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Nelle indagini penali le presunzioni tributarie non provano il reato

6 Novembre 2014 | Autore:
Nelle indagini penali le presunzioni tributarie non provano il reato

Reati tributari e contenzioso: le presunzioni legali previste dalle norme tributarie non possono di per sé sole essere fonte di prova della commissione del reato, ma costituiscono solo dati di fatto, indizi, liberamente valutabili dal giudice penale.

 

La Cassazione ha appena ribadito, in una recente sentenza [1], che le presunzioni tributarie non possono costituire di per sé fonte di prova della commissione del reato, potendosi considerare solo dati di fatto che il Giudice può valutare liberamente.

Il tema delle presunzioni tributarie e della loro efficacia è sempre al centro del contenzioso, sia in ambito fiscale che nelle indagini penali.

Le presunzioni previste dall’ordinamento giuridico sono di due tipi:

– le presunzioni semplici [2], ovvero quello che il giudice può desumere con il suo libero apprezzamento;

– le presunzioni legali [3], ovvero quelle determinate dalla legge.

Le presunzioni legali, a loro volta, si suddividono in:

– presunzioni legali relative (dette anche juris tantum), che ammettono la prova contraria;

– presunzioni legali assolute, (dette anche juris et de iure), che non ammettono la prova contraria.

In sostanza le presunzioni sono ragionamenti attraverso i quali si può desumere, da un fatto noto, un fatto ignoto.

Le presunzioni semplici sono ragionamenti fatti dal Giudice nel suo libero apprezzamento e, per questo, per poter essere fondate, devono rispondere ad alcuni requisiti, che sono: gravità, precisione e concordanza [4].

Le presunzioni semplici dunque non possono stare in piedi sulla base di un solo ragionamento, ma devono poter discendere almeno da due, o più, ragionamenti che abbiano tutti gli stessi requisiti di cui sopra.

Le presunzioni legali relative invece sono previste da norme di legge e  il ragionamento su di esse basato è ritenuto valido sempre, dunque, al verificarsi del fatto noto la legge fa risalire il fatto ignoto, (redditometro e presunzione di spesa, indagini finanziarie e presunzione dei versamenti quali ricavi, studi di settore e presunzione dei maggiori ricavi).

Le presunzioni semplici, gravi, precise e concordanti devono essere provate dal fisco, attraverso il ragionamento che motiva l’atto di verifica, anche se purtroppo, nella realtà, è poi il contribuente che deve cercare di smantellare il ragionamento presuntivo degli uffici, anche nel caso degli accertamenti basati su di una unica presunzione semplice.

Le presunzioni legali relative invece sono un ragionamento giuridico intrinsecamente automatico e non devono essere provate dall’Amministrazione Finanziaria, anzi producono l’effetto di invertire l’onere della prova in capo al contribuente.

In ogni caso il fisco nelle verifiche e negli accertamenti deve partire dal fatto noto, che costituisce il fondamento e, attraverso il ragionamento, che costituisce la motivazione, dare la prova che sta alla base della pretesa tributaria.

Contro le presunzioni suddette il contribuente può cercare di difendersi in due modi:

– fornire la prova contraria (ad esempio in materia di redditometro, dimostrando che i redditi derivano da terzi);

– dimostrare che il ragionamento fatto dall’ufficio per dedurre il fatto ignoto dal fatto noto è errato o non applicabile al caso di specie (ad esempio studi di settore e chiusura dei locali per malattia o inattività temporanea).

È pertanto evidente che in ambito tributario le presunzioni producono effetti totalmente differenti da quelli che possono produrre in ambito penale, infatti in quest’ultimo sarebbe del tutto anticostituzionale [5] che l’imputato dovesse offrire la prova contraria al ragionamento desunto dalla magistratura che indaga.

Infatti nel diritto penale è la magistratura  che indaga a dover dare la prova della colpevolezza dell’imputato, in quanto se la prova mancasse o esistesse anche solo un ragionevole dubbio sull’esistenza della prova, l’imputato dovrebbe andare assolto.

Infatti mentre in ambito tributario esiste un regime di presunta colpevolezza, salva la prova contraria che deve essere data dal contribuente,  in ambito penale invece si ribalta il discorso, vigendo la presunzione di innocenza, fino a prova contraria, prova che deve essere fornita dal magistrato inquirente.

È dunque evidente che la presunzione tributaria non si possa applicare, in modo automatico e pedissequo, al procedimento penale, nel quale il Giudice, può e deve considerare le presunzioni tributarie formulate dall’Amministrazione Finanziaria, solo come semplici indizi, che, solo se sostenuti da altri elementi certi, possono condurre a creare la prova che serve alla magistratura per formare nel Giudice il convincimento della colpevolezza dell’imputato al di là di ogni ragionevole dubbio.

Quanto sopra vale per tutti i reati tributari che dovessero essere contestati al contribuente, infatti dopo la decadenza della pregiudiziale tributaria [6], l’accertamento della rilevanza penale della violazione tributaria commessa [7]  è riservato al Giudice penale, anche se la trasmissione degli atti [8] alla Procura  avviene a cura degli uffici finanziari (Agenzia Entrate, Guardia di Finanza, Agenzia delle Dogane).

La sentenza recentemente emessa dalla Cassazione conferma che le presunzioni legali previste dalle norme tributarie non possono di per sé sole essere fonte di prova della commissione del reato, ma costituiscono solo dati di fatto, indizi, liberamente valutabili dal giudice penale.

Detti indizi, senza altri elementi di riscontro, non possono fornire alcuna certezza della condotta criminosa dell’imputato, che deve sempre essere dimostrata dalla magistratura e valutata dal Giudice.

Nel caso di specie il contribuente era stato condannato [9] per il reato di dichiarazione infedele [10] in quanto l’Agenzia aveva considerato come ricavi due accrediti da egli ricevuti nel gennaio e nel giugno 2005, imputandone però la competenza all’anno precedente, il 2004.

A seguito di questa imputazione (presunta) per competenza, il reddito evaso dal contribuente conduceva al superamento della soglia di punibilità prevista dalla legge e da qui la trasmissione della notizia di reato alla Procura competente.

Nell’ambito del procedimento penale il contribuente si difendeva, non eccependo la diversa natura degli accrediti, ma semplicemente opponendosi alla presunzione fiscale della competenza che riportava i suddetti accrediti alla formazione del reddito per l’anno 2004, non ostante gli accrediti fossero avvenuti nel 2005.

Contro la decisione del giudice di merito che aveva ritenuto, genericamente, che la riferibilità degli accrediti al 2004 fosse coerente con le normali tempistiche del settore di operatività del contribuente, la Corte di Cassazione riteneva che, se  detto ragionamento poteva essere valido per il primo accredito del gennaio 2005, non lo stesso poteva essere per quello del giugno 2005, dunque accoglieva il ricorso dell’imputato e cassava la sentenza senza rinvio per prescrizione dei termini del reato nel frattempo intervenuta.


note

[1] Cass. sent. n. 40211 del 29.09.2014.

[2] Art. 2729 cod. civ.

[3] Art. 2727 cod. civ.

[4] Art. 2729 cod. civ.

[5] Art. 27 co. 2 Costituzione

[6] L. 516/82 e D.Lgs. 74/2000

[7] D.Lgs. 74/2000

[8] Art. 331 c.p.

[9] Art. 4 D.Lgs. 74/2000.

Autore immagine: 123rf com


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