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Badanti e professionalità

3 Dicembre 2020 | Autore:
Badanti e professionalità

La patente di qualità per badanti, colf e baby-sitter.

Da Il Sole 24Ore del 20.01.2020 si apprende che il comparto domestico in Italia ha a che fare con la vita di circa 2,5 milioni di famiglie, impiega complessivamente 2 milioni di addetti dei quali il 70% stranieri e vale oltre 19 miliardi di euro l’anno, pari al 1,25% del PIL nazionale. Di questi 2 milioni di addetti, 800 mila sono regolari e ben 1,2 milioni irregolari con mancato gettito per le casse dello Stato di 3,1 miliardi.

Il rapporto di lavoro è regolato dal Contratto collettivo nazionale di lavoro colf e badanti che si occupa dei diritti ma non dei doveri e dei requisiti di professionalità.

Con il termine badante ci si riferisce nel linguaggio comune generalmente a un’assistente familiare per anziani non più autosufficienti.

Gli assistiti in particolare necessitano di compagnia, sorveglianza e di essere aiutati nell’igiene della propria persona, nelle loro normali attività quotidiane così come nelle faccende domestiche, tra cui il vitto. Queste esigenze devono essere risolte da professionisti fidati e competenti con un minimo di esperienza nell’assistenza.

Vediamo quindi insieme le caratteristiche essenziali che deve avere una badante per aiutare l’anziano. Sarà di aiuto anche a chi se ne prende cura per individuare l’assistente di cui hanno bisogno ma anche di cui ci si possa fidare.

La scelta di una badante è spesso una ricerca molto difficile perché gli si affida una persona cara. Ha bisogno di aiuto nello svolgere le normali attività quotidiane perché non più autosufficiente. Necessita così anche di provvedere alla gestione dei lavori domestici e del vitto.

Allo stesso tempo, l’anziano o chi se ne prende cura è di fronte alla difficile scelta di accogliere nella propria vita uno sconosciuto; aggiungendo tutte le implicazioni che questo comporta sia a livello di convivenza che di fiducia. La scelta in tal senso diventa ancora più complessa se l’anziano bisognoso vive da solo e il controllo dei familiari risulta importante ma non essenziale per salvaguardare l’assistito.

Per fortuna nostra, se ne sta occupando l’Europa con il progetto PRODOME, cofinanziato dal programma Erasmus dell’Unione Europea. L’obiettivo principale del progetto è di contribuire alla professionalizzazione dei lavoratori domestici, mettendo a punto un curriculum europeo comune per il profilo di collaboratore familiare.

Il progetto, sostanzialmente si riferisce a tre Paesi dell’Unione Europea che sono l’Italia, la Francia e la Spagna perché il lavoro domestico è meno diffuso in Germania che nei Paesi mediterranei, dove rappresenta solo lo 0,5% dell’occupazione totale.

Nei Paesi nordici, è molto raro che le famiglie assumano personale domestico. La domanda di lavoratori domestici è rimasta bassa in questi Paesi e i dati disponibili non mostrano cambiamenti significativi negli ultimi anni. Questo è in parte dovuto alla disponibilità di servizi pubblici, di assistenza all’infanzia e agli anziani, compiti spesso svolti da lavoratori domestici in altri Paesi.

A causa dei bassi tassi di fertilità, si prevede che la popolazione europea diminuirà significativamente nei prossimi decenni, con una struttura che invecchierà sempre più con particolare riferimento alla popolazione in età lavorativa.

Entro il 2030, l’Europa registrerà uno dei tassi di dipendenza dagli anziani più elevati. Questa situazione mette in difficoltà i sistemi previdenziali europei.

In Francia, Italia e Spagna, il quadro legale è simile:

  • i lavoratori domestici sono coperti in parte dalla legislazione generale sul lavoro e in parte da regolamenti subordinati o da leggi sul lavoro specifiche;
  • la limitazione delle normali ore di lavoro settimanali è la stessa che si ha per gli altri lavoratori;
  • il diritto al riposo settimanale è lo stesso, o più favorevole, rispetto a quello per gli altri lavoratori;
  • il congedo ordinario è lo stesso degli altri dipendenti;
  • il salario minimo legale per i lavoratori domestici è pari a quello di altri lavoratori;
  • il diritto al congedo di maternità è lo stesso degli altri lavoratori.

I lavoratori domestici, nella maggior parte dei casi, non sono coperti per quanto riguarda le indennità di disoccupazione; un’eccezione è costituita però dal Contratto collettivo italiano, che invece riconosce il diritto al lavoratore licenziato di ricevere le indennità di disoccupazione.

In tutti tre i Paesi indicati è però necessario progredire nella professionalizzazione del lavoro domestico e nel riconoscere le competenze dei lavoratori: in questo modo si contribuirebbe a rendere la professione più dignitosa e più appetibile, con lavoratori che, in questo modo, potrebbero acquisire anche un maggiore riconoscimento sociale.

Solo così il lavoro domestico diventerebbe una vera e propria professione e non un lavoro temporaneo, come spesso viene considerato, a cui dedicarsi solo fin tanto che non si trova qualcosa di meglio.

Il progressivo invecchiamento della popolazione obbliga un numero sempre maggiore di famiglie a dover gestire la quotidianità di parenti anziani o ammalati. Basta poco purtroppo: una brutta caduta, una malattia, un ricovero e nel giro di pochi giorni i parenti della persona fragile – spesso anziana – si trovano travolti da un vortice di scelte, ricerche di un aiuto in casa, adempimenti e burocrazia. Con in più l’apprensione di trovare una persona adatta e fidata: una badante.

Le regole, dal 12 dicembre 2019, sono disciplinate dalla norma 11766 dell’Uni (ente italiano di normazione che elabora e pubblica documenti normativi volontari in tutti i settori commerciali, industriali e del terziario). Essi si riferiscono ai requisiti relativi all’attività professionale dell’assistente familiare: collaboratore familiare (colf), baby-sitter, badante.

I requisiti vengono specificati, a partire dai compiti e dalle attività specifiche identificati, in termini di conoscenza, abilità e competenza in conformità al Quadro europeo delle qualifiche (European Qualifications Framework – EQF) e sono espressi in maniera tale da agevolare i processi di valutazione e convalida dei risultati dell’apprendimento. La norma non si applica alle attività e alle professioni sanitarie e socio-assistenziali regolamentate.

Come ottenere la patente di qualità

La patente di qualità per badanti, colf e baby-sitter è un attestato che certifica le competenze nel lavoro domestico e nelle mansioni per le quali si viene assunti, che può essere inserito nel curriculum.

Per ottenere la patente di qualità si dovranno affrontare due prove, una prova scritta e una orale, in modo che siano riconosciute ed attestate: conoscenze; abilità e competenze.

I requisiti

Per sostenere l’esame sono necessari i seguenti requisiti:

  • conoscenza base della lingua italiana;
  • attestato di partecipazione a un corso di formazione che abbia la durata di 40 ore per le colf e di 64 ore per badanti e baby-sitter;
  • un regolare contratto di lavoro domestico per almeno 12 mesi nel triennio.

Nello specifico, servirà dimostrare:

  • la colf deve saper fare la raccolta differenziata, conoscere i prodotti per la pulizia della casa, saper leggere le etichette degli stessi e come conservarli in modo sicuro;
  • la badante aiuta l’anziano non lo sostituisce (quindi lo accompagna nelle attività quotidiane), conosce la città e i mezzi pubblici, guida con prudenza, non adotta comportamenti rischiosi, sa gestire e affrontare le situazioni di emergenza, ha una lista di numeri da chiamare e sa somministrare i medicinali;

Al termine dell’esame, l’ente accreditato rilascerà la patente di qualità con cui colf, badanti e baby-sitter potranno presentarsi dai potenziali datori di lavoro e chiedere un contratto regolare.

Inoltre, come sottolinea Alessandro Lupi, vice presidente Assindatcolf e vice presidente Ebincolf, Ente Bilaterale del comparto che insieme alle parti sociali ha promosso la normativa, gli aspiranti alla patente di qualità avranno «l’obbligo di sottoscrivere un codice deontologico: 9 regole di comportamento da tenere in casa, a partire dal rispetto della privacy della famiglia».

Un’arma in più contro sfruttamento e lavoro nero. Secondo Luca Di Sciullo, presidente del Centro Studi e Ricerche Idos «Oltre 2 milioni e mezzo di lavoratori stranieri in Italia, i quali rappresentano un decimo di tutti gli occupati nel paese, sono troppo spesso schiacciati in lavori di basso profilo sociale, sebbene irrinunciabili per il nostro sistema socio-economico, e caratterizzati da fatica, precarietà, esposizione al rischio d’infortuni e sotto-retribuzione».

Nello specifico, solo 7 su 100 hanno impieghi qualificati, mentre ben 2 su 3 svolgono professioni di basso livello professionale. «Il lavoro domestico – prosegue – che impiega oltre il 40% delle lavoratrici immigrate, è forse il caso più paradigmatico, conoscendo anche ampie sacche di lavoro in nero, abusi e pesanti sacrifici sulla vita familiare e sociale delle donne nate all’estero che vi sono impiegate. Questa normativa promuove la qualificazione dei lavoratori domestici e certifica, così, la qualità del loro servizio alle famiglie, rappresentando un’occasione importante per dare il dovuto riconoscimento professionale ai lavoratori».

«Solo garantendo percorsi di formazione e di certificazione professionale specifici – concludono Lupi e Di Sciullo – si sostengono le famiglie e si aiutano i lavoratori. Un passo fondamentale per conferire al comparto la dignità che merita».

Oggi il reclutamento delle badanti funziona con il passaparola o con l’intervento di qualche agenzia meritevole di attenzione.

Data l’entità del fenomeno, mi pare ovvio che il legislatore, nazionale e regionale, se ne debba occupare.

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Fonte: Diritto e Giustizia



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