La cannabis non è più pericolosa secondo l’Onu

5 Dicembre 2020 | Autore:
La cannabis non è più pericolosa secondo l’Onu

Eliminata dalla lista nera delle sostanze rischiose a causa delle sue proprietà mediche. Cosa cambia in Italia.

La cannabis non deve essere più considerata una sostanza pericolosa, anzi: le sue proprietà mediche devono essere ufficialmente riconosciute. Lo ha stabilito la commissione narcotici delle Nazioni Unite. L’organo esecutivo dell’Onu per la politica sulle droghe, infatti ha modificato le tabelle in cui vengono classificate da circa 60 anni le piante e i derivati psicoattivi in base al rischio che possono provocare. La cannabis, a causa delle sue applicazioni terapeutiche, è stata tolta dalla quarta tabella, cioè quella in cui erano state inserite le sostanze più pericolose come la cocaina o l’eroina.

Una decisione sofferta, visto che ha diviso il mondo e che è passata per un solo voto. A favore hanno votato Nord e Sud dell’America e praticamente tutta l’Unione europea, Italia compresa, mentre Africa e Asia volevano che tutto restasse così com’era dal 1961. Eppure, le cose sono cambiate, secondo la maggioranza dei Paesi rappresentati all’Onu: è stato appurato che la cannabis può contribuire a debellare il morbo di Parkinson ed altre patologie come l’epilessia o la sclerosi. Non solo: il suo impiego in ambito medico può anche rendere più sopportabili le sofferenze di chi soffre di tumore.

Se in molti ritengono storico questo passo compiuto dalle Nazioni Unite (e, in un certo senso, lo è), in alcuni Paesi – incluso il nostro – poco cambia. La cannabis è legale negli Stati Uniti, mentre in Europa la Corte di Giustizia Ue ha già stabilito che il Cbd, cioè il cannabidiolo, non deve essere considerato uno stupefacente. Concetto recepito dall’Italia il 29 ottobre scorso con il decreto del ministero della Salute.

Non solo: in Italia non è reato nemmeno coltivare la cannabis in un vaso da tenere sul balcone o nel giardino di casa, purché sia in minime quantità. Così stabilirono le Sezioni Unite della Cassazione alla fine del 2019 con una sentenza provvisoria, confermata nell’aprile del 2020 [1]. Questa fu davvero una novità, perché per la prima volta la Suprema Corte disse che non sono penalmente punibili «le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica». Per gli Ermellini, «le rudimentali tecniche utilizzate, lo scarso numero di piante ed il modesto quantitativo di prodotto ricavabile appaiono destinate in via esclusiva all’uso personale del coltivatore».

In altre parole: secondo la Cassazione, il bene giuridico della salute pubblica non viene messo a rischio dal singolo consumatore di marijuana che decide di procurarsela da sé piantandola nel suo giardino, anziché rivolgersi ad uno spacciatore. Far crescere una piantina su un vaso, dunque, non è reato. Ma resta, comunque, un illecito amministrativo.

Da ricordare, però, che il reato scatta sempre in caso di spaccio. Quindi, per piantare poca cannabis sul balcone di casa per uso personale non si va in carcere, ma coltivare qualche vaso in più per poi farla avere al resto del condominio può avere dei risvolti penali (leggi anche Droga: quando è legale?).



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