ragione, di comprendere il significato delle proprie azioni e, quindi, non è capace di intendere e di volere. 

L’incapacità naturale può consistere in una condizione momentanea (si pensi a un soggetto ubriaco o sotto gli effetti di stupefacenti) oppure stabile (si pensi a un infermo di mente).

Le nozze richiedono la piena coscienza e volontà dell’atto. Pertanto, una persona in condizioni di incapacità naturale non può contrarre matrimonio e, in caso contrario, il consenso è nullo. Il matrimonio è quindi impugnabile.

Per parlare di incapacità naturale di uno dei coniugi non è necessario che la malattia sia tale da escludere in modo totale e assoluto le sue facoltà mentali, ma è sufficiente un turbamento psichico o un disturbo fisico tale da menomare gravemente, pur senza farle venire meno, le capacità intellettive e volitive, e quindi da impedire o ostacolare una seria valutazione dei propri atti e la formazione di una cosciente volontà [2].

Oltre alle citate ipotesi di incapacità (ubriachezza, intossicazione da stupefacenti, ipnosi, ecc.) si possono citare anche altri casi: trauma cranico, epilessia, demenza senile, ecc.

Quando contestare il matrimonio per incapacità

Può contestare (e quindi impugnare in tribunale) il matrimonio per incapacità il coniuge che si trovava in tale condizione, non invece l’altro che ben avrebbe potuto riconoscere la condizione di invalidità del matrimonio. 

Legittimato all’impugnazione è anche l’amministratore di sostegno.

Anche gli eredi dell’incapace deceduto possono impugnare il matrimonio ma solo a condizione che il relativo giudizio rivolto ad ottenere l’annullamento del matrimonio fosse già pendente al momento della morte del coniuge; solo quest’ultimo, infatti, è titolare esclusivo del potere di decidere se impugnare il proprio matrimonio. 

Chiaramente, l’azione degli eredi per impugnare il matrimonio per incapacità naturale mira ad estromettere l’altro coniuge – erede legittimario – dalla divisione del patrimonio del defunto.

L’azione rivolta all’annullamento delle nozze deve essere esperita entro 10 anni dal matrimonio, termine oltre il quale si verifica la prescrizione. 

Inoltre, l’azione non può essere proposta se vi è stata coabitazione per 1 anno dopo che il coniuge incapace ha recuperato la pienezza delle facoltà mentali.

Quando è proposta una domanda di nullità o di annullamento del matrimonio, il tribunale, su istanza di uno dei coniugi, può ordinare con una sentenza la loro separazione temporanea durante il giudizio.

Come dimostrare l’incapacità al momento del matrimonio?

Il punto centrale dell’azione di annullamento del matrimonio per incapacità è la prova di tale stato di infermità fisica o mentale. Per dimostrare l’incapacità naturale al momento delle nozze si può ricorrere a presunzioni (ossia indizi) basate su precedenti e successive manifestazioni patologiche dello stato psichico dell’interessato [3]. 

È altresì possibile chiedere una consulenza tecnica d’ufficio (la cosiddetta Ctu), mentre non sempre i certificati medici e le perizie stragiudiziali delle parti vengono ritenute sufficienti.


note

[1] Cass. sent. n. 27564/2020.

[2] Cass. 10 ottobre 2014 n. 21493.

[3] Cass. 16 marzo 1990 n. 2212.

Corte di Cassazione, sez. VI Civile – 1, ordinanza 8 settembre – 2 dicembre 2020, n. 27564

Presidente/Relatore Acierno

Ragioni della decisione

La Corte d’Appello di Catania, ha confermato la nullità del matrimonio civile contratto da B.V. e P.M. , affermata dal giudice di primo grado, adito dagli eredi Ba.Gi. e B.G. . Il predetto matrimonio era stato contratto il 23/10/2009 e B.V. era morto lite pendente il 24/12/2014. La nullità era stata dichiarata per l’accertata incapacità naturale di B.V. al momento delle nozze, peraltro interdetto con sentenza n. 5578 del 2009, confermata in appello ed in Cassazione ai sensi dell’art. 119 c.c.

A sostegno della decisione la Corte d’Appello ha evidenziato che la sentenza d’interdizione è stata emessa il 2/12/2009 e il matrimonio è intervenuto il 23/10/2009. Con sentenza del Tribunale penale P.M. è stata condannata per circonvenzione d’incapace sia per la celebrazione del matrimonio che per prelievi in contanti per oltre 150.000 Euro dal conto corrente del B. mentre in relazione alla cessione di tre immobili il reato è stato dichiarato prescritto. In appello è stata confermata la prescrizione in relazione alla compravendita dei tre immobili e in relazione al matrimonio ed ai prelievi di denaro la P. è stata dichiarata non punibile ex art. 649 c.p..

In punto di diritto è stata ritenuta del tutto infondata l’eccezione d’improponiblità dell’azione per non essere intervenuto il giudicato sull’interdizione (formatosi nel 2013) dal momento che l’art. 119 c.c. esclude tale condizione quando pur se l’interdizione è stata pronunciata dopo il matrimonio l’infermità esisteva al tempo del matrimonio. Nella specie i riscontri probanti al riguardo sono univoci, sia sul piano degli accertamenti peritali (in particolare la CTU espletata nel giudizio d’interdizione, prima delle nozze, che evidenziava lo stato di grave infermità mentale dell’interdicendo) sia sul piano dell’accertamento giurisdizionale civile e penale. L’assoluzione dai reati contestati è stata determinata dall’applicazione dell’art. 649 c.p., risultando accertata la sussistenza delgi elementi soggettivi ed oggettivi di essi.

Di conseguenza, manifestamente infondato il motivo di appello relativo alla condanna alle spese processuali attesa la palese soccombenza della P. e la sua malafede e colpa grave che ha indotto correttamente il giudice di primo grado ad applicare l’art. 96 c.p.c..

Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione P.M. . Hanno depositato controricorso Ba.Gi. e B.G. . Tutte le parti hanno depositato memorie difensive.

Nel primo motivo si deduce la violazione dell’art. 119 c.c. per non essersi formato il giudicato sull’interdizione prima della proposizione dell’azione di nullità del matrimonio. Il motivo è manifestamente infondato attesa la chiara ed univoca formulazione testuale della norma che stabilisce l’ininfluenza del giudicato preventivo se, come nella specie, venga accertata – con giudizio insindacabile perché attinente al merito della decisione – che la condizione d’infermità mentale che ha determinato l’interdizione già esisteva al momento del matrimonio. La Corte d’Appello al riguardo ha svolto un’indagine approfondita elencando la sequenza degli accertamenti e la sostanziale corrispondenza temporale tra la sentenza d’interdizione ed il matrimonio e la preventiva valutazione diagnostica del CTU rispetto alla data del matrimonio.

Gli atri due motivi relativi alla mancata compensazione delle spese processuali ed alla condanna per responsabilità aggravata sono inammissibili perché, a fronte, da un lato, di una conclamata soccombenza e di una valutazione accurata sul perdurante uso abusivo del processo da parte della ricorrente, si insiste sulle medesime valutazioni, volte ad ottenere un giudizio valutativo diverso, svolte nel giudizio di merito.

Il ricorso in conclusione deve essere rigettato con applicazione del principio della soccombenza.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso. Condanna la ricorrente a pagare le spese processuali da liquidare in Euro 4000 per compensi ed Euro 100 per esborsi oltre accessori di legge per ciascuno dei controricorrenti.

Sussistono i requisiti processuali per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater


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