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Covid-19: è possibile l’attività venatoria nelle zone rosse?

5 Dicembre 2020
Covid-19: è possibile l’attività venatoria nelle zone rosse?

Con la presente formulo richiesta di assistenza legale relativamente al Dpcm 3 novembre 2020, in relazione al divieto di spostamento all’interno della zona rossa con particolare riferimento all’esercizio venatorio.

Può considerarsi chiusa la caccia allo stato attuale? Quali sono le sanzioni amministrative e penali a cui va incontro il cacciatore? È possibile praticare l’attività venatoria o la pesca dilettantistica o sportiva?

Il Dpcm potrebbe presentare dei margini di incostituzionalità o comunque di illegittimità qualora appunto, in linea generale, impedisca l’attività venatoria? Ci potrebbero essere dei margini di ricorso nelle sedi opportune limitatamente all’impedimento dello spostamento ai fini dello svolgimento di questa attività?

Sul punto il Governo è stato chiaro: non si può praticare l’attività venatoria o la pesca nelle regioni rientranti nella cosiddetta zona rossa. Lo stesso divieto è stato esteso anche alla pesca sportiva, che inizialmente sembrava sfuggire alle limitazioni. Resta la possibilità di effettuare competizioni sportive riconosciute di interesse nazionale dal Coni.

Per la precisione, l’art. 3, comma 4, lettera e) del Dpcm del 3 novembre afferma che, nelle zone rosse, è consentito svolgere individualmente attività motoria in prossimità della propria abitazione purché comunque nel rispetto della distanza di almeno un metro da ogni altra persona e con obbligo di utilizzo di dispositivi di protezione delle vie respiratorie; è altresì consentito lo svolgimento di attività sportiva esclusivamente all’aperto e in forma individuale.

Sono sospese tutte le competizioni sportive salvo quelle riconosciute di interesse nazionale dal Coni e Cip, così come sono sospese le attività nei centri sportivi.

La violazione dei divieti fa incorrere nella sanzione amministrativa della multa da un minimo di 400 a un massimo di 3mila euro. In caso di recidiva, la sanzione è raddoppiata. Non sussistono responsabilità penali, a meno che non si menta nell’autocertificazione oppure non si violi la quarantena.

Si pone a questo punto il seguente quesito: la caccia, ai fini del Dpcm, è equiparabile all’attività sportiva? Il Governo, come ricordato in apertura, ha già risposto in maniera negativa, ma è ugualmente interessante affrontare l’argomento perché esistono precedenti giurisprudenziali risalenti al primo lockdown, durante il quale si presentò lo stesso problema.

Il Tribunale Amministrativo Regionale del Molise, con decreto presidenziale 9 maggio 2020, n. 103, ha affrontato proprio il discusso tema dell’effettiva possibilità di riprendere l’attività venatoria, nel silenzio del Dpcm vigente all’epoca.

Il ricorso al Tar fu proposto da un’organizzazione per la protezione della natura che chiese di dichiarare l’illegittimità dell’ordinanza del Presidente della Regione Molise, «nella parte in cui, ritenuta l’attività di caccia non preclusa dal DPCM 26 aprile 2020» ne disponeva la ripresa nel territorio regionale.

Il provvedimento in questione si è soffermato sulla riconducibilità dell’attività venatoria all’attività motoria ovvero a quella sportiva, entrambe ammesse seppur con restrizioni. In effetti, per quanto concerne l’attività motoria, l’attuale Dpcm la consente solamente nelle vicinanze della propria abitazione; tanto basta per poter escludere (o comunque vanificare) l’assimilabilità all’attività venatoria, la quale può esercitarsi solamente in apposite aree (necessariamente lontane da abitazioni).

Per quanto riguarda la possibilità di equiparazione con l’attività sportiva, il Tar Molise fa questo ragionamento. Innanzitutto, viene ricordato che la caccia è stata stralciata dal novero degli sport a seguito del riordino del Comitato Olimpico Nazionale attuato con decreto legislativo 23 luglio 1999, n. 242, recante, appunto, “Riordino del Comitato olimpico nazionale italiano – CONI, ai sensi dell’articolo 1 della legge 6 luglio 2002, n. 137“, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 21 del 27 gennaio 2004.

A seguito di tale ultimo provvedimento, la Federazione Italiana della Caccia non rientra tra quelle facenti parte del Coni.

D’altro canto, però,  l’esistenza di una federazione affiliata al Coni non è condizione indefettibile per il riconoscimento della natura sportiva di un’attività, che rappresenta invece un carattere ontologico intrinseco della stessa.

Il Tar Molise così conclude: la caccia (nella cornice del precedente Dpcm 26 aprile 2020) appare consentita; ciò in quanto l’attività venatoria, pur potendosene ammettere una natura in parte ludico-ricreativa, è qualificabile anzitutto come attività motoria, nonché sportiva, giovando quindi dell’esplicito assenso contenuto nell’art. 1, lett f) d.P.C.M. del 26. Resta fermo il limite dello svolgimento in forma individuale.

Sempre secondo il Tar Molise, sotto altro profilo, ove l’attività di caccia sia svolta in forma imprenditoriale, sarà consentita solo se ricompresa nelle attività ammesse in base al codice ateco 01.

Insomma: secondo la giurisprudenza finora creatasi sul punto (in verità, lo scrivente ha rinvenuto solamente questo precedente), l’attività venatoria deve essere equiparata a quella motoria e sportiva.

Pertanto, se il Dpcm (quello del 26 aprile così come quello attuale del 3 novembre) consente l’attività motoria e, soprattutto, quella sportiva, seppur all’aperto, in forma individuale ed esclusivamente all’interno del Comune, aderendo all’interpretazione del Tar Molise, la caccia dovrebbe essere consentita (esclusivamente all’interno del proprio Comune).

Il provvedimento del Tar Molise è utile anche per un altro motivo, cioè per far comprendere come non sia necessaria un’ordinanza regionale per sospendere l’attività venatoria. E infatti nel caso affrontato dai giudici veniva impugnata l’ordinanza con cui il presidente della Regione, non ritenendo preclusa l’attività venatoria dal Dpcm, ne ordinava la ripresa. Dunque, il Dpcm è già di per sé sufficiente per sospendere detta attività; al limite, dovrebbe essere il presidente a disporne la ripresa, ove ne ricorrano i presupposti.

Il problema è che il Tar Molise si è espresso in una situazione in cui il Governo non aveva esplicitato cosa si intendesse per attività sportiva. In realtà il Governo non è stato chiaro nemmeno in questo Dpcm; tuttavia, con successive note diramate dai Prefetti (in particolare, da quello della Lombardia), si è deciso di aderire all’interpretazione più restrittiva, e cioè che per attività sportive si intendono solamente quelle riconosciute dal Coni.

La situazione è al momento ancora incerta in quanto, da ultime notizie raccolte, pare che ci sarà un’interrogazione parlamentare proprio per chiarire questo aspetto, anche in ragione dell’importanza che la caccia assume in determinate aree del nostro Paese.

Allargando per un momento il raggio d’azione della presente consulenza, in tema di Dpcm, scontri tra Regioni e Governo e precedenti giurisprudenziali, molto scalpore suscitò il provvedimento con cui il presidente della Regione Calabria consentì la ripresa delle attività di bar, pasticcerie, ristoranti, pizzerie, agriturismo con somministrazione esclusiva attraverso il servizio con tavoli all’aperto.

Sulla questione si espresse il Tar Calabria (sentenza 9 maggio 2020, n.841), stabilendo che «è illegittima l’ordinanza del Presidente della Regione Calabria del 29 aprile 2020, n. 37, nella parte in cui, al suo punto 6, dispone che, a partire dalla data di adozione dell’ordinanza medesima, sul territorio della Regione Calabria, è «consentita la ripresa delle attività di Bar, Pasticcerie, Ristoranti, Pizzerie, Agriturismo con somministrazione esclusiva attraverso il servizio con tavoli all’aperto». Il contrasto nei contenuti tra l’ordinanza regionale e il d.P.C.M. 26 aprile 2020 denota un evidente difetto di coordinamento tra i due diversi livelli amministrativi, e dunque la violazione da parte della Regione Calabria del dovere di leale collaborazione tra i vari soggetti che compongono la Repubblica, principio fondamentale nell’assetto di competenze del titolo V della Costituzione».

La sentenza da ultimo citata non riguarda, ovviamente, l’attività venatoria; tuttavia, essa è sintomatica della sensibilità che la giurisprudenza manifesta in relazione al dovere di collaborazione che deve sussistere tra Governo e Regioni.

Tirando le somme di quanto sinora illustrato, possiamo affermare che:

  • alla luce del citato decreto del Tar Molise, l’attività venatoria può essere equiparata all’attività sportiva;
  • aderendo a questa tesi, si potrebbe andare a caccia ma soltanto rispettando le regole dettate dal Dpcm del 3 novembre, cioè rispettando il distanziamento, in forma individuale e senza potersi spostare dal proprio Comune;
  • non si ritiene sia necessario un provvedimento di sospensione regionale dell’attività venatoria, in quanto il Dpcm è immediatamente efficace anche nei territori regionali;
  • non si ravvisano profili di incostituzionalità. Al più, sarebbe possibile contestare la scelta del Governo di sospendere anche l’attività venatoria, sulla scorta delle ragioni esplicate dal Tar Molise.

A sommesso avviso dello scrivente, nonostante il precedente giurisprudenziale rappresentato dal Tar Molise e la scarsa chiarezza del Dpcm (il quale avrebbe dovuto specificare sin da subito cosa è attività sportiva e cosa non lo è), sarebbe molto rischioso rivolgersi al Tar per chiedere la sospensione o la dichiarazione di illegittimità del predetto provvedimento governativo. E ciò per due ragioni:

  1. in Italia non vige il principio del “precedente vincolante”. In altre parole, la giurisprudenza è libera di discostarsi dai precedenti orientamenti di altra autorità giudiziaria. In pratica, ogni giudice è libero di decidere come ritiene più giusto, a prescindere dalle decisioni degli altri colleghi (in genere, solo le sentenze del Consiglio di Stato e della Corte di Cassazione hanno autorevolezza tale da imporsi anche sulle altre, future decisioni);
  2. come denotato dal Tar Calabria, la giurisprudenza tiene in debito conto, soprattutto in questo delicato frangente storico, la necessaria collaborazione che deve esservi tra Governo e Regioni e, in generale, tra tutti gli “attori” della Repubblica (ivi compresi i cittadini). Mentre nel caso del Dpcm del 26 aprile non si era pronunciato sull’attività venatoria, ora, vigente il Dpcm del 3 novembre, il Governo ha fornito la propria “interpretazione autentica”, stabilendo espressamente (seppur informalmente, al di fuori del testo normativo) che l’attività venatoria è vietata in quanto non equiparabile a quella sportiva. Dunque, anche volendo il singolo cittadino impugnare su questo aspetto il Dpcm, si troverebbe davanti a un chiarimento che il Governo ha già fornito. È possibile che a breve ci sia un’interrogazione parlamentare sul punto; è consigliabile attendere dunque la risposta ufficiale che il Governo darà alle Camere.

Allo stato, dunque, recarsi a caccia farebbe incorrere nelle sanzioni di cui sopra.

Articolo tratto dalla consulenza resa dall’avvocato Mariano Acquaviva



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