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Parlare male di un collega è reato?

6 Dicembre 2020
Parlare male di un collega è reato?

Accuse infondate da un collega: cosa fare? La diffamazione e il mobbing.

Parlare male di un collega è reato? Se lo chiede spesso chi è oggetto di accuse infondate sul luogo di lavoro. A questo punto, subentra la tutela che l’ordinamento prevede in tali casi a favore della vittima: una tutela sia di carattere civilistico (che consente di ottenere il risarcimento del danno) che penale (che consente di agire affinché l’ordinamento sanzioni il colpevole). 

Cerchiamo di fare il punto della situazione alla luce di una recente e innovativa sentenza della Cassazione [1]. Ecco dunque cosa fare per difendersi da chi parla male di un collega.

Parlare male di un collega è diffamazione

Quando le frasi sono offensive e le accuse infondate, è possibile parlare di diffamazione. La diffamazione, come noto, costituisce un reato che può essere oggetto di querela – entro massimo tre mesi dalla conoscenza dei fatti – presso i carabinieri, la polizia o direttamente alla Procura della Repubblica. 

Affinché scatti l’illecito penale è necessario che le offese vengano comunicate ad almeno due o più persone. Il che può avvenire o in un’unica occasione oppure in occasioni tra loro diverse temporalmente (quando, ad esempio, il colpevole si confidi prima con una persona, poi con un’altra, poi con un’altra ancora, ecc.). In tutti questi casi, però, la vittima non deve essere presente. Difatti, il reato di diffamazione si può tradurre, nel linguaggio comune, nel fatto di “parlare male alle spalle” di qualcun altro con più persone. Quindi, chi parla male di un collega con una sola persona, in una confidenza “a tu per tu”, non commette alcun reato.

Non è necessario che la diffamazione abbia ad oggetto fatti non veri; se questi sono ugualmente lesivi dell’altrui reputazione, il reato resta comunque integrato.

Andare a dire di due colleghi che hanno una relazione amorosa, pur avendo ciascuno di questi una propria famiglia, costituisce diffamazione.

Per dimostrare la diffamazione in un eventuale processo penale sarà necessario avere dei testimoni che siano disposti a dichiarare quanto ascoltato dal responsabile. È difficile però che ciò avvenga, specie negli ambienti di lavoro dove si cerca di mantenere un clima sereno tra colleghi. La vittima, però, può sempre registrare di nascosto ciò che le viene confessato da altri e utilizzare l’audio per la propria tutela penale. Le registrazioni di conversazioni sui luoghi di lavoro sono in genere vietate, ma non quando servono a far valere i propri diritti.

Nel corso del processo penale, la vittima può “costituirsi parte civile” e chiedere, oltre alla punizione del colpevole, un risarcimento del danno a suo carico, secondo la somma che valuterà in via provvisionale lo stesso giudice penale. In seguito, si potrà procedere all’azione risarcitoria presso il giudice civile per ottenere la residua parte dell’indennizzo, previa prova dell’effettivo e concreto danno subìto alla vita di relazione.

Parlare male di un collega è mobbing

Rivolgere continue accuse infondate a carico di un collega può integrare il mobbing e, in questo caso, a pagare il risarcimento sarà il datore di lavoro. Non importa che il capo ufficio non si sia reso protagonista di tali offese e maldicenze. Egli infatti è comunque tenuto, per legge, a garantire ai propri dipendenti un ambiente sereno e salubre. Il Codice civile stabilisce, in particolare, che l’azienda deve garantire la salute psicofisica dei lavoratori. E questa tutela vale anche nei confronti delle condotte illecite dei colleghi. 

È chiaro che il responsabile subirà, in seguito a ciò, un procedimento disciplinare e potrà essere oggetto di licenziamento o di altra sanzione più o meno grave a seconda della lesione procurata all’onore altrui.

La sentenza della Cassazione che avevamo citato in apertura ritiene dunque che rivolgere accuse infondate a un collega costituisce mobbing quando queste assumono la forma di vere e proprie vessazioni. Il mobbing è infatti caratterizzato da condotte ripetute volte a isolare il dipendente, a metterlo in cattiva luce e/o a provocarne l’allontanamento. 

Il datore, in questi casi, è tenuto al risarcimento del danno per non aver garantito la serenità del dipendente dalle maldicenze degli altri.  

La decisione si radica sul concetto di sicurezza sul lavoro che comprende anche l’esclusione di danni morali.

Infatti, ecco il principio al quale attingono gli Ermellini per risolvere il caso, la responsabilità datoriale per la mancata adozione delle misure idonee a tutelare l’integrità psicofisica del lavoratore discende dall’articolo 2087 del Codice civile, costituente norma di chiusura del sistema antinfortunistico estensibile a situazioni ed ipotesi non espressamente considerate e valutate dal legislatore e che impone all’imprenditore l’obbligo di adottare, nell’esercizio dell’impresa, tutte le misure che, avuto anche riguardo alla particolarità del lavoro in concreto svolto dai dipendenti, siano necessarie a tutelare l’integrità psicofisica dei lavoratori.

Parlare male di un collega è illecito disciplinare

Come anticipato sopra, parlare male di un collega espone il responsabile ad un procedimento disciplinare interno da parte del datore di lavoro che può condurre anche al licenziamento. Lo Statuto dei Lavoratori, in questi casi, prescrive l’obbligo di una contestazione scritta nei confronti del colpevole che, nei cinque giorni successivi, deve poter presentare difese scritte o chiedere di essere ascoltato personalmente. All’esito del procedimento, l’azienda comunica la sanzione adottata.


note

[1] Cass. sent. n. 27913 del 4.12.2020.

Autore immagine: depositphotos.com


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