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Insultare sui social: cosa si rischia

6 Dicembre 2020
Insultare sui social: cosa si rischia

Reato di diffamazione su internet: come denunciare e chiedere il risarcimento dei danni.

Un tempo, quando ci si arrabbiava, ci si faceva prendere la mano e la lingua. Oggi, ci si fa prendere dalla tastiera. La prima cosa che si fa per vendicarsi di un torto subìto è pubblicare un post su qualche social. Ed allora, pronta arriva la risposta. Si finisce così, come in una partita a ping pong, a giocare una partita di reciproci insulti, garantendo così agli spettatori un divertente intrattenimento e, al proprietario del social, un sicuro guadagno. 

Ma chi ci guadagna dalle dialettiche su internet sono soprattutto gli avvocati. Perché, il più delle volte, queste scaramucce finiscono in un’aula di tribunale. Ed allora è naturale chiedersi cosa si rischia ad insultare su internet? Una diffamazione, dirà subito una persona attenta alle norme del Codice penale. Una diffamazione aggravata dirà poi l’attento conoscitore della giurisprudenza, edotto del fatto che, per la Cassazione, l’uso del web costituisce un valido motivo per applicare una pena superiore a quella ordinaria. 

Ma il problema non è tanto la pena da applicare, quanto il soggetto a cui applicarla. Perché la vera difficoltà, quando si inizia a litigare, è capire chi dei due contendenti ha superato la linea di confine della legalità: chi cioè, con le sue parole, ha dato origine al primo insulto. Difatti, è solo quest’ultimo che sarà responsabile e non chi gli ha risposto a tono.

Ed allora bisogna saper distinguere la critica dall’offesa, il diritto di espressione dall’insulto, la libertà di parola – seppure forte e aspra – dalla diffamazione. 

Saper dire cosa si rischia ad insultare su internet significa, innanzitutto, definire qual è il punto di non ritorno, il termine che non può ritenersi giustificato dal lessico moderno dei social. 

Bene, a tanto cercheremo di dare una risposta qui di seguito, consapevoli, però, che non esiste un vocabolario del «questo si può dire» e «questo no»: non lo hanno mai scritto né il legislatore, né i giudici. Ma potremo, con le dovute generalizzazioni, farci un’idea. 

Insulti su internet: è reato?

Insultare su internet è un reato – quello di diffamazione – se l’offesa viene proferita su una pagina visibile da almeno due persone. Quindi, basta anche un post su un gruppo chiuso a pochi utenti per far scattare l’illecito penale. 

Come hanno chiarito le Sezioni Unite della Cassazione, in questo caso, si applica l’aggravante per aver utilizzato un mezzo di comunicazione pubblico. In particolare, la sanzione per chi offende qualcun altro sul web è questa: la reclusione da sei mesi a tre anni oppure la multa non inferiore a 516 euro.

Se il responsabile è incensurato può ottenere una calibrazione della pena al minimo e magari evitare il carcere pagando la semplice multa. 

In più, esiste una porta di uscita che consente di evitare il processo se il comportamento non ha prodotto gravi danni e non è stato ripetuto (si pensi al caso di chi, subito dopo l’offesa, ha cancellato il post). In questo caso, si può chiedere l’archiviazione del procedimento penale senza alcuna sanzione. La fedina penale resta però macchiata e resta sempre la responsabilità civile ai fini del risarcimento.

Proprio il risarcimento del danno è la seconda conseguenza di pronuncia degli insulti su internet. La vittima infatti può citare il responsabile in un giudizio civile e chiedergli i danni all’immagine e alla reputazione. Danni che vanno dimostrati anche con semplici indizi ma che non possono ritenersi presunti nella semplice offesa. Chiaramente, farà più danni un post pubblicato per una giornata che uno prontamente eliminato. 

Insulti su internet: quando sono reato?

Come dicevamo all’inizio di questo articolo, è necessario individuare quali parole fanno scattare la diffamazione e quali invece possono ritenersi tutto sommato consentite. Purtroppo, non è né il vocabolario della Crusca a dircelo, né quello della Treccani. Bisogna giudicare caso per caso e verificare se, nelle intenzioni del colpevole, c’era o meno l’intenzione di offendere l’altro soggetto, colpirlo nell’onore o magari attaccare la sua moralità. 

Dire a una persona che non conosce l’italiano perché ha commesso un errore di ortografia non è una diffamazione. Dirle però che è un vagabondo e un fannullone lo è, anche se queste parole non sono considerabili parolacce. 

Dire a una donna che è una mantenuta è diffamazione. Dire a un uomo che è un cornuto, anche se il fatto è vero, è diffamazione per via dello stigma sociale che tale circostanza comporta. Una volta la Cassazione ha detto che chi dice a qualcun altro «sei un coglione» non risponde del reato di diffamazione se intende, con tale termine, il significato di ingenuo, sprovveduto. 

Una volta appurato che una persona ha proferito, per prima, l’epiteto ingiurioso, tutto ciò che dirà il destinatario in risposta a questi non può essere considerato diffamazione. E questo perché il Codice penale lo scusa. Lo scusa perché la sua si considera come una reazione dettata da uno stato d’ira. 

Dunque, a rispondere di diffamazione è sempre il primo che oltrepassa il limite, non il secondo. 

Insulti su internet: cosa fare

Vediamo ora come materialmente ci si tutela se si è stati vittima di un insulto su internet. Una volta appurato che il colpevole ha oltrepassato i limiti della legalità, faremo bene a procurarci le prove di ciò e a denunciare subito l’accaduto alla polizia postale o ai carabinieri. Potremo fare uno screenshot della pagina e, meglio ancora, portarlo dal notaio per farlo autenticare. Oppure potremo chiamare qualche amico che visioni la pagina in modo che possa testimoniare un domani in processo su ciò che ha visto, anche qualora il responsabile cancelli le sue parole. 

Una volta che avremo sporto la querela potremo rivolgerci al nostro avvocato perché presenti, per nostro conto, una costituzione di parte civile nel processo penale al fine di chiedere anche il risarcimento dei danni. E lì dovremo essere in grado di dimostrare che la nostra vita di relazioni ha subito un grave pregiudizio. Pregiudizio che potrà essere provato in vario modo. E in questo la fantasia degli avvocati non ha confini. 



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